L’Alute di Bormio è salva e non sarà più devastata. Forse questa è la volta buona?

La piana dell’Alute di Bormio, uno dei luoghi più importanti di tutta l’alta Valtellina, ultima grande area rurale della conca bormina e dimora d’elezione come poche altre del suo Genius Loci, forse è salva e non sarà devastata dalla nuova grande strada a mero uso turistico – la cosiddetta “Tangezialina” – che vi era stata progettata.

Almeno questo è ciò che si deduce dagli articoli di stampa (qui ad esempio) che dal pomeriggio di lunedì scorso, 12 ottobre, riferiscono sul risultato del confronto istituzionale tra Regione Lombardia, Provincia di Sondrio e amministrazioni comunali dell’Alta Valtellina presentato a Palazzo Lombardia, a Milano, per il quale la “Tangenzialina” non è più considerata un’opera “prioritaria” (faceva parte anche delle infrastrutture olimpiche, peraltro), e i fondi ad essa riservati verranno dirottati su un altro progetto viabilistico in zona. In realtà, il progetto della “Tangenzialina” rimarrà nella disponibilità del Comune di Bormio, ma privo della necessaria copertura finanziaria: spetterà quindi all’amministrazione locale, attuale o futura, decidere se considerare ancora prioritaria l’opera e cercare eventuali nuove risorse per realizzarla.

Ecco, queste ultime osservazioni motivano il «forse è salva» che ho scritto poc’anzi. Il Sindaco di Bormio ha affermato che «Dal punto di vista di questa amministrazione, sicuramente il progetto va nel cassetto», non che sarà gettato nel cestino o altro di totalmente rassicurante. Ricordo bene che pure nell’agosto 2023 sembrava che la “Tangenzialina” fosse stata fermata, e ne scrissi qui sul blog esprimendo qualche dubbio al riguardo: infatti di lì a poco l’iter del progetto ripartì. Purtroppo in un paese come l’Italia nel quale da sempre «la situazione politica è grave ma non seria», come disse Ennio Flaiano, bisogna sempre andarci con i piedi di piombo.

In ogni caso, prendendo per effettivo e attendibile quanto hanno riferito gli organi d’informazione, è senza alcun dubbio una bellissima notizia. La vicenda dell’Alute con il tempo si è palesata come una delle più emblematiche nelle Alpi in tema di sfruttamento eccessivo e scriteriato del territorio montano da un lato, e di salvaguardia non solo e non tanto ambientale ma ancor più paesaggistica culturale, sociale, antropologica del luogo. Non c’è in gioco solo una porzione di terreno da secoli ad uso agricolo e tra le poche non ancora urbanizzate della zona, ma l’anima del territorio, della sua comunità e l’identità culturale dell’intera conca bormina, dunque anche dei suoi abitanti, il senso del contesto, la coscienza di luogo. In un territorio già ampiamente antropizzato e turistificato come quello di Bormio, dare in pasto anche l’Alute alla speculazione urbanistica e chissà poi a cos’altro (fatta la strada con tanto di urbanizzazioni, credete che in breve tempo altre lottizzazioni di varia natura non sarebbero seguite, cementificando in breve tempo l’intera piana?) significherebbe la morte culturale del luogo. Un’ipotesi che cadrebbe come un macigno distruttivo sulla comunità locale e sul suo futuro: qualcosa di totalmente inammissibile, visti anche i notevoli problemi demografici che già Bormio presenta da tempo.

[In alto, una veduta recente della piana dell’Alute, in basso in un dipinto di Luigi Bracchi (1892–1978) intitolato “Campi di segale nella piana di Bormio” (di proprietà di Crédit Agricole Italia). Come vedete, l’Alute non è cambiata molto da com’era un tempo a differenza della gran parte della conca di Bormio d’intorno, ampiamente edificata, urbanizzata e turistificata.]
Dunque, posto questo stato delle cose, voglio rimarcare alcune considerazioni secondo me importanti:

