Ennio Flaiano, “Diario Notturno” (Adelphi)

C’è il forte rischio, sappiatelo fin da subito, che questo mio testo che avete appena cominciato a leggere risulti estremamente breve. Sì, come quando si abbia da disquisire su qualcosa di cui ci sia moltissimo da dire ovvero fin troppo, e dunque non si sappia bene da che parte cominciare o come condensare il tutto, nonché come quando abbia la forte impressione – o timore, dovrei dire – che nulla di ciò che si potrebbe dire/esprimere/scrivere possa risultare all’altezza dell’elemento disquisito.

Perché, insomma, senza perdersi in troppi giri di parole, credo che Ennio Flaiano sia stato un genio, e geniale ciò che ci ha lasciato di scritto e che io non esiterei a far leggere nelle scuole, come testi fondamentali per un’altrettanto fondamentale e formante educazione civica. Credo che Flaiano – se dovessi riassumere il suo valore culturale (e non solo) in una sola e chiara definizione – abbia rappresentato una delle più vivide coscienze critiche del Novecento italiano, un imprescindibile elemento morale, rigoroso tanto quanto mordace, comprensivo eppure feroce, in grado come pochi altri di riconnettere – forse come mai più è accaduto o almeno come oggi non mi pare che accada – la mente col cuore e con l’animo della nazione. Sempre che di nazione si possa parlare, nel caso italiano: ma senza dubbio, se fatta l’Italia temo non si sia riusciti a fare gli italiani, credo che l’acutissima e illuminante intelligenza di Flaiano sia quanto meno riuscita a mettere nero su bianco (dunque a darle almeno una “sostanza” riconoscibile) la cronaca d’una messinscena nazional-popolare la cui teatralità parodistica egli è stato tra i pochi a comprendere nel profondo, a divertirsene così come a inquietarsene: una situazione grave ma non seria, insomma – per citare uno dei suoi più celebri aforismi – la quale continua a essere assolutamente tale.

Dunque, potrei anche finire qui la mia disquisizione conseguente alla lettura del Diario Notturno, (Adelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956.), dacché veramente non ci sarebbe molto altro da dire per mettere in evidenza il valore fondamentale dell’opera di Flaiano. Ovvero – ribadisco – ci sarebbe moltissimo da dire d’altro: ma sue le parole sanno già così tanto dire, riferire, narrare, rivelare, rappresentare, illuminare, smascherare, dell’Italia moderna e contemporanea, che veramente il rischio è quello di gettare sabbia su dei diamanti preziosi. Allora questa volta voglio fare uno strappo alla regola – tanto di regole mai ce ne sono state, qui! – e, più che essere io a scrivere e farvi leggere d’un libro – far parlare il libro stesso e il suo autore, farvelo leggere come perfetta e insuperabile “auto recensione”, pescando qui e là alcuni passaggi particolarmente significativi – soprattutto se contestualizzati al presente che stiamo vivendo, nei confronti del quale certe cose scritte da Flaiano più di mezzo secolo fa appaiono incredibilmente profetiche. Ad esempio:

Debbo precisare: la stupidità ha un suo fascino, si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che più ci ammaliano, che più ci tentano e ci tolgono ogni difesa. L’esperienza quotidiana mi porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario, dell’uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice.” (La saggezza di Pickwick, pagg.99-100.) Non è un commento perfetto per la nostra quotidianità? Eppure Flaiano lo scrisse più di sessant’anni fa. D’altro canto: “Essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un pleonasmo, ossia anticipare quello che accadrà.” (Taccuino 1946, pag.114.)

Particolarmente profetico, poi, Flaiano lo fu riguardo la “politica” – ovvero ciò che comunemente riferiamo a quel termine, cioè la vomitevole pantomima messa in atto dai partiti: “Gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Nelle polemiche si tirano in ballo le famiglie e i parenti. Le ingiurie più sanguinose sono entrare nel dizionario giornalistico: servono per indicare gli avversari, chiunque siano. […] Ecco spiegato perché un tale perde aderenti il giorno che comincia ad esprimersi con una certa correttezza: la sua politica, senza turpiloquio, è capace di farla chiunque.” (Taccuino 1948, pag.133.)

Sui giornali, inoltre, ovvero i media d’ogni genere che sempre più tengono bordone alle suddette figure politiche: “Quel giorno che ci sentiamo di sinistra basta la lettura dei giornali di sinistra a salvarci. Se pendiamo a destra, ecco in nostro soccorso i giornali di destra. Una volta ci svegliammo con qualche dubbio sulla libertà di stampa: avevamo letto troppi giornali.” (Taccuino 1954, pag.163.) Si noti bene: lo scrisse nel millenovecentocinquantaquattro. Il tempo in questo paese è fermo, sempre che non stia andando all’indietro. Infatti: “In questo paese tutti si richiamano alla tradizione e la loro vera tradizione è di non rispettarne nessuna. Niente di più triste, in verità, di un paese abbandonato dalla Storia e che non si decide ad abbandonarla. Quando cambia di posto i suoi quattro mobili, il Povero è convinto di fare la rivoluzione.” (Nel Paese dei Poveri, pagg.19-20.) La storia, dietro al tempo, è andata inesorabilmente avanti, il nostro paese no, appunto: e anche questa la si può ben definire “povertà” – culturale, sociale, identitaria, umana.

Un’ultima citazione, questa volta mirata verso noi scrittori: “Parlando degli scrittori nuovi, Ross dice di temere che «oggi i più superficiali e i meno onesti finiscano col ricorrere al solito espediente retorico di una letteratura e di un pensiero demagogici e nazionalisti». Aggiunge però di sperare «che tra costoro vi siano soltanto degli innocui stupidi». Francamente da Ross non mi aspettavo questa palese contraddizione in termini. Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello di quei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi. Inutile poi aggiungere che niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo.” (La saggezza di Pickwick, pag.99.)

Ecco. Ve lo avevo detto: non averi potuto scrivere cose migliori sul Diario Notturno. Da leggere, imprescindibilmente. O non ci si potrà dirsi del tutto consci della realtà in cui viviamo, nonché di quanto drammatico sia il bisogno di comprenderla per far sì di rinnovarla, anzi, di modificarla a fondo al più presto.

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