L’imprescindibile Antonio Cederna

Il 27 agosto scorso sono passati trent’anni esatti dalla scomparsa di Antonio Cederna, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento nonché un fondamentale attivista della tutela ambientale quando ancora non esisteva il termine “ambientalismo” nell’accezione oggi diffusa.

Per varie ragioni arrivo solo ora a proporre un omaggio a Cederna nell’occasione della ricorrenza trentennale, ma ritengo doveroso farlo perché il grande intellettuale di origine valtellinese (all’omonimo nonno Antonio, grande appassionato di montagne, è intitolato un celebre bivacco posto a 2585 metri di quota in alta Val Forame, tra le vette retiche che sovrastano la media Valtellina e Sondrio [1]) è tutt’oggi un punto di riferimento imprescindibile e indispensabile per chiunque abbia a cuore la salvaguardia dei territori e dei paesaggi naturali, i cui pensieri al riguardo vanno letti, riletti e tenuti ben a mente perché rappresentano dei princìpi di assoluto valore culturale – nel senso più ampio e necessario del termine.

Siccome non ho certamente la pretesa di potermi mettere sullo stesso piano di una figura così importante e illuminante pensando per ciò di disquisirne compiutamente, e sapendo sul web è possibile trovare moltissima documentazione sulla sua vita e sulle opere (vi do una mano anch’io al riguardo, in calce a questo articolo), il mio omaggio lo voglio articolare su una selezione personale degli stessi pensieri di Cederna, sulle parole proferite nel tempo con le quali ha cercato di far capire alla società civile italiana la necessità assoluta di tutelare il territorio nazionale e i suoi paesaggi, tanto quelli ancora incontaminati quanto gli altri nei quali l’uomo lungo i secoli ha saputo trovare un’armonia e una relazione che li ha umanizzati (come avrebbe detto qualche anno dopo Eugenio Turri) in maniera virtuosa, ben diversamente di ciò che è accaduto altrove quando la tutela ambientale non solo è stata trascurata ma addirittura calpestata, ritenuta un ostacolo, un impedimento, un fastidio. Con le conseguenze che oggi possiamo constatare un po’ ovunque nel nostro paese, e sulle montagna in modi particolarmente evidenti e sconcertanti.

Parole e pensieri, i suoi, che a volte  – ad esempio quando fu «indignato speciale» per il “Corriere della Sera”, presero la forma di spigolature sarcastiche e taglienti: definì l’Italia sempre così carente di cura e sensibilità verso il suo territorio

Paese a termine;

Espressione topografica delle manovre della speculazione e della rapina privata;

Crosta repellente di cemento e asfalto;

Città a macchia d’olio,

con quest’ultima intuendo il fenomeno oggi definito dello sprawl urbano, cioè l’espansione rapida e disordinata di una città verso le aree periferiche e rurali, caratterizzata da una bassa densità abitativa e da una scarsa pianificazione.

Parimenti parlava già mezzo secolo fa dell’Italia come del

Paese delle eterne emergenze, delle calamità ‘naturali’ solo per ipocrita convenzione

e, in tema di esondazioni e dissesti idrogeologici, male cronico del territorio italiano, parlò di

Alluvioni programmate: l’Italia annega nell’imprevidenza.

Definì la già allora cementificatissima riviera romagnola

Crosta adriatica,

assimilò il Colosseo, per come veniva considerato, a un mero

Spartitraffico

e, in generale, i beni culturali italiani alle vacche sacre dell’India,

Intangibili, ma indesiderati.

Non le mandava certo a dire, insomma. Fin dagli anni Cinquanta Cederna, articolista per “Il Mondo”, denunciava

Le arretratezze culturali della classe politica e di quella accademica e la loro acquiescenza nei confronti degli interessi privati più retrivi e aggressivi

e

I guasti di un capitalismo distorto che si pone al riparo dal rischio d’impresa rifugiandosi nella passività della rendita immobiliare e fondiaria o nella corruzione», invocando «la difesa della pianificazione pubblica e per la salvaguardia della natura e del territorio nel suo complesso perché bene non reintegrabile.

