Come navicelle spaziali in viaggio tra le vette: “I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola” di Luca Gibello

[Il Bivacco Gervasutti (2835 m) al Ghiacciaio di Fréboudze sopra Courmayeur, nel gruppo del Monte Bianco.]

Ai tempi della società liquida, i bivacchi vanno di moda. Se, da un lato, le nuove installazioni in zone accessibili consentono magari di avvicinare nuovi appassionati alla montagna, dall’altro rappresentano un ulteriore carico antropico per le terre alte. Le stime attuali parlano di un numero poco inferiore ai 350 bivacchi sull’intero arco alpino internazionale, di cui oltre 250 solo sul versante italiano. I bivacchi spopolano tra le giovani generazioni come fotogeniche icone social e come inconsuete mete attraenti, oggi più di ieri, per via della prospettiva del bagordo incontrollato e del pernotto a sbafo; talvolta, lasciando per souvenir rifiuti abbandonati e strutture danneggiate. I bivacchi si sono guadagnati l’attenzione dei media, occhieggiando dalle web gallery. Complici forme di comunicazione superficiale e acritica, che mescolano alto e basso, originalità e banalità, essi sono assurti a modelli alternativi di lifestyle. Di qui 1’accostamento ad altre forme di ricoveri e shelter che, in ossequio alle tendenze del cool, glam e smart, nonché di un ambiguo concetto di naturalità – ovvero sempre mediato da un filtro artificiale -, stanno dilagando in ogni angolo, magari prima intonso o quasi, del pianeta: cabin, case sugli alberi, starbox, stanze emozionali e bolle varie. [Pagg.239-240.]

Così si legge quasi alla fine del libro di Luca Gibello (CAI Edizioni, 2025, con prefazione di Irene Borgna e postfazione di Riccardo Giacomelli), giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e autore di un testo meraviglioso sulla storia passata nonché, per molti aspetti, sul presente e sul futuro prossimo (come la citazione dimostra bene) dei bivacchi, rivoluzionarie capsule di sopravvivenza in alta montagna che, nati cent’anni fa, rappresentano ancora oggi qualcosa di emblematico riguardo la frequentazione antropica delle montagne nonché di costantemente innovativo, anzi, di una sorta di tradizione che rappresenta fin dall’inizio un’innovazione ben riuscita (per citare il famoso aforisma attribuiti a Oscar Wilde) e in costante progresso al fine di potersi realmente consolidare in “tradizione”.

In effetti, ancora più dei rifugi, i bivacchi rappresentano l’avanguardia “sopravvivenziale” della presenza umana alle alte quote montane, vere e proprie capsule di salvataggio nelle quali c’è quello che serve e nulla di più (salvo quale caso contemporaneo tuttavia poco filologico) in territori dalle condizioni a volte così difficili e repulsive da ricordare quelle di altri mondi – e non caso, per qualche tempo, le forme dei bivacchi hanno assunto sembianze direttamente riconducibili a quelle di capsule spaziali quando non di astronavi aliene, seguendone anche per certi versi l’evoluzione formale (prima molto piccoli, poi più grandi e capienti nonché più tecnologici). Ciò per rimarcare come, anche al netto delle loro funzioni alpinistiche primarie, i bivacchi fin dalla loro comparsa hanno affascinato i frequentatori delle vette, “atterrando” sempre più spesso su vette, cenge, altipiani e selle e viaggiando nel tempo ovvero lungo un secolo che, se si considera quanto siano evoluti i bivacchi, sembra ben più lungo degli ordinari cento anni.

D’altro canto l’evoluzione che i bivacchi hanno subìto è stata fin troppo spinta, per alcuni aspetti: a volte, negli ultimi anni, la loro spartanità è stata dimenticata così come il concetto di modularità ripetibile e adattabile a ogni sito, le forme hanno più badato all’estetica che alla funzionalità, la loro collocazione è sembrata dettata più da scopi simbolici che pratici, fino a che negli ultimi anni la frequentazione è cambiata tanto quanto la percezione della loro presenza, divenute entrambe modaiole, superficiali e deviate all’imperante visione artificiale del mondo imposta dai social – proprio come dice Gibello nel passo citato. Al punto che qualcuno, in presenza di un nuovo bivacco ultramoderno e superconfortevole che ne ha sostituito uno vecchio e ormai malandato, invoca lo smontaggio del nuovo e il ripristino di quello vecchio così che induca avversione all’influencer di turno o all’escursionista sprovveduto, sollecitando al contempo una ben più razionale, misurata e consapevole frequentazione delle alte quote.

