Italiani che non sanno l’italiano

Leggo dei risultati dei test INVALSI sui livelli di apprendimento degli studenti delle scuole italiane, dai quali si evince ad esempio che – come è rimarcato su “La Repubblica” –  il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’italiano, e non mi sorprendo affatto.

Non sono sorpreso perché nulla accade per caso, perché la realtà rivela sempre le sue innegabili verità, perché mi guardo intorno e vedo il mondo che abbiamo generato, perché se per lungo tempo si semina la gramigna non c’è da stupirsi se poi non spunti la lattuga, perché un analfabetismo strumentale e funzionale così diffuso nei ragazzi è specchio perfetto di quello dilagante tra gli adulti, sui quali cadono molte delle colpe di questa situazione. I poveri studenti italiani, a ben vedere, non sono solo il risultato finale di un certo processo di degrado culturale ma, cosa ben peggiore, ne rappresentano il fulcro: perché sono quello, vittime dell’ignoranza e della trascuratezza dello stato nei confronti della preparazione scolastica – pilastro fondamentale di qualsiasi società avanzata – ma rappresentano pure la sentenza di condanna a carico dello stato stesso ad una futura (ma prossima) decadenza sempre più profonda e oscura, inesorabile se non si comprende la gravità della situazione, se si continua a trascurare la realtà dei fatti e a ignorare le sue verità, e se non si mettono in atto rimedi immediati e risoluti. Che sono certamente possibili, a patto di manifestare la volontà (politica, in primis) di attuarli: cosa che non vedo così palesata, appunto. Gli studenti italiani non sono affatto il “problema”, anzi: la mia fiducia nei loro confronti resta immutata e assai alta, a patto che vengano messi in condizione di recuperare gli eventuali deficit di apprendimento e culturali segnalati dall’INVALSI: ecco, riguardo a che ciò accada veramente va il mio timore più grande, non ad altro.

D’altro canto, non affermo tutto questo per mia mera opinione ma avendo ben presente (vedi qui) quanto il mai troppo compianto Tullio De Mauro andava denunciando già da diverso tempo al riguardo:

“Il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese ed è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta.”

Aggiungendo poi, non casualmente (dico io), che:

Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un “instrumentum regni”, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.

Un eccellente ed efficace sistema di potere e di controllo delle masse culturalmente impreparate ergo incapaci di comprendere a quale sottomissione siano sottoposte, insomma.

Ecco, il cerchio è di nuovo chiuso. Con tutti noi dentro.

P.S.: peraltro, già due anni e mezzo fa, scrivevo questo al riguardo.

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Tullio De Mauro (1932 – 2017)

1441873704_tullio-de-mauroNella tristezza del momento, piove sul bagnato più melmoso – mi viene da ironizzare amaramente. Se ne è andato Tullio De Mauro, uno dei principali linguisti italiani, “esponente di quella generazione che aveva traghettato la scuola e l’università da contesti di élite ad habitat culturale, civile ed educativo rivolto alla collettività nel suo insieme” come scrive bene Claudio Vercelli. Più pragmaticamente, io ricordo il suo forte impegno in tema di studio e analisi del sempre più diffuso e preoccupante analfabetismo culturale – strumentale e funzionale – in Italia (qui un buon articolo al riguardo), e i suoi allarmi circa i deleteri effetti di tale situazione sullo sviluppo generale del paese:

“Il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese e, a loro avviso, è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta.”

E quanto affermazioni del professor De Mauro come quella seguente sono oggi la fotografia perfetta della realtà di fatto nella quale, ahinoi, ci ritroviamo a (soprav)vivere?

“Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.”

Una perdita veramente grave, di un intellettuale vero, illuminante, di rara intelligenza, sagacia e saggezza, che se ne va nello stesso giorno in cui, nel 1932, nasceva Umberto Eco, del quale era coetaneo: un altro personaggio fondamentale, che ha lasciato un vuoto culturale e intellettuale forse incolmabile.

