“Fede” e crimine, un’alleanza incrollabile

Costantemente confermata nel tempo, è sempre parecchio emblematica la stretta commistione tra criminalità (di vario genere) e “fede” religiosa. L’ultimo caso (si veda qui) è quello di Maurizio Tramonte, condannato all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, mai dichiaratosi pentito e latitante fino a ieri quando è stato arrestato a Fatima. In Portogallo Tramonte era arrivato in auto dopo aver attraversato Spagna e Francia per affrontare un “percorso spirituale” (!) che a Pasquetta l’aveva invece portato a Lourdes.

Ah-pperò! – mi viene da dire.

D’altro canto, appunto, quello di Tramonte è solo l’ultimo di una infinita serie di altri casi dei quali è tappezzata la storia, quella italiana in particolare – basti citare la tradizionale, grande devozione dei boss mafiosi, peraltro ben supportata da certa (non piccola) parte del clero.
Da tali semplici annotazioni possono partire innumerevoli e assai poliedriche riflessioni al riguardo, inutile dirlo: d’altro canto la cronaca offre quotidianamente notizie riguardo reati d’ogni genere e sorta compiuti in nome di un “dio” o basati su convinzioni religiose deviate.
Aggiungo dunque solo un’osservazione: che, di nuovo, a subirne le conseguenze – oltre a troppi innocenti trucidati da criminali col santino in tasca – sono la fede e il senso di spiritualità più autentici, e proprio da chi crede di essere (e pretende di farsi credere) un devoto e pio osservante. Anche in tal caso nulla di nuovo sotto il Sole, da parecchi secoli a questa parte.

N.B.: l’immagine in testa al post è tratta da qui.

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Una risposta per Capaci, 25 anni dopo

A 25 anni dalla strage di Capaci – data tragicamente fondamentale nella storia d’Italia contemporanea, ben al di là del mero valore delle annuali commemorazioni – e proprio riflettendo sulla sua spaventosa consistenza storica, mi viene da ritenere che la domanda fondamentale da porsi, ancor più di quelle su chi sia stato, sul “come” e sul “perché”, che ho visto riportate dai media in questi giorni, è: la morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti gli altri funzionari dello Stato Italiano che hanno veramente combattuto la malavita organizzata rimettendoci per questo la vita, è servita a qualcosa? E non lo chiedo riguardo tanto la consapevolezza civica diffusa nella società in tema di mafie, quanto circa la realtà concreta della lotta dello Stato verso le mafie.

Perché – inutile rimarcarlo – se la perdita di tutti quegli uomini così valenti, fossero procuratori, giudici, funzionari delle Forze dell’Ordine o semplici agenti, non fosse servita allo Stato per sradicare nella maniera più incisiva e profonda possibile la presenza della malavita organizzata dal proprio corpo istituzionale e dalla società civile sottoposta, sarebbe per lo Stato stesso una colpa di gravità inaudita. O, per dirla altrimenti, un’ammissione di colpevolezza.

Dopo 25 anni dall’eccidio di Capaci, penso sia il caso di dare una risposta, a questa domanda. La coscienza civica nazionale non può e non deve avere macchie, in questo caso.