Ciclovie montane e dissesto ambientale, come volevasi dimostrare

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi.]
In uno dei numerosi post che fino a oggi ho dedicato al tema delle nuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stanno turistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto della manutenzione di queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.

Chiedevo, al riguardo: visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica,

  • la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
  • È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
  • Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
  • Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
  • E quale ente pubblico deve pensarci?

Bene (si fa per dire): il sito di informazione “Valbiandino.net” pubblica le foto di Giovanni Sanelli (le vedete qui sotto) che testimoniano lo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie, come sottolinea giustamente il sito, per la cui realizzazione vengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.

Converrete che non serva commentare oltre.

Però una cosa la aggiungerei. Questi inutili disastri imposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismo invasivo e banalizzante senza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità, non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tutto per il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se non sempre o quasi, opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata a dinamiche e interessi che non c’entrano nulla con la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.

Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro, devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali. E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatore autenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista, spero capisca sempre di più che opere del genere non vanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmente prima che si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questo minimo tanto quanto fondamentale buon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. O non pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.

E intanto noi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni. Contenti?

Le nuove ciclovie montane tra “supercazzole” istituzionali, pareri autorevoli e domande ineluttabili (nonché un rifugio bellissimo!)

[La testata della Val Biandino chiusa dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine di Daniel Nicoli tratta da www.orobie.it.]
Torno sul “caso” della nuova ciclovia in costruzione tra la Bocca di Biandino e la Bocchetta di Camisolo (2011 metri di quota), sullo spartiacque tra la Valsassina e la Val Brembana, sulle Alpi Orobie Occidentali (e di rimbalzo torno pure sulle tante altre strade simili in costruzione): un’opera che di recente ho stigmatizzato in questo articolo non solo per l’impatto che sta generando sul versante montuoso che risale ma pure per le “motivazioni” (virgolette necessarie) con le quali la si vorrebbe giustificare: «mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali». Una “supercazzola” ampiamente forzata con la quale si tenta di nascondere (fallendo nell’intento) l’ennesima opera di turistificazione consumistica imposta alle montagne; ma, appunto, ho già detto cosa ne penso al riguardo qui.

Di recente l’amica Arianna Cecchini, accompagnatrice di media montagna iscritta al Collegio Guide Alpine Lombardia, dunque una professionista della frequentazione escursionistica sostenibile che di mestiere porta la gente in montagna, è passata da quelle parti e mi ha inviato alcune altre immagini fotografiche (le vedete qui sopra) che vanno ad aggiungersi alla serie che corredava il mio articolo precedente, a ulteriore testimonianza dello stato delle cose. Le ho chiesto un parere al riguardo e così mi ha risposto:

È un’opera turisticamente superflua. La zona è ampiamente accessibile attraverso sentieri agevoli in un contesto montano di grande bellezza che proprio a piedi si apprezza al meglio. Inoltre, nel tratto tra la Casa Alpina Pio X e la Bocchetta di Camisolo, il tracciato della ciclovia, pur più stretto rispetto alla prima parte (che è largo 2 metri, mentre il successivo dovrebbe essere da 1,20 metri – n.d.L.), va a intaccare una zona particolarmente bella, di notevole fascino alpestre (la vedete nell’immagine qui sotto – n.d.L.) che ancora di più necessità di una fruizione consona, cioè lenta e attenta, al luogo e alle sue caratteristiche, anche per la storia mineraria secolare che lo contraddistingue. Non so proprio come una banale infrastruttura turistica come questa ciclovia può rispettare l’ambiente della zona e la sua identità storica e culturale. E non capisco quale modello di frequentazione turistica del luogo vuole imporre e con quali vantaggi, se ce ne sono, oppure danni, che forse già ho visto, per il territorio.

C’è un’altra questione legata a tutte queste opere della quale non ho scritto nel precedente articolo, inevitabile ad esse eppure puntualmente trascurata se non ignorata dai loro proponenti: e la manutenzione della ciclovia? Visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica, è stata prevista? È stato elaborato un piano di manutenzione ordinaria dell’opera? Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte? Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo? E quale ente pubblico deve pensarci?

[Una ciclovia in Valmalenco, durante la sua realizzazione e dopo un solo anno di transiti ciclistici, piogge e nevicate.]
Sono domande (ne potrei fare molte altre simili) che sorgono inevitabilmente nel constatare lo stato di opere simili, anche solo pochi mesi dopo la loro realizzazione – magari presentata dei proponenti con la stessa pompa magna supercazzolare che accompagna i progetti, vedi sopra – e a seguito di qualche violento nubifragio o dopo la neve e le gelate invernali. Uno stato delle cose desolante e irritante per la gran parte di queste opere, dimenticate dagli stessi enti che le hanno patrocinate e sostanzialmente abbandonate a se stesse e a chi le fruisce, almeno fino a che i danni che presentano non le rendano praticamente impercorribili.

Poste queste considerazioni inevitabili, ribadisco, alle quali qualche soggetto istituzionale dovrebbe di logica rispondere, la chiosa più bella e consona al caso la trovo nel sito web del Rifugio Grassi (nelle immagini qui sopra), che si trova appena oltre la Bocchetta del Camisolo sul versante bergamasco della dorsale, è tra i più rinomati delle Alpi lombarde ed è gestito da anni da Anna e Amos, una coppia di capanàt (con figli) meravigliosa. Così scrivono nella sezione del sito dal titolo “Filosofia”:

Siamo consapevoli che l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo è un ambiente unico, bellissimo e fragile. Per questo proviamo a rispettarlo, a far pesare il meno possibile la nostra presenza sulla montagna: le popolazioni delle Alpi prima di noi hanno vissuto per almeno 5000 anni in armonia col loro ambiente, modificandolo senza distruggerlo. Ti chiediamo di apprezzare questo nostro essere fuori dal mondo, anche se ti costerà qualche perplessità e lo sforzo di adattarti a una realtà a cui non sei abituato. Siamo certi che la meraviglia di un’alba o di un tramonto dalla Grassi, magari sul pascolo innevato, ti ripagheranno del sacrificio.

Ecco: vista la nuova strada ciclabile in costruzione e tutte le altre discutibili opere di turistificazione montana simili nella forma, nella sostanza e nei danni inferti ai paesaggi che coinvolgono, alle parole di Anna e Amos converrete che non c’è molto altro da aggiungere.