Notate come tali considerazioni siano assolutamente valide anche oggi, a settant’anni di distanza, se non anche più di allora viste certe cose che accadono – anzi, che continuano a accadere e in modo crescente – soprattutto – anzi, regolarmente – per responsabilità politica.

Nel 1961 su “Casabella” scrisse che

La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti.

Nel 1967 sul “Corriere della Sera” rimarcò che

La guerra alla natura in Italia continua. I disastri che affliggono periodicamente il nostro Paese, ultimi quelli del novembre scorso, non ci hanno ancora aperto gli occhi sui pericoli che questa guerra comporta,

mentre nel 1975 nel libro “La distruzione della natura in Italia”, contestò

La visione della natura come paesaggio inteso quale sommatoria di panorami e quindi prevalentemente interpretato nelle valenze estetiche.

Be’, mi pare che siamo rimasti come allora: cittadini con ben poca dignità e per di più miopi, se non proprio ciechi, sui disastri che devastano il territorio italiano, ma intanto ci facciamo i selfie con i “posti mozzafiato” e da «effetto wow!», già.

Infine (potrei andare avanti a lungo, ma non voglio diventare tedioso ovvero fonte – indiretta – di ulteriore sconcerto), le sue parole che più ho a mente, dedicate nello stesso libro appena citato alle montagne – avendo negli occhi e in mente quelle della sua Valtellina, mi viene da immaginare – e incredibilmente premonitrici riguardo la loro tutt’oggi irrefrenabile turistificazione, la devastazione, il consumo, lo svilimento dell’anima dei luoghi e delle loro comunità, che proprio nei territori olimpici di Milano-Cortina 2026, dunque anche in quelli valtellinesi – hanno conseguito nuovi apici di insensatezza in forza di tanti degli aspetti che ritrovate nelle parole di protesta e biasimo vecchie di decenni di Cederna citate fino a qui, ma, come detto, assolutamente attuali:

Osservo con sgomento l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore […] in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici.

Parole che ho già riproposto tante volte qui sul blog e continuerò a farlo, come “mi” indica lo stesso Cederna che nel 1980 osservò:

Scrivo da sempre lo stesso identico articolo, finché le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose.

Ecco, resterò «imperterrito» quanto più possibile, e mi auguro lo vorrete, potrete e saprete essere anche voi che avete letto fin qui, di fronte a certi disastri cagionati alle nostre montagne e ogni altro territorio e paesaggio italiano. Grazie, Antonio Cederna, per questi imprescindibili insegnamenti: personalmente li terrò sempre nella mente e nell’animo.

N.B.: questa è la sitografia utilizzata per la stesura dell’articolo, nella quale potete trovare molte altre cose sull’opera e il pensiero di Cederna:

P.S.: anche per questa ricorrenza trentennale dalla morte, come per il centenario dalla nascita nel 2021, dalle istituzioni e dalla politica non è giunta alcuna commemorazione. Un silenzio da permanenti scheletri nell’armadio, mi viene da pensare.

[1] Dal 1980 il bivacco è stato denominato Capanna Cederna-Maffina, unendo al nome di Antonio Cederna quello dei fratelli Fedele e Attilio Maffina, due giovani alpinisti valtellinesi scomparsi tragicamente nel giugno del 1978.

Sugli apres ski in montagna: quant’è sottile il confine tra “accettabilità” e “indecenza”?

[Un apres ski a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Nelle scorse settimane, anche a seguito di alcuni articoli che ho dedicato al tema, ho ricevuto molti messaggi da amici e conoscenti riguardo gli “apres ski”, un’usanza che, a quanto sembra, si sta diffondendo sempre più e da alcuni è ritenuta addirittura alternativa allo sci sempre più in difficoltà.