Ma se tralasciamo di considerare tali eccessi contemporanei (stendendoci numerosi veli pietosi sopra), è indubbio che ancora oggi, a più di un secolo dalla loro concezione e installazione sulle Alpi, i bivacchi non solo conservano un fascino peculiare mantenendo vive suggestioni da alpinismi d’antan altrimenti estinte o quasi, nell’era prestazionale in cui viviamo, ma rapprendono e raccontano ancora una parte importante della storia della presenza umana sulle montagne, dell’appropriazione culturale di territori altrimenti “alieni” alla civiltà, della frequentazione più consapevole e equilibrata delle alte vette, possenti eppure delicate. E per tali motivi sanno ancora pure “insegnare”, o permettono di ripassare, i princìpi della nostra relazione con quella parte del mondo abitato così affascinante e repulsiva nella quale nemmeno oggi noi Sapiens possiamo dirci dominatori, dove ancora la Natura può dettare regole e sorti e dove i bivacchi, queste piccole e semplici scatole che intaccano sì il paesaggio ma non più tanto e non come altri più voluminosi manufatti umani, ci consentono di restare lassù senza risultare troppo invadenti e al contempo regalandoci un’armonia con quei luoghi elevati e potenti quasi ancestrale, tutto sommato equilibrata, sicuramente affascinante.

I bivacchi delle Alpi è un libro veramente molto bello, di lettura estremamente gradevole, sorprendente per come, ne sono certo, pur dissertando di un tema molto specifico che si direbbe riservato ai soli alpinisti e frequentatori dell’alta montagna, saprà affascinare chiunque accompagnando i lettori in un viaggio nella catena alpina lungo più di un secolo a bordo di tali piccole e spartane “alpinavi”, immobili nei loro siti alpestri eppure ancora ben naviganti tra la Terra, il cielo e la storia che unisce gli uomini alle montagne.

P.S.: su cosa sono oggi i bivacchi ho conversato con Luca Gibello di recente, qui.

Di certa gente sbadata oppure stolta che va per montagne (e fa danni)

Mi ha fatto specie leggere quasi al contempo, giusto qualche giorno fa, della stessa circostanza riferita in due diversi scritti distanti un secolo l’uno dall’altro.

Il più recente è il post della pagina Facebook del Rifugio Luigi Mambretti, nelle Alpi Orobie valtellinesi, nel quale, anche con la foto che vedete lì sopra, si denuncia che

Nei giorni scorsi qualcuno ha lasciato aperta la porta del bivacco. Con il maltempo è entrata acqua e il libro di vetta è stato completamente rovinato. […] Questa volta abbiamo perso un libro di vetta. Altrove, come al Marco e Rosa, una porta lasciata aperta ha portato neve all’interno del locale invernale, danneggiando materassi, coperte e attrezzature. Episodi del genere dovrebbero far riflettere tutti. […] Il bivacco è sempre aperto e accessibile a tutti. Non è un comfort in più, ma un riparo che può rivelarsi fondamentale in caso di maltempo, emergenza o necessità. Tenerlo aperto è una scelta che si basa sulla fiducia e sul senso di responsabilità di chi frequenta la montagna.

Non è la prima volta che accade, anzi, la casistica è fin troppo folta di episodi del genere. Al punto che non si può pensare si tratti solo di dimenticanze: in alcuni casi sì, in tanti altri no.

Praticamente negli stessi momenti in cui ho trovato sui social la denuncia del Rifugio Mambretti, ho letto sul bel libro “I bivacchi delle Alpi” di Luca Gibello (ne ho scritto qui, ne scriverò ancora prossimamente) questo passo:

Fin d’ora raccomandiamo vivamente agli alpinisti che nella ventura estate soggiorneranno nei nostri bivacchi, di osservare scrupolosamente le prescrizioni per la loro buona conservazione; cosa tanto più necessaria – ancora più necessaria che per i grandi rifugi – data la posizione isolata e la frequenza limitata. Dimenticare, per esempio, di chiudere uno sportello, può significare di trovare il bivacco ripieno di neve e ghiaccio e quindi irrimediabilmente rovinato e inservibile. Il CAAI mette volentieri a disposizione degli alpinisti i suoi bivacchi; non chiede altro se non che essi ricordino di essere suoi ospiti; la sua generosità esige il massimo rispetto e le cure più scrupolose.