Spero di sbagliarmi, ma temo che Tullio De Mauro – ed Eco, e i grandi come loro non più tra noi – mancherà, alla cultura italiana, come può mancare un pilastro portante alla base di un palazzo sempre più traballante e bisognoso di nuovi puntelli, se di pilastri per il momento non ve ne sono.

La “buona” scuola è anche una forma di cultura mentale

Qualche giorno fa, in risposta al mio articolo Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro) nel quale il noto linguista disquisiva sul sistema scolastico italiano paragonandolo, seppur indirettamente, a quello finlandese – notoriamente tra i migliori del mondo – Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia, ha scritto un interessante e significativo commento, che a mio modo di vedere riassume ed evidenzia bene alcuni dei punti nodali della “questione scuola” contemporanea.
Ve lo ripropongo ora trasformandolo a sua volta in articolo, appunto per come lo trovi assai meritorio di attenzione e di qualsiasi ulteriore contributo aggiuntivo. Mi viene solo da aggiungere una cosa: si sta parlando di scuola, ovvero di uno dei pilastri fondamentali di una società. Tutti dovremmo tenere ben presente questa cosa, e in primis coloro i quali hanno facoltà di decidere politicamente su di essa, quando invece spesso, negli ultimi anni, l’hanno maneggiata e continuano a maneggiarla come fosse un qualcosa di fastidioso, di ingombrante, di trascurabile se non per mere (e assolutamente bieche) ragioni di convenienza partitica. Come fosse una sorta di scatola, che se messa in verticale piuttosto che in orizzontale o se colorata di rosso piuttosto che di blu di verde potrebbe pure essere gradevole e gradita da qualcuno, ma il cui contenuto sembra non interessare nessuno, neanche chi ne è/sarebbe – istituzionalmente – direttamente responsabile.

4_9 ONLINE NEWS KOULUTUSJARJESTELMATvirgoletteSi potrebbe disquisire per ore sul nostro sistema scolastico. Vediamo la Finlandia come un esempio a cui tendere ma, a mio avviso, ne siamo lontani mille miglia, non per mancanza di capacità, ma per mancanza di mezzi concessi. Finché lo Stato italiano si ostinerà a non incentivare la cultura e la responsabilità del sapere la scuola da sola non può farcela. E qui metto dentro il calderone tutta una serie di questioni che allo stato attuale rimangono irrisolte: mancanza di fondi, inadeguatezza delle infrastrutture in cui lavorare, numero abnorme di alunni per classi in cui dentro mettici pure BES, DSA ecc ecc, poco rispetto dei ruoli, troppa turnazione degli insegnanti a causa del precariato, perciò poca continuità nel metodo d’insegnamento. La scuola finlandese ha locali adeguati e a norma per ospitare ragazzi e insegnanti, si lavora per piccoli gruppi in cui il singolo è seguito e valorizzato, esiste il rispetto esteso alle varie personalità della scuola e il rispetto per il materiale e i locali messi a disposizione. Noi abbiamo classi ghetto (parlo per esperienza), in cui non riesci a curare le eccellenze perché devi rallentare per seguire ragazzi più bisognosi. Le aule sono piccole, ci sono problemi in caso di evacuazione per terremoti o incendi. Il sistema classe non è aperto perché ancora non c’è la cultura della responsabilità. Il ragazzo da noi studia perchè è obbligato e non perchè lo ritiene una risorsa. Infine i genitori remano contro, pensando che gli insegnanti non educhino i loro figli, ma creino abusi di potere se li rimproverano e li riportano all’ordine…. Cosa cambiare per primo, per eguagliare il sistema finlandese? Forse il nostro modo di pensare.

Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro)

Sia chiaro: per “buona scuola” intendo la scuola (e la didattica) di qualità! Nessun riferimento, dunque, a una certa “riforma” che di questi tempi si sta discutendo dalle nostre parti. No, qui l’argomento è serio (!), e Tullio De Mauro ne disquisisce con riferimento all’ambito scolastico finlandese, tra i più avanzati ed efficienti al mondo.
Ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene, la Finlandia, dunque non solo comprendo perfettamente il senso dell’articolo di De Mauro qui sotto riprodotto – pubblicato sul sito web de Internazionale il 23 maggio (vedi qui l’originale), ma posso anche dire di aver visto di persona gli effetti collaterali della bontà del sistema scolastico di lassù: società avanzata, cultura diffusa, senso civico elevato. Tutte cose, appunto, che la scuola deve e dovrebbe essere in grado – ed essere messa in grado – di insegnare fin dall’infanzia. E che – come anche chiosa De Mauro sul finale del suo articolo – fanno la differenza tra una mera riforma politica (qualsiasi essa sia, ribadisco) e un’autentica gestione culturale del sistema scolastico. Coi risultati che possiamo constatare quotidianamente attorno a noi.

TulliodemauroFinlandia: liberi tutti
La Finlandia è la palestra educativa del mondo, scrive Liisa Niveri sullo Spiegel di fine aprile. Dopo Le Monde, The Guardian e Die Zeit anche Der Spiegel torna a dare ampio spazio alle novità che si profilano nella scuola finlandese.
I confronti internazionali sulle prestazioni degli alunni nelle prove oggettive non lasciano dubbi: gli alunni finlandesi contendono a giapponesi e sudcoreani i primi posti nel mondo. Il sistema scolastico tiene insieme la massima inclusività (nessuno è lasciato indietro) e i massimi risultati di qualità, come avviene in Giappone e in Corea del Sud – e in Italia nella scuola elementare. Si cercano i segreti del successo. Il benessere e le scelte soggettive degli alunni sono, a tutti i livelli di istruzione, in primo piano, in un modo che sorprende e spiazza atteggiamenti pedagogici consolidati.
Per esempio, dall’autunno scorso bambine e bambini possono scegliere liberamente tempi e vie per imparare a scrivere: messaggini, computer, stampatello o corsivo a mano. Irneli Halinen, a capo dell’ufficio nazionale per lo sviluppo dei curricoli, spiega che nella media superiore le materie non verranno cancellate, ma, dopo aver studiato la cosa e intervistato singolarmente migliaia di studenti e docenti, si è deciso di favorire sempre di più lo studio attraverso ricerche di gruppo su temi trasversali scelti dagli studenti. Cento o cinquant’anni fa cose del genere suggerirono Édouard Claparède o Guido Calogero. In Finlandia le realizzano.
(Tullio De Mauro)

A proposito di congiuntivo: imparate a usarlo, o f…!!!

Visto che ne ho parlato giusto qualche giorno/post fa riprendendo un articolo sul merito di Gian Luigi Beccaria, ecco un altro di quei “pittoreschi” quadri linguistici della serie Impara… o fottiti, dedicato impara-a-usare-il-congiuntivo-o-fottitiproprio al famigerato modo congiuntivo.
Scommetto che in tanti prenderanno questi risoluti ausili linguistici come cose simpatiche, divertenti o forse superflue, ma anche per questo ne apprezzo la risolutezza, dacché un popolo che non conosca e, peggio, sappia parlare bene la propria lingua è veramente quanto di più assurdo vi possa essere. Sarebbe come assistere a una gara di automobilismo nella quale i piloti partecipanti non avessero la patente e sapessero guidare le proprie auto in modo del tutto dozzinale!
Ma certo – e lo si sostiene pure nel quadro – se molta gente leggesse più libri, forse il tanto bistrattato congiuntivo se la passerebbe un poco meglio…
Cliccate sull’immagine nell’articolo per ingrandire il quadro, mentre qui trovate il post di qualche tempo fa nel quale avevo presentato altri due quadri della suddetta serie. Sarebbe bene diffonderne qualche milione di copie in giro, io credo…