  1. Va dato grandissimo e riconoscente merito ai cittadini che, riunitisi dal 2022 nel Comitato Promotore Referendario a Tutela dell’Alute e nel gruppo “Bormini per l’Alute”, hanno lottato strenuamente lungo tutti questi anni per difendere la piana e sensibilizzare in ogni modo possibile chiunque, dai concittadini ai villeggianti e ai turisti occasionali, sull’importanza della sua salvaguardia (e posso dire di aver avuto, nel mio piccolo, il privilegio di partecipare a questa “lotta”). Il loro è un esempio di fondamentale importanza sia dal punto di vista civico-politico e sia da quello culturale, di consapevolezza, responsabilità, attenzione e cura verso il proprio territorio, non tanto contro la “Tangenzialina” ma a favore dell’Alute e di tutto ciò che rappresenta per Bormio e la sua comunità. Un esempio illuminante al quale ispirarsi in altri luoghi delle nostre montagne che vivono circostanze e “assalti” simili. Chapeau!
  2. Va anche dato atto e merito all’amministrazione comunale di aver cambiato idea e propositi circa il progetto e, pur tra i notevoli contrasti sorti in questi anni con parte della comunità locale, che hanno generato numerose tensioni, di aver compreso l’eccessiva e inaccettabile (per un contesto come quello di Bormio) criticità della “Tangenzialina”. Mi auguro che ciò sia stato compreso non solo in senso di convenienza politica del momento ma, soprattutto, in ottica socio-culturale a lungo termine. In altre parole, non come un “risultato” conseguito da qualcuno ma come un bene fatto al territorio, alla sua comunità e alla storia che da oggi al futuro ne caratterizzerà la realtà in esso.
  3. Poste le prime due considerazioni, è indispensabile che – come proposto già da altri – il progetto della “Tangenzialina” dell’Alute venga stralciato dal Piano Regionale dei Trasporti che a breve verrà discusso in Regione. Solo quest’atto, che pur non garantirà totalmente la chiusura definitiva del progetto (invariabilmente «di doman non c’è certezza», nel bene e nel male) può cancellare quel «forse» sulla salvezza effettiva dell’Alute.
  4. Ultima (ma non ultima) considerazione, che si lega a quanto ho accennato poco fa: in una comunità di montagna come quella di Bormio, relativamente piccola e caratterizzata da non poche criticità (alle quali purtroppo i recenti Giochi Olimpici di Milano-Cortina ne hanno aggiunte altre), sarebbe buona cosa una riconciliazione tra i vari soggetti, amministrativi e della società civile, che si sono ritrovati a dibattere in maniera più o meno concitata sulla questione. Se troppe volte alle comunità di montagna non viene riservata e garantita da parte delle istituzioni un’autentica e adeguata interlocuzione, mortificando di conseguenza la loro rappresentatività politica, è d’altro canto vero che la prima e più importante interlocuzione è quella che deve essere elaborata dentro le comunità nel modo più inclusivo, organico e articolato possibile. Mai come in montagna il paesaggio è la comunità che lo abita e viceversa: ogni cosa che vi viene realizzata è come se venisse fatta sugli La “Tangenzialina” dell’Alute, se compiuta, avrebbe rappresentato uno sfregio alla piana e al paesaggio bormino tanto quanto all’anima della sua comunità. Mi auguro dunque che, oltre alla suddetta e piena riconciliazione, la vicenda dell’Alute diventi pure uno strumento di accrescimento della consapevolezza e della relazione culturale che i bormini devono e dovranno sempre avere nei confronti delle loro montagne.

Questo è quanto. Spero di tutto cuore che l’Alute sia veramente salva e che chiunque riacquisisca – se già non l’abbia fatto – la piena consapevolezza del suo inestimabile valore. Che è nel patrimonio di Bormio, dell’alta Valtellina e delle comunità locali ma, per molti versi, è pure un patrimonio dell’intera montagna italiana e di noi tutti.

P.S.: trovate qui tutti gli articoli che in questi anni ho dedicato alla vicenda dell’Alute. Invece qui trovate il comunicato stampa del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, uno dei soggetti che più si è battuto in difesa dell’Alute e a supporto dei comitati bormini, che chiarisce nel dettaglio alcuni aspetti importanti e significativi della vicenda.

La “legacy olimpica”? Sì, di opere inutili (che pagheranno i territori) e debiti crescenti (che pagheremo noi)

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Parliamoci chiaro: abbiamo permesso che una classe politica inadeguata e incompetente nonché arrogante, con il suo circolino di sodali pubblici e privati, organizzasse e gestisse un grande evento come le scorse Olimpiadi invernali di Milano Cortina? Be’, ora ne paghiamo le conseguenze. E sono inesorabilmente pesanti.