Ecco, così si leggeva in “I “Bivacchi-fissi” del Club Alpino Accademico Italiano”, Club Alpino Italiano, Rivista Mensile, n.4, aprile 1925, a pagina 111.

Aprile 1925, già. Lo stesso problema, le stesse “dimenticanze” – sbadataggini? Negligenze? Idiozie? –, le stesse raccomandazioni, a più di un secolo di distanza.

[Il bivacco di Fréboudze, uno dei primi “bivacchi-fissi” del CAAI installato nell’agosto 1925 nel gruppo del Monte Bianco, sulla cui “portina” d’ingresso sono ben evidenti le raccomandazioni agli alpinisti per curarne la conservazione. Immagine tratta da www.mountainmuseums.org.]
Ciò da un lato dimostra che già cent’anni fa come oggi c’erano “alpinisti” e “escursionisti” non esattamente consapevoli di cosa volesse dire frequentare le alte quote e avere rispetto dei luoghi e dei manufatti essenziale. Di contro – e in modo parecchio inquietante – è possibile che ancora oggi possano accadere cose del genere e si debbano rinnovare per le ennesime volte raccomandazioni così elementari, logiche, ovvie che possano contrastare comportamenti così deplorevoli e dannosi?

Mi viene da pensare, tristemente, che lungo questi cento anni siano stati commessi degli errori, in tema di cultura della montagna e della sua più sensata frequentazione, che evidentemente non sono mai stati eliminati e risolti. E quando leggo di tanti altri casi di maleducazione e inciviltà in quota da parte di pseudo-escursionisti/alpinisti, quel pensiero assume gli inquietanti connotati della certezza. Sbaglierò, mi auguro vivamente di non avere ragione, ma tant’è.

Così si conclude il post di denuncia del Rifugio Mambretti:

Perché il problema non è una porta aperta. Il problema è dimenticarsi che questi luoghi esistono grazie alla cura di chi passa prima di noi e al rispetto verso chi passerà dopo. Se non siamo capaci di rispettarli, prima o poi non resterà più nulla da lasciare aperto.

I bivacchi in alta montagna, da ricoveri per veri alpinisti a mete da social influencer: perché? (Con un’intervista a Luca Gibello, autore de “I Bivacchi delle Alpi”)

Ma quand’è e come mai che i bivacchi in alta montagna, da espressione quasi assoluta della spartanità antropica e abitativa in quota (di più – o meno – c’è solo la grotta o il masso sporgente sotto il quale ripararsi, visto che le tende di oggi sono spesso più confortevoli), sono diventati un posto alla moda, figo, cool, «wow!» meta di influencer, instagrammabile, «adrenalinco» e «mozzafiato» e tutto il resto, al punto da diventare un problema riguardo certa frequentazione turistica delle alte quote?

Venerdì 1 maggio al Fiamme Gialle (bivacco posto a 3005 metri sullo Spallone del Cimon della Pala, nel gruppo delle Pale di San Martino, rinnovato da poco; lo vedete nell’immagine lì sopra – n.d.L.) c’erano 15 persone dentro il bivacco, che ha 9 posti per dormire. Tanto affollamento non era dovuto a pernotti effettuati nell’ottica di spezzare l’attività alpinistica. Da ottobre scorso, quando la vecchia struttura è stata sostituita, gli interventi sono stati ben 9. Troppi, al punto che anche a mezzo stampa sono state fatte varie ipotesi per mettere rimedio a una situazione in cui le parole e le raccomandazioni non bastano più a limitare avventati tentativi di raggiungere il bivacco. «Prima c’era un bivacco vecchio stile che era mio coetaneo, classe 1968. Improvvisamente, da ottobre scorso, abbiamo una villa in montagna. Il bivacco è cambiato, ma il Cimon della Pala è rimasta la stessa montagna. E allora, dico io, a questo punto prendiamo l’elicottero e riportiamo su il vecchio bivacco, facciamo cambio. […] Il bivacco è diventata una meta da Instagram e ricordo che siamo nel cuore di un parco naturale. Vedo tanti video fatti con i droni, anche belli, sui social. Ma ricordo che dentro il parco non è consentito farli volare, eppure riprendono e pubblicano. Allora forse, a questo punto, davvero bisognerebbe togliere i materassi, se non addirittura i letti. Magari, così facendo, ci andrebbero solo quelli che davvero hanno interesse a fare qualcosa in montagna e non solo a pernottare.»

