Entro fine luglio sapremo le sorti dell’Alute di Bormio: una piana agricola distrutta o un paesaggio culturale salvato?

Nel 1955 venne pubblicato “Il tunnel sotto il mondo”, romanzo di fantascienza dello scrittore statunitense Frederik Pohl, che racconta di una società totalmente asservita ad un immaginario potere temporale che la costringe a vivere perennemente un fantomatico “32 luglio” (che ovviamente non esiste nel calendario) ripetendo all’infinito la stessa giornata, nella stessa città, con le stesse persone e compiendo le stesse azioni. Dietro la propria veste fantascientifica, il libro rappresenta in realtà una critica, per certi versi preveggente, all’allora già crescente “civiltà” dei consumi.

Ecco: chissà che entro non l’inventato “32 luglio” ma il ben esistente 31 luglio (dell’anno corrente) si decidano le sorti invece di un territorio che un certo “potere temporale” continua a voler asservire al consumismo turistico e cementizio più bieco: la piana dell’Alute di Bormio, l’ultima grande area agricola e di notevole pregio paesaggistico, ambientale, storico, culturale del fondovalle bormino, minacciata dalla ormai famosa e famigerata “tangenzialina” che la devasterebbe soltanto per portare più rapidamente i turisti alla partenza degli impianti di risalita nonché, di fatto, offrendo la piana e il suo ambiente naturale alle mire di immobiliaristi, palazzinari e chissà di chi altro del genere – ne ho scritto varie volte, si veda qui.

Una strada che non solo si mangerebbe l’Alute degradandola irrimediabilmente (pensate a dei campi agricoli secolari a 1200 metri di quota sullo sfondo di meravigliose montagne nel cui mezzo ci passano migliaia di auto, moto, bus) peraltro senza migliorare la viabilità locale con il rischio anzi di aggravarla, ma che si vorrebbe costruire nella golena di un torrente (il Frodolfo) negli ultimi anni più volte esondato, e interferirebbe con aree a rischio di dissesto idraulico e idrogeologico oltre che di notevole valore naturalistico, soprattutto per l’avifauna. Inoltre, un’opera compresa nel “pacchetto olimpico” di Milano Cortina per la quale a fine 2021 si diceva che la «conditio sine qua non è che l’opera venga ultimata prima dell’inizio delle Olimpiadi»: be’, la tangenzialina non è stata realizzata per i Giochi ma ancora il Comune di Bormio e Regione Lombardia vorrebbero a tutti i costi conficcarla nell’Alute, ovviamente a spese di noi contribuenti per la cifra di 7 milioni di Euro. E ciò nonostante la gran parte della comunità locale si sia espressa più volte contro l’opera, formando un comitato ammirevolmente attivo e combattivo nella difesa della piana, i “Bormini per l’Alute” altresì denominatosi “Comitato a Tutela dell’Alute”.

Scrivevo delle sorti dell’Alute legate al mese corrente perché entro luglio (cioè il 31 del mese e giammai per il 32, sperabilmente!) il TAR della Lombardia dovrà esprimersi sulla vicenda, come riferisce un ottimo articolo su “Altraeconomia” firmato dal direttore Duccio Facchini, nel quale viene riassunta dall’inizio l’intera storia della Tangenzialina mettendo in evidenza i numerosi aspetti discutibili, le tante contraddizioni e il deprecabile comportamento dell’amministrazione comunale bormina che ha dimostrato tanto una costante mancanza di interesse e cura per la piana e il suo grande valore comunitario, quanto ha trascurato e negato la più ordinaria, democratica interlocuzione con la comunità. È un articolo da leggere, per capire meglio l’intera vicenda, la sua (per molti aspetti) assurdità e per comprendere perché la difesa dell’Alute, lo dico da sempre ovvero fin da quando venni a conoscenza del caso, è un’azione tra le più emblematiche a salvaguardia non solo del luogo specifico ma di tutte le nostre montagne nonché, forse soprattutto, del nostro benessere nel viverle e frequentarle, anche da semplici gitanti.

Lo stop alla strada nel Vallone di Sea è un caso esemplare per tutte le nostre montagne

Mentre su certe montagne alcuni amministratori pubblici privi di sensibilità verso i propri territori realizzano – o vogliono realizzare – nuove strade a gogò prive di utilità ma con fini meramente turistici, su altre montagne fortunatamente strade simili vengono fermate da sentenze giuridiche e, ancor prima, dalla massa critica e dalla cittadinanza attiva di molti appassionati di montagna, del luogo e non.

