“Tradizioni” italiche

Che meraviglia, questa passione autentica e fervida che da Nord a Sud l’ItaGlia mette nel preservare le sue più peculiari “tradizioni”, vero?
Le quali, con tutta evidenza, fanno pienamente parte della “cultura” popolare nazionale, conosciuta e ampiamente praticata di generazione in generazione, già.

E poi dicono che non ci sono più i valori di una volta! Ci sono eccome, e si fa di tutto perché siano “salvaguardati”, qui.
Proprio meraviglioso, vero?

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La cultura dell’onestà / L’onestà della cultura

Si parla spesso, e giustamente, di cultura dell’onestà, ma forse non si evidenzia a sufficienza che la cultura è onestà. Perché la cultura, per poter essere autentica dote dell’individuo e non mero e sterile ammaestramento, abbisogna di onestà – intellettuale, civica, morale.

Di riflesso, ove si sia disonestà non ci può essere cultura: la disonestà è a tutti gli effetti una condizione di incultura quando non di concreto imbarbarimento. Ne consegue che quella comunità sociale che non salvaguardi e promuova la cultura – intesa come coltivazione della sapienza e sistema condiviso di saperi – sarà inesorabilmente in balia dei disonesti e da questi rapidamente degradata.

Per questo la disonestà non ne vuole sapere della cultura: l’antitesi è totale e, da parte dei primi, ineludibile. È bene non dimenticarlo, quando si abbia a che fare con tale condizione così devastante: la prima difesa da essa – e conseguentemente la prima salvaguardia della cultura – nasce proprio da tale attenzione.

L’unica, semplice salvezza per l’Italia

Luciano Fabro, “L’Italia d’oro”, 1968-71.

Sono sempre più convinto che l’unico modo grazie al quale l’Italia si potrà salvare da una altrimenti inesorabile e definitiva decadenza sia quello di affidarsi in toto al proprio immenso, preziosissimo, inimitabile patrimonio artistico e culturale, un tesoro favoloso che, con tutto quello che ne deriva, da solo può tranquillamente far prosperare l’intero paese, materialmente e immaterialmente. Ciò facendo, di contro eliminando definitivamente qualsiasi assoggettamento al sistema politico-istituzionale vigente, manifestamente nemico del più urbano concetto di comunità sociale ovvero dei cittadini italiani, del loro quotidiano benessere civico, del futuro collettivo, e che già ha reso il paese un’entità pseudo-nazionale in stato profondamente comatoso, sottoposta a un costante, lento soffocamento ormai prossimo al compimento finale. Solo così, affrancandosi da questo veneficio sociopolitico diluito nel tempo e affidandosi a quella sorta di “montagna d’oro” sulla quale l’Italia è seduta – che peraltro salva ancora la nostra reputazione primaria nel mondo a dispetto dello sfacelo istituzionale e delle innumerevoli, croniche deficienze nazionali, ben risapute all’estero – la quale facilmente può porre il paese in posizione di preminenza a livello mondiale.

Sia chiaro: tali mie osservazioni vogliono avere una natura del tutto positiva. Non sto criticando sterilmente nulla, anzi, sto segnalando come la prosperità culturale, economica e sociale dell’Italia sia qualcosa assolutamente a portata di mano e semplicemente attuabile. Serve solo una condizione, fondamentale: che gli italiani ne siano consapevoli e agiscano per conseguire tutto ciò. Perché è vero, ogni popolo ha i governanti (dunque una gestione politica della società a cui appartiene) che si merita, ovvero ogni governante è specchio e manifestazione della società dal quale viene eletto e/o della quale si fa rappresentante. La vera democrazia, in fondo, consiste proprio in questo: non è l’eleggere chi si vuole tra i canditati politici, ma è il non permettere che certi candidati, rappresentanti indifferenziati di un sistema di potere rovinoso e tumorale, assumano e detengano il potere di mandare alla rovina un intero paese. E certamente: per far che ciò avvenga ci vuole cultura, e serve che sia diffusa nell’intera comunità sociale. Una condizione – ribadisco – che sarebbe semplicissima da conseguire in uno stato talmente ricco in tal senso come l’Italia, ma che rischia di diventare l’ulteriore strumento della sua fine civica. Sarebbe semplice, ne sono convinto: come attraversare un ruscello tranquillamente superabile raggiungendo la riva opposta ben più salubre e rigogliosa, e invece non superarlo per paura di bagnarsi le scarpe, ecco.

Di alchimie e ipocrisie

Giovanni Aurelio Augurelli, Vincenzo Casciarolo, Nicola Gambetti, Francesco Maria Santinelli
Li conoscete?
Sono alcuni tra i più famosi alchimisti italiani, gente che ha studiato per una vita intera la trasmutazione dei metalli o la ricerca della pietra filosofale, l’elemento capace di trasformare le cose in oro.
Be’, dei gran perditempo, in pratica.
Sì, perché se invece di cercare il modo di trasformare i metalli in oro avessero cercato e magari trovato come trasformare l’ipocrisia in oro – per il bene dell’umanità, come la filosofia alchemica imponeva – oggi saremmo tutti quanti irreprensibili e miliardari.
Invece, non pochi hanno trovato il modo di ricavare dalla propria quotidiana ipocrisia non tanto oro quanto denaro o altri vantaggi materiali oppure tanti piccoli biechi tornaconti, però a loro esclusivo vantaggio. Ma non sono alchimisti, questi: sono solo dei gran ciarlatani impostori. E ce n’è pieno il mondo, appunto.

Il paese delle seconde “possibilità” – e delle terze, delle quarte…

Tranquilli!
State pure tranquilli, voi politici, voi funzionari pubblici e pure voi, docenti universitari imbroglioni e corrotti! Ora si sta alzando un certo polverone sulle vostre malefatte ma presto, vedrete, le notizie spariranno dai media, la gente si dimenticherà e voi avrete tutto il tempo di aggiustare al meglio indagini e processi e uscire dai vostri guai sostanzialmente puliti, prescritti o, tutt’al più, con condanne irrisorie. Perché lo sapete: l’ItaGlia è quel “grande” paese ove viene sempre offerta una seconda possibilità – di compiere reati impunemente. E una terza, una quarta, una quinta… senza contare che, se si mette proprio male, c’è il Parlamento sempre pronto ad accogliervi.
Amen.