Come ho già segnalato qualche giorno fa nelle “Montag/News”, dalla «Parifica del Rendiconto 2025» della Corte dei Conti della Regione Veneto, presentata qualche giorno fa, emerge che la Fondazione Milano Cortina – come è stato denominato il Comitato Organizzatore delle scorse Olimpiadi invernali – ha accumulato debiti per oltre un miliardo di Euro, che si aggiungono ai 176 milioni di deficit pregresso. E siccome la Fondazione chiuderà il 31 dicembre prossimo, il Procuratore della Corte dei Conti regionale, Paolo Crea, ha chiarito che «gli oneri insoddisfatti finiranno sui bilanci dello Stato, delle due Regioni (Veneto e Lombardia, ndr) e, in parte, sugli enti locali (leggasi il Comune di Cortina e la Provincia di Belluno, ndr)». Cioè pagheremo noi tutti cittadini contribuenti. E perché dobbiamo pagare noi i disastri degli organizzatori dei Giochi? Perché con sentenza del 16 luglio scorso la Corte Costituzionale ha stabilito che la Fondazione Milano Cortina è un ente pubblico [1] ma di diritto privato, grazie al cosiddetto decreto governativo “Salva Olimpiadi” del 2024 che all’articolo 11 aveva stabilito che la Fondazione non riveste la qualifica di «organismo di diritto pubblico» e dunque non è soggetta all’applicazione delle relative norme. In parole semplici: quelli della Fondazione hanno gestito “liberamente” (come da diritto privato) le risorse pubbliche a disposizione, lo hanno fatto evidentemente male generando quella cifra abnorme di debiti che però ora tocca allo Stato cioè a noi tutti (come da diritto pubblico) appianare e pagare. Capito?

[Ve le ricordate ancora queste immagini, vero?]
Interpellata al riguardo, la Fondazione Milano Cortina ha risposto un «no comment» che dice tutto su quello che appare in maniera sempre più incontrovertibile un disastro olimpico, peraltro ampiamente previsto e annunciato da tanti (me compreso che non sono nessuno insieme a tanti altri soggetti ben più autorevoli) mesi prima che i Giochi cominciassero. D’altronde l’andazzo delle cose olimpiche era evidente da tempo, non serviva essere dei Nostradamus per prevederne lo sviluppo.

Fate conto che lo stesso Procuratore regionale della Corte dei Conti ha chiosato, al termine del suo intervento: «Beh, dire che i Giochi sono stati a costo zero…». Già: avevano detto e stradetto, i suddetti politici inadeguati e incompetenti, che quelle di Milano Cortina 2026 sarebbero state «Olimpiadi a costo zero» per la collettività. Come rimarca Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia e forse la persona più esperta in assoluto su ciò che sono stati i Giochi (ci ha scritto sopra due libri imprescindibili, “Ombre sulla neve” e “Oro colato”):

Fra i costi buttati sulle spalle dei contribuenti, (oltre a quelli “ordinari” delle infrastrutture olimpiche, n.d.L.) ci sono quelli del servizio trasporti, della macchina sanitaria, dei lavori collaterali (parcheggi, ripristini, alloggio della protezione civile, delle forze di pubblica sicurezza, arredi degli stabili sportivi e di accoglienza). Al momento le preannunciate “Olimpiadi a costo zero” a noi cittadini costeranno oltre un miliardo di Euro (dati della Corte dei Conti). Stiamo parlando della sola gestione dell’evento. A oggi non ci è dato ancora conoscere quanto costeranno le altre 40 opere previste, nemmeno iniziate, alcune da definire nei progetti: sono le opere che riguardano SIMICO, la società, questa sì pubblica, che deve progettare, appaltare, collaudare tutte le 98 opere olimpiche. Qualche mese fa avevamo valutato il costo delle Olimpiadi invernali italiane in sette miliardi di Euro. Con certe probabilità la cifra incrementerà.

Da “Olimpiadi a costo zero” a sette e più miliardi di Euro che pagheranno tutti i contribuenti italiani di uno stato, il nostro, con il più alto debito pubblico d’Europa. Quindi? Parliamo ancora di “legacy olimpica” o, appunto, sarà decisamente meglio definire tutto ciò disastro olimpico?

[Immagine generata con Google Gemini AI a inizio febbraio 2026, prima ancora che le Olimpiadi prendessero inizio.]
[1] I soci della Fondazione, ad eccezione del CIO/Comitato Olimpico Internazionale, sono tutti enti pubblici: il Governo, le Regioni Lombardia e Veneto, le Province autonome di Trento e Bolzano, i comuni di Cortina e Milano.