Così si legge in un bell’articolo de “Lo Scarpone” del CAI dello scorso 5 maggio, nel quale vengono citate le parole di Gino Taufer, delegato di zona del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino per il Primiero e il Vanoi. Inutile rimarcare che il caso del bivacco Fiamme Gialle sulle Pale di San Martino, citato da Taufer e da “Lo Scarpone”, è uno dei tanti simili dei quali ormai di frequente si legge sulla stampa, tra notizie di escursionisti che si lamentano del fatto che pensavano che il bivacco fosse custodito e invece no, quelli che si perdono nel tentativo di arrivarci o che devono essere recuperati dal Soccorso Alpino per aver sottovalutato (o nemmeno valutato) le difficoltà della salita, i social influencer che, appunto, li rendono sfondo dei loro ego-reel, fino ai casi di devastazione degli arredi e delle suppellettili interne perpetrati da pseudo-alpinisti imbecilli.

[Il precedente bivacco Fiamme Gialle, risalente al 1968.]
Detto ciò, e tornando al quesito iniziale di questo articolo, quindi che sta succedendo ai bivacchi? E perché?

Sulla questione ho chiesto lumi a chi in Italia di bivacchi possiede una conoscenza forse impareggiabile: Luca Gibello, giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e soprattutto, in tal caso, autore del libro I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola (CAI Edizioni, 2025), che dei bivacchi ripercorre la storia centenaria fino ai giorni nostri. Lo ringrazio veramente di cuore per aver risposto alle mie domande con rare disponibilità e cordialità.

  • Al netto delle ovvie funzionalità alpinistiche, e considerando invece – in senso generale – come si va oggi in montagna, il bivacco ha ancora senso oppure no?
    No, se pensiamo alle ragioni che ne hanno giustificato la realizzazione. Essi servivano appunto da ripari estremi, di mero servizio, alla base di lunghe ascensioni alpinistiche in zone remote. Al di là di ciò, non hanno senso di esistere. Manteniamo solo quelli e leviamo gli altri. Se qualcuno vuole fare la consigliatissima e meravigliosa esperienza di una notte in montagna (gratis o meno), pianti una tenda dove vuole oppure sia ospite in un rifugio alpino.
  • Che i bivacchi siano finiti tra le mani degli architetti e siano diventati, come altre opere antropiche sui monti, manifestazioni di stile e design, è stato un bene o un male?
    Entrambe le cose. Il tema del progetto dei bivacchi ha favorito la sperimentazione sui materiali, le conoscenze della geognostica, il trasferimento tecnologico e la migliore conoscenza della montagna da parte di una categoria che prima manco sapeva che cosa fossero questi oggetti. Il fatto è che si sarebbe dovuto continuare a lavorare sul perfezionamento di un modello (come è stato per la “trilogia” Ravelli – Apollonio – Fondazione Berti), astratto da una specifica collocazione territoriale, invece di pensare a progetti diversi caso per caso.
[Vecchio e nuovo bivacco Aldo Frattini (1975), posti a 2250 m sulle Alpi Orobie. Quello nuovo sembra una tenda ma è solo il rivestimento esterno, in realtà la struttura interna è in legno; quello vecchio è stato smantellato.]
  • Nel libro cita una pubblicità del 1938 in cui il bivacco viene paragonato a una cuccia per cani. Com’è che adesso oltre ai cani lassù ci arrivano sempre più anche i «porci»?
    In realtà si sono sempre registrati vandalismi e incurie. Oggi il fenomeno è aumentato perché molti di più sono i frequentatori (spesso in-educati), perché molti di più sono i bivacchi (collocati, come già detto, anche in luoghi facilmente accessibili e alpinisticamente ed escursionisticamente insignificanti), e perché l’informazione (dis-informata) intorno ad essi è aumentata.
  • Cosa dovrebbe avere in mente oggi (sempre al netto dell’alpinista “puro”) chi parte per raggiungere un bivacco in alta montagna?
    Basta una parola che significa tante cose: consapevolezza. Del luogo (dell’ambiente circostante come del bivacco e delle sue “regole”, a partire dal fatto che non è un posto dove si fanno le vacanze gratis, ma un presidio d’emergenza che esige rispetto e spirito d’adattamento) e della propria condizione (preparazione fisica, tecnica, esperienza ed equipaggiamento).
[Il bivacco Bruno Ferrario, una specie di modulo lunare “atterrato” nel 1968 sulla vetta della Grigna Meridionale, 2177 m. Immagine tratta da www.aspassoconlorso.it.]
  • Di bivacchi ce ne sono a centinaia sulle Alpi italiane e pochissimi negli altri paesi alpini. Siamo più furbi (o scemi) noi oppure loro?
    Il bivacco è stato una straordinaria invenzione, e merita che lo si celebri. Negli altri paesi ci sono magari più rifugi incustoditi, che funzionano in maniera simile. Di certo, la sfida della montagna del futuro è quella dell’andare a ridurre i segni della presenza antropica. Quindi togliere e non aggiungere.
  • Come racconta nel libro, il bivacco è un’invenzione del Club Alpino Accademico Italiano di cento anni fa. Tra cento anni, nel 2126, che ne sarà dei bivacchi? Esisteranno ancora?
    Mah. Non so neppure se esisteremo ancora noi, dati il cambiamento climatico e la brutale depredazione del pianeta che stiamo sistematicamente praticando…