È il caso esemplare del Vallone di Sea, in Piemonte, straordinario esempio di scenario incontaminato delle Alpi italiane il cui territorio dalla frazione Forno Alpi Graie del Comune di Groscavallo (Torino) giunge ai 3.100 m del Colle di Sea, segnando il confine di stato con il dipartimento francese della Savoia. Il Vallone rappresenta uno degli angoli più suggestivi e selvaggi dell’intero arco alpino, peraltro molto vicino a realtà naturalistiche di grande fama come il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parc National de la Vanoise in territorio francese. Grazie alle sue pareti ricche di fessure e di spigoli strapiombanti, Sea è considerato uno dei più rinomati paradisi dell’arrampicata delle Alpi occidentali, sempre più conosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel Vallone il Comune di Groscavallo avevo progettato una strada forestale larga due metri e mezzo che avrebbe permesso di raggiungere un alpeggio situato a 1500 metri di quota: ma si trattava di un terreno non più utilizzato e difficilmente recuperabile a fini di pastorizia, il che fa immaginare che vi fossero altri fini, molto meno consoni al luogo, alla base della strada. La Regione Piemonte aveva espresso un parere tecnico contrario all’opera per i pericoli di frane, valanghe e smottamenti presenti in loco, ma il Comune si era appellato ad una recente legge (n. 10 del 4 aprile 2024) sempre emanata dalla stessa Regione (!) che ha trasferito ai sindaci la competenza per autorizzare interventi su aree inferiori ai 10000 metri quadrati o scavi sotto i 5000 metri cubi.

Fortunatamente il TAR del Piemonte ha invece bloccato definitivamente la strada in forza dei numerosi errori progettuali e delle contraddizioni nelle valutazioni tecniche condotte dall’amministrazione di Groscavallo, oltre che per vari cavilli burocratici. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso dell’Associazione Tutela Ambientale (ATA), che aveva riunito sotto il proprio ombrello una larga fetta non solo della comunità, ma anche degli appassionati di alpinismo ed escursionismo, tra cui il Gruppo Valli di Lanzo in Verticale, il Collettivo Workless, Mountain Wilderness, le sezioni Torino e UGET Torino del Club Alpino Italiano, la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti, il Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Occidentale. Un merito fondamentale va dato alla tenacia dei rappresentanti dell’ATA, piccolissima associazione che ha saputo scardinare il troppe volte perverso meccanismo dei fondi pubblici erogati a pioggia per opere prive di utilità e dall’impatto inaccettabile: un meccanismo visto da certe amministrazioni come la manna dal cielo senza che venga posto il benché minimo dubbio sui reali bisogni che il territorio e la cittadinanza invece richiedono.

La notizia, dunque, è ottima sotto molti punti di vista, ma non tutti. Già, perché in realtà è triste constatare che troppo spesso sulle nostre montagne vi siano amministrazioni pubbliche che impongono opere palesemente sbagliate e nocive per i territori manifestando la carenza di sensibilità, competenze, attenzione e visioni verso le loro stesse montagne. E se è bellissimo ciò che le comunità civile che ha fatto massa critica ha saputo ottenere, è triste pensare che dove non vi sia una tale mobilitazione dal basso e la volontà di agire attivamente contro certe opere, i loro promotori hanno ben pochi ostacoli da affrontare e sovente al riguardo possono fare il bello e il cattivo tempo. Inoltre, è altrettanto triste accertare che in Italia, per contrastare tali opere così sbagliate quando non disastrose per i territori cui vengono imposte, si debba essere assistiti da studi legali e andare per le vie legali, dunque che la voce della ragione di coloro che veramente hanno a cuore le sorti dei territori in questione rimanga spesso inascoltata e magari pure sbeffeggiata o censurata. Dov’è la democrazia, in questi casi? Che fine fa la rappresentanza politica? E tutte le belle parole istituzionali sulla sostenibilità e la salvaguardia ambientale?

In ogni caso quella che giunge dal Vallone di Sea è una bellissima notizia e un caso esemplare, come dicevo, perché dimostra che certi disastri sulle montagne si possono fermare se lo si vuole e ci si impegna con passione per ottenerlo. Per questo ulteriore motivo da oggi Sea diventa un luogo ancora più emblematico delle e per le montagne italiane, da guardare con grande ammirazione e dal quale farsi fattivamente ispirare.

N.B.: le informazioni per la redazione di questo articolo le ho tratte dalle seguenti fonti:

Le foto sono tratte dal sito web del FAI – Fondo Ambiente Italiano.