Entro fine luglio sapremo le sorti dell’Alute di Bormio: una piana agricola distrutta o un paesaggio culturale salvato?

Nel 1955 venne pubblicato “Il tunnel sotto il mondo”, romanzo di fantascienza dello scrittore statunitense Frederik Pohl, che racconta di una società totalmente asservita ad un immaginario potere temporale che la costringe a vivere perennemente un fantomatico “32 luglio” (che ovviamente non esiste nel calendario) ripetendo all’infinito la stessa giornata, nella stessa città, con le stesse persone e compiendo le stesse azioni. Dietro la propria veste fantascientifica, il libro rappresenta in realtà una critica, per certi versi preveggente, all’allora già crescente “civiltà” dei consumi.

Ecco: chissà che entro non l’inventato “32 luglio” ma il ben esistente 31 luglio (dell’anno corrente) si decidano le sorti invece di un territorio che un certo “potere temporale” continua a voler asservire al consumismo turistico e cementizio più bieco: la piana dell’Alute di Bormio, l’ultima grande area agricola e di notevole pregio paesaggistico, ambientale, storico, culturale del fondovalle bormino, minacciata dalla ormai famosa e famigerata “tangenzialina” che la devasterebbe soltanto per portare più rapidamente i turisti alla partenza degli impianti di risalita nonché, di fatto, offrendo la piana e il suo ambiente naturale alle mire di immobiliaristi, palazzinari e chissà di chi altro del genere – ne ho scritto varie volte, si veda qui.

Una strada che non solo si mangerebbe l’Alute degradandola irrimediabilmente (pensate a dei campi agricoli secolari a 1200 metri di quota sullo sfondo di meravigliose montagne nel cui mezzo ci passano migliaia di auto, moto, bus) peraltro senza migliorare la viabilità locale con il rischio anzi di aggravarla, ma che si vorrebbe costruire nella golena di un torrente (il Frodolfo) negli ultimi anni più volte esondato, e interferirebbe con aree a rischio di dissesto idraulico e idrogeologico oltre che di notevole valore naturalistico, soprattutto per l’avifauna. Inoltre, un’opera compresa nel “pacchetto olimpico” di Milano Cortina per la quale a fine 2021 si diceva che la «conditio sine qua non è che l’opera venga ultimata prima dell’inizio delle Olimpiadi»: be’, la tangenzialina non è stata realizzata per i Giochi ma ancora il Comune di Bormio e Regione Lombardia vorrebbero a tutti i costi conficcarla nell’Alute, ovviamente a spese di noi contribuenti per la cifra di 7 milioni di Euro. E ciò nonostante la gran parte della comunità locale si sia espressa più volte contro l’opera, formando un comitato ammirevolmente attivo e combattivo nella difesa della piana, i “Bormini per l’Alute” altresì denominatosi “Comitato a Tutela dell’Alute”.

Scrivevo delle sorti dell’Alute legate al mese corrente perché entro luglio (cioè il 31 del mese e giammai per il 32, sperabilmente!) il TAR della Lombardia dovrà esprimersi sulla vicenda, come riferisce un ottimo articolo su “Altraeconomia” firmato dal direttore Duccio Facchini, nel quale viene riassunta dall’inizio l’intera storia della Tangenzialina mettendo in evidenza i numerosi aspetti discutibili, le tante contraddizioni e il deprecabile comportamento dell’amministrazione comunale bormina che ha dimostrato tanto una costante mancanza di interesse e cura per la piana e il suo grande valore comunitario, quanto ha trascurato e negato la più ordinaria, democratica interlocuzione con la comunità. È un articolo da leggere, per capire meglio l’intera vicenda, la sua (per molti aspetti) assurdità e per comprendere perché la difesa dell’Alute, lo dico da sempre ovvero fin da quando venni a conoscenza del caso, è un’azione tra le più emblematiche a salvaguardia non solo del luogo specifico ma di tutte le nostre montagne nonché, forse soprattutto, del nostro benessere nel viverle e frequentarle, anche da semplici gitanti.