Sono messaggi variamente (e per me comprensibilmente) critici, visto come tanti di quegli eventi si manifestano, sostanzialmente trasformando angoli montani in quota, anche oltre i 2000 metri, in vere e proprie discoteche all’aperto. Gli apres ski ci sono sempre stati, sia chiaro, ma in passato con modalità di ben più basso profilo e molte meno pretese di quelli attuali.

Per quanto mi riguarda, al netto del modello di fruizione della montagna sottinteso a questi apres ski, che non gradisco, non avrei nulla contro. Anzi, è bello divertirsi in compagnia dopo una giornata di sci e tirare l’ora di cena con il sottofondo di una buona musica. Ma perché devono esagerare così tanto, quelli che li propongono? Luci stroboscopiche, laser, musica sparata a decibel da concerto, casino senza limiti, in montagna tra i boschi e come detto, a volte a quote elevate e in luoghi prossimi a zone protette… ma che senso ha? I limiti, appunto: sono in montagna, non in una piazza cittadina o, appunto, in un locale al chiuso, ve ne rendete conto? Temo di no, dunque temo che ignorino o trascurino del tutto cosa comporti l’essere in ambiente naturale, peraltro in uno dei più meravigliosi e delicati che abbiamo a disposizione, che si dice da decenni e in mille modi di dover tutelare e valorizzare al meglio! Che li facciano quanto volete gli apres ski ma, maledizione, datevi un limite di decenza ambientale!

D’altro canto che ne direbbero, quelli che gli apres ski organizzano e cui partecipano, se nella loro discoteca o nel disco bar preferiti in città al venerdì e/o al sabato sera organizzassero tornei di scacchi o letture di poesie delle avanguardie del primo Novecento, eventi per i quali occorre silenzio e contegno pressoché assoluti? Ovviamente, non sarebbero i luoghi adatti per ospitare eventi del genere. E perché invece alla montagna, anche a quella già antropizzata dalla presenza di impianti e piste da sci, possono essere imposti eventi così dissonanti e fuori luogo? Che senso ha, che idiozia è mai questa?

Per ogni cosa ci vuole buon senso, congruità e senso del limite. Posti tali semplicissimi (per una società civile) princìpi, a mio modo di vedere si può fare di tutto. Anche gli apres ski, in un ambito di regole ben chiare nei riguardi dei luoghi e delle loro specificità, da rispettare da chiunque. Per essere chiari: nel caso di situazioni di eventi con discoteca all’aperto o musica dal vivo rimane sempre vigente il limite dei 95 dBA a centro pista richiesto dal DPCM 215/99, ma ogni comune può chiedere limiti più stringenti – ad esempio, può essere chiesto un limite su base oraria di 65-75 dBA alla facciata delle case più vicine e quindi a centro pista il livello scende. Certi locali nei comprensori sciistici non hanno case intorno, ovvio, ma hanno qualcosa di ancora più delicato e da tutelare sia materialmente che immaterialmente ovvero culturalmente: la Natura. Pensare di poter sparare la musica ai livelli acustici di una discoteca in città o sulla spiaggia di Riccione anche a 2000 metri di quota non è solo una cretinata formale, ma pure una grande manifestazione di inciviltà e volgarità. In ambito montano all’aperto basterebbero livelli di decibel ben più bassi, ci si divertirebbe alla grande lo stesso (se si è persone normali, ovviamente). Senza contare che esiste pure la silent disco, a ben vedere!

Dunque, detto ciò: che si aspetta a manifestare più decenza, in tanti di questi apres ski? Ribadisco il mio pensiero: liberissimi di farne quanti ne vogliono e di divertirsi un sacco, quelli che li propongono nei loro locali in montagna, ma con senso del limite e decenza! Altrimenti non si potrà che dar ragione piena ai tanti che al riguardo si dicono radicalmente critici – e, ripeto, con i quali dal punto di vista culturale non si può che essere d’accordo a prescindere, già.

Le “montagne” dello sci alpino, oggi

Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.

Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.

Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.

«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.

P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.

