C’è bisogno di più concretezza

C’è bisogno di più concretezza, a questo mondo, moooolta più concretezza.

Troppe parole vuote e inutili, discorsi campati per aria, scelte che non scelgono nulla, relazioni sociali sterili che determinano rapporti insignificanti: l’unione non fa più la forza ma è lo sforzo di apparire e giammai di essere, di dire per non fare, di decidere per l’indecisione credendosi “risoluti” – ma essendo in realtà sempre più insoluti. Troppo tempo e troppe energie perse a “menar cani in aie” sempre più piccole, rinchiuse entro angusti recinti mentre il mondo di fuori resta desolatamente deserto, vuoto di cose concrete, tangibili, pratiche e pragmatiche.

Ma nulla si costruisce da sé, senza un progetto, senza una regola, un metodo o quanto meno un’idea fondata. Il mondo rischia di diventare una scatola vuota che, invece di essere ricolma di futuro, contiene solo il nulla di un presente sfibrato e isterilito. Ci vuole molta più concretezza, appunto, più senso pratico. Non si può certo pensare di vivere dentro “castelli in aria“: basta un piccolo sbuffo di vento per spazzarli via.

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Essere o non essere – di parola


Nel guazzabuglio fuori controllo di parole e parole e parole e parole proferite nell’etere, inquinanti la mente al pari delle polveri sottili con l’aria – per di più con l’aggravante generata dai media, sul web o altrove -, trovo incredibile (ingenuamente se non stupidamente incredibile, lo ammetto) quanto ormai poco o nulla conti la “parola”, quella spesa in forma di patto orale, di accordo, di impegno tra persone che un tempo, proprio in forza di ciò ovvero della virtù di saper tener fede alla parola spesa – “essere di parola”, come si dice in questi casi – si sarebbero definite gentiluomini (o gentildonne, ma capite bene che è una mera questione di definizione e non di genere).

Oggi, complice un clima culturale parecchio degradato che ha finito per degradare i rapporti umani e sociali in alcune loro basi fondamentali, finendo pure per togliere valore a numerose azioni quotidiane invero a modo loro importanti ma sovente assai banalizzate, nonché per via di certi modus vivendi e delle gesta di tanti “personaggi” diffusi dai media e sovente presi a modello (dai politici in giù) le cui parole pomposamente proferite in pubblico e riecheggiate ovunque da organi d’informazione compiacenti cambiano a ogni colpo di vento per poi essere ribaltate e infine puntualmente disattese – per tutto ciò, insomma, certi impegni per i quali una sola parola reciprocamente riconosciuta bastava a renderli ineludibilmente rispettati non esistono quasi più. Similmente a tante altre cose, anche tali “parole da gentiluomini” sono state virtualizzate, come fossero post pubblicati sui social che si possono modificare e cancellare quando e come si vuole. Una formula come «Hai la mia parola!» un tempo considerata sacrosanta, oggi conta come un’emoticon su facebook: possiede (forse) un mero valore nel mentre che viene proferita e solo in quell’istante e poi non si sa, forse a breve non conta più niente, finisce nel nulla proprio come un qualsiasi banale contenuto web.

Eppure io, sempre ingenuamente se non stupidamente (e sempre di più, temo) continuo a dare valore pressoché assoluto a una parola spesa, ancor più che se fosse messa nero su bianco, proprio perché verba volant, scripta manent: la parola spesa oralmente è – per così dire – più “debole”, quindi abbisogna di maggior attenzione e considerazione nei riguardi del senso e del valore che porta con sé, nonché dei suoi effetti concreti. È la fonte e il sigillo di un patto dal valore assoluto, appunto, una pratica sociale che, se fosse ancora pienamente rispettata e salvaguardata, farebbe “girare” questo nostro mondo in modo migliore, ne sono certo, dando per giunta maggior valore e spessore umano ai singoli individui e alle loro azioni così come alla rete dei rapporti sociali che volenti o nolenti ci unisce tutti quanti, grazie ai quali il mondo si muove e “vive”.

In fondo, io credo, è anche una questione di coerenza, lealtà, onestà intellettuale, di sincerità d’animo, di onorabilità. Forse, pure queste, tutte doti umane delle quali ormai non frega più nulla a nessuno o quasi, già.

La giovialità è una grave pecca, oggi

Mi sono da sempre prescritto di essere gioviale e allegro con chiunque, anche nei momenti in cui l’animo assomigli più a un ordigno termonucleare un attimo prima che la spoletta s’attivi, convinto che una tale predisposizione nei rapporti con le altre persone sia capace di attivare reciproche simili condotte. E in effetti è così, funziona in questo modo, spesso.

Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, parimenti a una crescente maleducazione diffusa che si manifesta anche in atteggiamenti individuali di natura a dir poco prepotente, noto che l’essere sempre gioviali fa ritenere a certe persone che tu viva una vita spensierata, serena, piena di agi e di fortune – la cosiddetta “bella vita”, insomma – al contrario di altri più “sfortunati” e ovviamente in primis di quelli che speculano su di te in questa maniera, i quali invece sono perennemente in lotta (univoca, sia chiaro) col mondo intero, appunto, e si sentono costantemente defraudati di “qualcosa”, verso cui altrettanto ovviamente essi ritengano di detenere un sacro diritto di possesso, usufrutto, appartenenza o che altro. Provare a pensare, costoro, che pure quelli che si mostrano gentili, allegri ed educati abbiano i loro personali problemi, crucci, dolori, tormenti, che scelgano di tenere nascosti anche per una forma di cortesia e di rispetto verso gli altri (in fondo è vero che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, e ciò dovrebbe già di suo evitare tante delle lagne che si possono cogliere un po’ ovunque da chiunque) no, evidentemente non gli riesce, troppo difficile. O, meglio, pensare, supporre, immaginare  ciò risulta troppo discosto e antitetico rispetto alla grave forma di egotismo che si cela dietro quel loro comportamento prepotente – e, a ben vedere, alquanto antisociale.

Ecco: non so dunque se quell’atteggiamento così cordiale e aperto sia il più giusto, ovvero il più consono ai tempi. Sia chiaro: sono convinto che lo sia, in senso assoluto e per il valore che personalmente gli conferisco ma per il resto, ribadisco, ho forti e crescenti dubbi.

Perché c’è da aver “paura” di tutte queste fobie

È veramente sconcertante constatare come vi sia un’ampia parte di opinione pubblica – troppo ampia, sempre e comunque – che si ponga in balìa delle varie e assortire fobie sparse da certi media (e poco conta, nel principio, che tali fobie siano quasi sempre ingiustificate e false ovvero costruite ad hoc per meri fini di propaganda politico-elettorale prendendo a bersaglio soggetti, elementi, questioni adatte allo scopo). È sconcertante che chi se ne faccia voce e strumento non capisca come, piuttosto di contrastare la minaccia a cui fanno riferimento, sia per essa il miglior alleato in senso assoluto.
Eppure è (sarebbe) semplicissimo capire come vanno le cose.

Chi ha paura percepisce pericolo ovvero possibilità di sopraffazione, ergo difficilmente affronta la fonte della sua paura: più facilmente fugge via. In tal modo fa il gioco stesso di quella fonte, dal momento che lascia ad essa campo libero. Non solo: se per giunta quella fonte è presunta e non certa in quanto la stessa paura è artificiosamente indotta, alla paura si aggiunge lo smarrimento, il disorientamento, l’incapacità di capire, dunque si elimina pressoché definitivamente la possibilità di reagire e di vincere quella paura.

Se invece ci si sente più forti della (presunta o meno) fonte di paure e pericoli, viene spontaneo e naturale affrontarla se non persino ignorarla, dacché la si ritiene inabile a costituire una qualche autentica minaccia. In poche parole, non si genera alcuna paura, nessun timore, non ci si sente per nulla in pericolo: ciò anche perché il fatto di esserne più forti sarà ben sostenuto dalla certezza di possedere i più adeguati strumenti culturali per comprenderla e gestirla. Non solo: se effettivamente quella fonte di pericolo, ancorché non così paurosa, è concreta, i citati strumenti culturali sapranno indicare anche i modi migliori per controllarla, arginarla e, nel caso, annullarla.

Ecco perché le varie fobie indotte dai media verso certe realtà ritenute “ostili” in modo artificioso e sostanzialmente ingiustificato, con tutti i conseguenti atteggiamenti sociali individuali e collettivi, rappresentano (paradossalmente, ma solo all’apparenza) le migliori alleate verso quelle minacce: non soltanto, quand’esse siano effettive, agevolano loro il terreno d’azione, ma pure ne impediscono concretamente il controllo e l’annullamento, agendo esclusivamente sull’induzione del panico il quale, inutile dirlo, nulla risolve ma tutto rende caotico e incontrollato. La condizione migliore, insomma, affinché un’eventuale minaccia possa acuire illimitatamente la propria gravità.

In buona sostanza: chi per bieca e ottusa strategia spande fobie, si palesa come un autentico nemico della società civile – la stessa della quale facilmente se ne dirà invece “difensore”. Di più: si manifesta pure come una grave minaccia per la cultura alla base della società – la quale, per dirsi autenticamente “civile” non può certo esimersi dal coltivare e diffondere buona e costruttiva cultura, piuttosto di sabotarla!
Nuovamente: è una questione soprattutto culturale, appunto. O di privazione di cultura, ovvero di imbarbarimento civico: l’anticamera della fine di una società, se non si torna indietro e non si eliminano, in modo netto e definitivo, queste bieche minacce “spandifobie”. Di esse sì, semmai, ci sarebbe da avere paura.