Il punto sulla questione della “Tangenzialina dell’Alute” di Bormio, tra caciara politica, ambiguità regionale e volontà popolare

La vicenda della “Tangenziale dell’Alute”, la contestatissima strada che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nell’omonima piana, vero e proprio paesaggio identitario (forse l’ultimo in tal senso) del territorio bormino che ne uscirebbe distrutto per il solo beneficio di sciatori e immobiliaristi, è diventata un caso politico. Dopo anni di indifferenza pressoché totale, i partiti si sono accorti della vicenda e, immediatamente, l’hanno strumentalizzata gettandola in caciara (già becera, peraltro): d’altronde è ciò che alla politica italiana viene meglio, lo sappiamo ormai bene tutti. E sul caso ora si stanno innestando le lotte di potere tra schieramenti opposti e nella stessa parte alla quale apparterebbe l’amministrazione comunale di Bormio in carica: non so se questo porterà beneficio alla causa a difesa della piana dell’Alute che da anni porta avanti il Comitato civico “Bormini per l’Alute” con il quale ho avuto l’onore di collaborare, perorando la tutela della piana, oppure se la caciara politico-ideologica farà diventare la Tangenzialina uno strumento di propaganda di chi insiste a volerla imporre e realizzare.

A tal riguardo, lo scorso 30 aprile nella sede della Regione Lombardia si è tenuta un’audizione della Commissione Infrastrutture dedicata alla Tangenzialina «richiesta – come riporta il quotidiano “SondrioToday” – da Fratelli d’Italia per ascoltare le posizioni del territorio. Presenti rappresentanti istituzionali e associazioni, tra cui il Comitato a tutela dell’Alute con l’avvocato Stefano Clementi, mentre è stata rilevata l’assenza del sindaco di Bormio Silvia Cavazzi.» Posto che a tal punto bisogna attendere il pronunciamento del TAR previsto per il prossimo 22 maggio in forza del ricorso presentato lo scorso novembre dalla sezione sondriese di Italia Nostra e dal Comitato in difesa dell’Alute, dall’audizione del 30 aprile è emersa – sempre stando a quanto riferito da “SondrioToday” – dai “referenti di Regione Lombardia” una cosa sbagliatissima e pure un po’ offensiva:

In attesa della pronuncia del Tar fissata per il 22 maggio, durante l’audizione i referenti di Regione Lombardia hanno chiarito un punto decisivo: ogni scelta sulla realizzazione della strada nella piana dell’Alute spetta esclusivamente all’amministrazione comunale di Bormio, che potrà decidere se procedere oppure rinunciare all’intervento.

No! La decisione sulla Tangenzialina dell’Alute spetta alla comunità di Bormio, e in base alla volontà popolare l’Amministrazione comunale stabilirà il da farsi, non viceversa! Tanto più che la Giunta in carica ha dimostrato più volte un atteggiamento fazioso e molto poco democratico nonché rispettoso riguardo la propria comunità, a partire dall’assoluta mancanza di ascolto e interlocuzione con gli abitanti del territorio bormino – atteggiamento ben confermato dall’assenza del Sindaco di Bormio all’audizione del 30 aprile. La decisione sull’Alute spetta alla comunità, punto. Ogni altra disposizione in tal senso rappresenta un atto di ingiustizia amministrativa e politica, di prevaricazione nei confronti dei bormini e del loro territorio, di prepotenza a danno del loro futuro.

Mi auguro vivamente che ciò non accada e che “i referenti di Regione Lombardia” si rendano realmente conto dell’importanza e del valore identitario culturale della piana dell’Alute per il paesaggio di Bormio e si dimostrino consapevoli che l’unica decisione giusta, peraltro già rimarcata dalla gran parte della comunità locale seppur mai ascoltata dalla Giunta comunale, sia quella di tutelare la zona ora e nel futuro. Punto.

Olimpiadi: se tutto diventa “legacy” perché nulla lo è veramente

Che i soggetti politici e non promotori delle Olimpiadi di Milano Cortina stiano tentando di imporre l’opinione che i Giochi siano stati un evento positivo per i territori coinvolti, risulta ormai palese a chiunque, anche ai sassi di quei territori. Purtroppo (non solo per loro) è un tentativo già ora pressoché disperato, a soli due mesi dalla fine dei Giochi, visti i debiti che si stanno palesando in aggiunta ai budget ampiamente sforati, ai costi olimpici complessivi, alle opere non realizzate e sovente nemmeno iniziate, all’insuccesso di pubblico nelle sedi olimpiche che tuttavia possono quanto meno sperare in un futuro ritorno d’immagine turistica, a differenza dei territori limitrofi che invece le Olimpiadi le hanno subite e continueranno a subirle negli anni a venire.