La neve artificiale di Milano Marittima

A leggere notizie del genere (cliccate sull’immagine per leggerla pure voi) mi vengono in mente le immagini di certe sfilate di moda di grandi stilisti nelle quali vengono proposti abiti di una bruttezza infinita che renderebbero ridicolo chiunque li indossasse, anche la persona più bella. Eppure sono abiti che qualcuno comprerà a cifre iperboliche solo perché capi di quel tal gran stilista e indosserà rendendosi inesorabilmente ridicolo, appunto – ma ovviamente pensando invece di essere il più “figo” di tutti.

Ecco, certi gestori del turismo contemporaneo mi pare si comportino allo stesso modo: sanno* di proporre delle stupidaggini colossali, ma sanno pure che comunque moltissimi apprezzeranno e accorreranno per “goderne”, pensando che sia una “figata” e di essere parimenti “fighi” loro che ci si divertiranno, non essendo in grado di capire quanto invece il tutto sia – e renda il fruitore – incredibilmente ridicolo.

D’altro canto il turismo di massa contemporaneo deve ormai ricorrere a tali grottesche “attrazioni” per autoalimentarsi, coltivando di conseguenza un pubblico – mi permetto di dire – dalla qualità sempre più scadente il quale farà degradare di conseguenza l’immagine e l’identità del luogo. Il qual luogo, ovvero la comunità che lo abita sulla quale ricadono gli effetti di quel tipo di turismo, è il soggetto che può assentire a tutto questo oppure che ha facoltà di opporsi: ma deve essere ben conscio di dove si trovi la linea oltre la quale si entra nell’ambito del ridicolo, ribadisco. Un ambito dal quale è ben difficile tornare indietro.

*: naturalmente si può discutere sul fatto che il presupporre che lo sappiano sia da considerare a discolpa di quei gestori oppure quale aggravante circa il loro operato.

P.S.: in ogni caso, nonostante quanto sopra, quello della moda resta un settore affascinante e rispettabile ben più di quanto lo sia il turismo, in certe sue circostanze.

Ultrasuoni #15: Casadei

No no, io non l’ho mai ascoltato Raoul Casadei con la sua orchestra.

Anzi, sì invece: io li ho ascoltati un sacco di volte, i Casadei, e come me quasi tutti voi che state leggendo questo articolo, immagino. Perché non c’è stata località di villeggiatura, di mare e non solo, non c’è stata vacanza soprattutto estiva, non c’è stata sagra di città o di paese, festa, serata danzante, mangiata tra amici nella quale non sia risuonata la melodia di uno dei brani composti dai Casadei, così come ci sono state centinaia di spot pubblicitari, spettacoli e programmi Tv, film più meno conosciuti che hanno utilizzato qualcuno dei più suoi celebri pezzi. Non solo: mi viene da immaginare che, forse anche più di Modugno, Battisti, Baglioni e di qualsiasi canzone che ha fatto la storia della canzone pop(olare) italiana, noi tutti, anche senza essere degli appassionati di ballo (e io men che meno) ci siamo ritrovati a canticchiare pezzi come Romagna Mia, Simpatia, Ciao Mare, La Mazurka di Periferia, Romagna e Sangiovese. Perché come pochi altri, forse come nessuno, i Casadei, guidati da Raoul, sono stati il gruppo musicale nazional-popolare italiano par excellence, geograficamente referenziato (Romagna über alles, appunto) eppure nazionalmente riconosciuto e apprezzato.

Insomma: il “Re del Liscio”, come veniva chiamato Raoul Casadei non senza una punta di ironia e di leggerezza, è invero da considerare un vate tra i principali della musica popolare italiana: vacanziera, banalotta, disimpegnata e casereccia quanto si vuole ma, io credo, comunque meno di quella proposta dai “Sanremi” d’ogni tempo, dai talent contemporanei e da quant’altri “fenomeni” musicali in circolazione, già.

Per tutto ciò, l’omaggio a Raoul Casadei è assolutamente doveroso. Anche se non li ho mai (consapevolmente) ascoltati, i Casadei: però riguardo loro e quanto hanno fatto «massimo rispetto!», come si usa dire.