Lo stop alla strada nel Vallone di Sea è un caso esemplare per tutte le nostre montagne

Mentre su certe montagne alcuni amministratori pubblici privi di sensibilità verso i propri territori realizzano – o vogliono realizzare – nuove strade a gogò prive di utilità ma con fini meramente turistici, su altre montagne fortunatamente strade simili vengono fermate da sentenze giuridiche e, ancor prima, dalla massa critica e dalla cittadinanza attiva di molti appassionati di montagna, del luogo e non.

È il caso esemplare del Vallone di Sea, in Piemonte, straordinario esempio di scenario incontaminato delle Alpi italiane il cui territorio dalla frazione Forno Alpi Graie del Comune di Groscavallo (Torino) giunge ai 3.100 m del Colle di Sea, segnando il confine di stato con il dipartimento francese della Savoia. Il Vallone rappresenta uno degli angoli più suggestivi e selvaggi dell’intero arco alpino, peraltro molto vicino a realtà naturalistiche di grande fama come il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parc National de la Vanoise in territorio francese. Grazie alle sue pareti ricche di fessure e di spigoli strapiombanti, Sea è considerato uno dei più rinomati paradisi dell’arrampicata delle Alpi occidentali, sempre più conosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel Vallone il Comune di Groscavallo avevo progettato una strada forestale larga due metri e mezzo che avrebbe permesso di raggiungere un alpeggio situato a 1500 metri di quota: ma si trattava di un terreno non più utilizzato e difficilmente recuperabile a fini di pastorizia, il che fa immaginare che vi fossero altri fini, molto meno consoni al luogo, alla base della strada. La Regione Piemonte aveva espresso un parere tecnico contrario all’opera per i pericoli di frane, valanghe e smottamenti presenti in loco, ma il Comune si era appellato ad una recente legge (n. 10 del 4 aprile 2024) sempre emanata dalla stessa Regione (!) che ha trasferito ai sindaci la competenza per autorizzare interventi su aree inferiori ai 10000 metri quadrati o scavi sotto i 5000 metri cubi.

Fortunatamente il TAR del Piemonte ha invece bloccato definitivamente la strada in forza dei numerosi errori progettuali e delle contraddizioni nelle valutazioni tecniche condotte dall’amministrazione di Groscavallo, oltre che per vari cavilli burocratici. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso dell’Associazione Tutela Ambientale (ATA), che aveva riunito sotto il proprio ombrello una larga fetta non solo della comunità, ma anche degli appassionati di alpinismo ed escursionismo, tra cui il Gruppo Valli di Lanzo in Verticale, il Collettivo Workless, Mountain Wilderness, le sezioni Torino e UGET Torino del Club Alpino Italiano, la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti, il Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Occidentale. Un merito fondamentale va dato alla tenacia dei rappresentanti dell’ATA, piccolissima associazione che ha saputo scardinare il troppe volte perverso meccanismo dei fondi pubblici erogati a pioggia per opere prive di utilità e dall’impatto inaccettabile: un meccanismo visto da certe amministrazioni come la manna dal cielo senza che venga posto il benché minimo dubbio sui reali bisogni che il territorio e la cittadinanza invece richiedono.