Così, tra gli autoincensamenti a gogò dei giorni appena successivi alla fine dei Giochi, le “medaglie d’oro” diffuse – sempre dagli organizzatori olimpici – a se stessi, alle infrastrutture delle gare, alle strade, ai treni (aspetti, questi ultimi, che hanno ripresentato le solite inefficienze già dal primo giorno dopo la fine delle Olimpiadi), ogni cosa apparentemente positiva che ora accade nei territori olimpici diventa “legacy”. Ma se tutto diventa “legacy”, nulla lo diventa realmente perché manca il senso autentico del termine e dell’idea che vi dovrebbe stare dietro: come si rimarca nel progetto di ricerca con il quale l’Università di Bergamo sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti verificando benefici e criticità dell’eredità olimpica, «La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.»

Invece, qualche giorno fa, è stata proclamata «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere, pensato per legare indissolubilmente il destino della Valtellina ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026» una piacevole tanto quanto ordinaria passeggiata che unisce alcuni itinerari già esistenti della bassa valle nei pressi di Morbegno, piazzandoci diciotto totem con i medaglieri olimpici e paralimpici di Milano-Cortina, cinque bacheche che illustrano alcune rilevanze storico-culturali e «l’unico “Spectacular” (i cinque cerchi olimpici) permanente della Regione Lombardia», cioè una gigantesca riproduzione metallica del simbolo olimpico piazzata in un punto panoramico visibile dal fondovalle. «Questo progetto rappresenta la vera essenza della “Legacy olimpica”. Volevamo lasciare al territorio qualcosa di tangibile che andasse oltre l’evento sportivo» hanno detto i promotori dell’iniziativa. Ah sì? E cosa lascerebbe di realmente concreto a favore del territorio e delle sue comunità? Un percorso escursionistico già esistente (a bassa quota su versante solivo, dunque percorribile solo quando non faccia troppo caldo) per la cui conoscenza non servivano certo le Olimpiadi ma un’ordinaria dose di conoscenza del territorio, consapevolezza delle sue peculiarità e creatività culturale. Viceversa, “grazie” alle Olimpiadi, si è piazzato un catafalco metallico in mezzo al verde che chissà quanto resterà in buone condizioni prima di deperire sotto l’effetto degli agenti atmosferici e diventare (non lo auguro proprio, ma visti i precedenti di altre installazioni simili) un rottame arrugginito e magari pericolante.

Ma quale diavolo di «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere» sarebbe una cosa così? Seriamente, di cosa stiamo parlando? Va bene, è un percorso in ambiente naturale (ma con ampi tratti su asfalto) che offre belle vedute del paesaggio locale (seppur in questo modo, obiettivamente, offra pure la constatazione di quanto sia cementificato il fondovalle valtellinese), i testi delle bacheche saranno accattivanti, consente di passeggiare… ma, posti questi aspetti del tutto ordinari per un’opera del genere, dov’è la “legacy”? Dov’è l’unicità, dove sarebbe la «meta iconica» che diverrebbe la zona secondo i promotori della passeggiata? Inoltre, detto tra noi, cosa c’entra lì la storia dei medagliati olimpici, che nesso ha con quel territorio dove nulla di olimpico-invernale si può fare, viste le sue caratteristiche geomorfologiche e le ben diverse peculiarità che piuttosto raccontano vicende e narrazioni storiche totalmente differenti?

D’altro canto, la notevole affluenza di politici locali all’inaugurazione di tale “Passeggiata Olimpica”, nemmeno fosse una grande opera a beneficio della comunità locale, rende ben chiaro ciò che denotavo in principio, ovvero il tentativo disperato di far credere cose chiaramente non credibili, riguardo le Olimpiadi, e imporre verità che, alla prova dei fatti, si smentiscono da sole. E, ribadisco, sono passati solo due mesi dalla fine delle Olimpiadi! Se la realtà della “legacy olimpica” di Milano Cortina è questa, nei prossimi mesi ne vedremo proprio delle belle. “Belle” si fa per dire, ovviamente.

N.B.: come avrete già notato, lo spunto originario di queste mie riflessioni e le immagini relative vengono da questo articolo del quotidiano on line “SondrioToday”.