La TV diseducativa, anzi, barbarizzante

Ma la vera domanda è un’altra: perché praticamente tutta la TV generalista (RAI, Mediaset e La7) ha affidato in blocco il commento della cronaca e l’analisi politica a un pugno di persone, sempre le stesse, su tutti i canali? È mai possibile che questa trentina di individui siano gli unici in grado di commentare ogni santo giorno su tutti i canali televisivi? No, che non lo sono.
Quanti studiosi ed esperti, con una professionalità specifica, potrebbero contribuire al dibattito pubblico?
Quanto fa bene questa concentrazione alla democrazia?
Quale spazio rimane alle idee, alle libere opinioni?
Che servizio pubblico è ormai quello della RAI?
Stiamo affondando nel populismo informativo, quello che rifiuta ogni argomentazione logica per difendere posizioni a priori, che affida il confronto televisivo ai giornalisti tra di loro, mentre ha abdicato a chiedere il confronto tra i politici.

Tratto da Come diventare sovranisti con la TV generalista di Emanuela Marchiafava, un articolo pubblicato ne “Il Post” col quale, in modo tanto semplice quanto illuminante, viene messo in evidenza il legame inesorabile tra TV generalista, col relativo livello infimo delle sue trasmissioni in specie inerenti il dibattito politico, e coltivazione di un sentimento diffuso di matrice populista, nel senso peggiore del termine, con mire antidemocratiche. Poi, per fortuna, io la TV non la guardo, ma l’eco della sua bieca miseria mi giunge comunque, e ciò mi rende interessante tale articolo.

Postilla assolutamente personale: quanto sopra lo affermo pur constatando la militanza politica di Marchiafava, che per quanto mi riguarda non è differente nella sostanza (in bene e in male) rispetto ad altre – senza che ciò tolga nulla all’autrice e al valore delle sue parole, in questo e negli altri casi. Ribadisco: è un’opinione strettamente personale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.

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“Fighe”?

La vera questione riguardo a ciò che ha scritto nel suo ultimo “libro” – ovvero l’ultimo con il suo nome e cognome in copertina – tal Fabrizio Corona (personaggio che sento nominare ma che in verità conosco poco e, per quel poco che conosco, mi pare affetto da gravi disturbi mentali), non è tanto ciò che ha scritto, non tanto il relativo senso e la sostanza (ammettendo che ve ne siano – vedi sopra, con buona pace del rispetto verso il gentil sesso, peraltro) e nemmeno che ci siano editori che le pubblichino – ormai la prostituzione editoriale nostrana la conosciamo benissimo. No, la questione reale è che Corona scrive le cose che molti vorrebbero scrivere ma non possono farlo e dunque che amano leggere per potersi immedesimare in esse in un’ideale congiunzione non di azioni ma di intenti. Già.

Un meccanismo peraltro ormai tipico, nell’italica società contemporanea, al punto da essere stato pienamente adottato pure nell’ambito politico, il quale “giustifica” l’operazione commerciale dell’editore che pubblica siffatta robaccia incidentalmente a forma di libro (ma non ne garantisce affatto il successo, sia chiaro), che “legittima” e stimola un “personaggio” altrimenti meritevole di un T.S.O. definitivo a scrivere cose del genere e a farsi vanaglorioso protagonista di esse (inventate o meno che siano, poi), e che infine documenta il degrado endemico e pandemico di certa parte della società civile – quantunque non credo affatto che il libro in questione stia vendendo migliaia di copie, come qualcuno rimarca.

Ma non è più una questione di quantità, a questo punto, ma di “qualità”, socioculturale in primis. Quindi, non prendetevela con la tanto miserrima figura dell’autore ma, prima, con chi fa della sua palese miseria umana un modus vivendi da ammirare e imitare. Al primo, ribadisco, riservate un drastico T.S.O.; i secondi metteteli a svolgere servizi civili per i prossimi 15 anni. Ecco.

P.S.: l’immagine in testa al post, che raffigura l’inizio di uno dei capitoli più “peculiari” del libro, è ricavata dalla pagina facebook di Saverio Tommasi.