La notizia, dunque, è ottima sotto molti punti di vista, ma non tutti. Già, perché in realtà è triste constatare che troppo spesso sulle nostre montagne vi siano amministrazioni pubbliche che impongono opere palesemente sbagliate e nocive per i territori manifestando la carenza di sensibilità, competenze, attenzione e visioni verso le loro stesse montagne. E se è bellissimo ciò che le comunità civile che ha fatto massa critica ha saputo ottenere, è triste pensare che dove non vi sia una tale mobilitazione dal basso e la volontà di agire attivamente contro certe opere, i loro promotori hanno ben pochi ostacoli da affrontare e sovente al riguardo possono fare il bello e il cattivo tempo. Inoltre, è altrettanto triste accertare che in Italia, per contrastare tali opere così sbagliate quando non disastrose per i territori cui vengono imposte, si debba essere assistiti da studi legali e andare per le vie legali, dunque che la voce della ragione di coloro che veramente hanno a cuore le sorti dei territori in questione rimanga spesso inascoltata e magari pure sbeffeggiata o censurata. Dov’è la democrazia, in questi casi? Che fine fa la rappresentanza politica? E tutte le belle parole istituzionali sulla sostenibilità e la salvaguardia ambientale?

In ogni caso quella che giunge dal Vallone di Sea è una bellissima notizia e un caso esemplare, come dicevo, perché dimostra che certi disastri sulle montagne si possono fermare se lo si vuole e ci si impegna con passione per ottenerlo. Per questo ulteriore motivo da oggi Sea diventa un luogo ancora più emblematico delle e per le montagne italiane, da guardare con grande ammirazione e dal quale farsi fattivamente ispirare.

N.B.: le informazioni per la redazione di questo articolo le ho tratte dalle seguenti fonti:

Le foto sono tratte dal sito web del FAI – Fondo Ambiente Italiano.

Due idee diverse di “montagna”

Ringrazio di cuore la redazione de “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini per aver dato spazio alle mie osservazioni sui lavoro in corso nel comprensorio dei Piani di Bobbio, pubblicate qui sul blog venerdì scorso (24 giugno), al punto da onorarle dell’ottimo articolo uscito sull’edizione cartacea del quotidiano di sabato 25.

Ugualmente ringrazio “ValsassinaNews” che a sua volta ha ripreso quelle mie osservazioni in un articolo pubblicato nella stessa giornata, nel quale è ospitata anche la “replica” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB ovvero la società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio: ringrazio anche lui per le opinioni espresse e per la pacatezza della sua replica.

Posso capire che il signor Fossati non “capisca” – mi permetto tale gioco di parole – il senso autentico del mio articolo, che non mira direttamente al “bersaglio” ai lavori in corso, seppur la posizione personale al riguardo sia chiara e inconfutabile, e parimenti “capisco” che le sue opinioni siano basate principalmente sull’utilità di quei lavori dal punto di vista del gestore della società che ne beneficerà e della quale è il CEO. Semplicemente, abbiamo due visioni differenti della montagna: quella di Fossati, inesorabilmente mediata e condizionata dal suo incarico, guarda ai territori montani (ovvero ai Piani di Bobbio nello specifico) come a un bene economico da far godere mettendolo in vendita nel modo migliore possibile, a vantaggio di chi lo gestisce; io, e quelli come me, guardo alla montagna (qualsiasi essa sia e ovunque sia) come a un bene culturale del quale godere preservandolo da ogni possibile svendita materiale e da opere banalizzanti, a vantaggio di chiunque. Il mio punto di vista non esclude affatto interventi antropici – fin dal primo momento nel quale ha cominciato ad abitarla, l’uomo ha modificato la montagna per poterci (soprav)vivere meglio, lo ribadisco – basta che quegli interventi siano consoni, contestuali alle caratteristiche del luogo, realmente utili all’intero territorio interessato, sensati e sostenibili da ogni punto di vista, non soltanto quello ambientale. Il punto di vista di chi oggi gestisce un comprensorio sciistico come quello dei Piani di Bobbio sembra invece quello di escludere ormai a priori qualsiasi consonanza, contestualità, sensatezza, sostenibilità di un’opera, se questa porterà un vantaggio all’attività di gestione imprenditoriale e economica – di natura privata, sia chiaro – del comprensorio stesso. Posizione comprensibile, dal punto di vista dell’imprenditore, ma forse non da molti altri e, soprattutto, una posizione che non giustifica in nessun modo opere e interventi che palesemente risultino oltre il limite di sostenibilità – e di tutto il resto – che il territorio in oggetto può ammettere, sia geograficamente che culturalmente.

Quello che il signor Fossati non capisce – ma uso il termine metaforicamente, con tutto il rispetto del caso – e ha determinato le osservazioni riportate da “ValsassinaNews”, è proprio quanto ho appena espresso, cioè il senso vero del mio articolo originario: non una critica diretta ai lavori in corso (che è presente nelle mie parole e semmai è indiretta) ma un’analisi preoccupata sull’impatto antropologico (mi permetto la “parolona”) e culturale in genere di quel tipo di gestione d’un territorio montano – prealpino, di media montagna, dotato di caratteristiche peculiari, in inevitabile balia dei cambiamenti climatici in corso – sul luogo, sul suo paesaggio, sulla percezione di esso da parte di chi lo fruisce, sulla sua storia e sulla sua identità anche rispetto al territorio circostante. Per tali motivi nel mio articolo ho chiesto, retoricamente, se quella dei Piani di Bobbio sia ancora montagna. La questione non è se a lavori finiti l’erba crescerà più o meno bella di prima, ma se quell’erba, quel terreno, quella morfologia possano ancora essere definiti un valore originale dei Piani di Bobbio o se diventino soltanto il risultato artificiale di una progettazione meramente mirata, ripeto, a adattare il luogo alle esigenze economiche di chi lo gestisce commercialmente e, dunque, a venderlo meglio. Secondo me, una montagna del genere non è più montagna, è un simulacro di essa sia geomorfologicamente, sia culturalmente e sia come “idea” stessa di montagna ovvero di ambiente naturale montano pur antropizzato. Naturale, appunto: dov’è ormai la Natura, lì (e in tutte le altre località simili), se la forma della montagna è stata modificata, l’erba seminata e non spontanea, la neve è artificiale e non caduta dal cielo, lo specchio d’acqua in mezzo alle piste un bacino artificiale inaccessibile e dunque nemmeno vendibile come “laghetto alpino”… ripeto, di nuovo: è ancora montagna, questa? E, per essere chiari, non è nemmeno una questione di vetustà sciistica dei Piani, come asserisce il signor Fossati: forse perché una qualsiasi opera umana è ormai da ritenersi “storicizzata” si può pensare di protrarla a oltranza anche quando le condizioni che un tempo c’erano e ora non più la rendono ormai perniciosa per il territorio (e per i bilanci della società stessa che la promuove) oltre che – lo dico con tutta la tristezza del caso – inesorabilmente prossima alla fine?

Personalmente temo che quelli che un tempo erano i Piani di Bobbio, luogo altrimenti meraviglioso al quale sono molto legato, stiano diventando l’ennesimo parco divertimenti turistico-sciistico in quota (lo erano già, ora lo sono fin troppo platealmente) cioè un non luogo montano, per usare la celebre definizione di Marc Augé: uno spazio ormai privato della sua identità originaria e reso banalmente uguale a tanti altri. Forse è giusto così, forse ricercare ancora la loro bellezza originaria del luogo e il grande valore culturale del loro paesaggio è soltanto un esercizio da poveri idealisti, forse pensare a una transizione turistica che renda il luogo più resiliente al clima che ci aspetta nei prossimi anni e non forzatamente incatenato alla monocultura sciistica fino alla fine, che il cambiamento climatico in corso fa presupporre come vicina, è un progetto troppo difficile da attuare. Sia quel che sia, e che sarà, vi chiedo, un’ultima volta: è ancora montagna, vera montagna, Natura autentica, questa?