Emanuele Atturo, “Roger Federer è esistito davvero” (66thand2nd)

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso. Dunque Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. Dio fece il firmamento e separò le acque, e chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Poi fece la terra e l’acqua, e dalla terra fece spuntare erbe, germogli e alberi eccetera, e fu sera e fu mattina: terzo giorno, e poi quarto giorno, e poi quinto, e poi sesto, e poi nel settimo giorno Dio portò a termine il lavoro che aveva fatto e vide che era cosa buona, così decise che s’era meritato un po’ di svago. Decise di scendere sulla Terra e giocare a tennis: ma non poteva certo farlo come “Dio”, allora fece in modo di restare in incognito e si fece chiamare “Roger Federer”.

Chi abbia anche una minima conoscenza del mondo del tennis sa già che non sto affatto esagerando a scrivere quanto sopra; chi non l’abbia, deve sapere che forse mai, nello sport, un suo protagonista è stato accostato con tale frequenza e costanza all’idea del “divino”, coniugata nelle sue diverse forme, come è accaduto con Roger Federer. D’altro canto forse mai, prima, uno sportivo ha mostrato di fare cose che innumerevoli volte sono state definite “impossibili”, “prodigiose”, “magiche” ovvero divine, appunto a segnalarne l’apparente sovrannaturalità – peraltro condivisa da praticamente chiunque abbia scritto di tennis e di sport in genere, in modo professionale, articolato, tecnico oppure no. In Roger Federer è esistito davvero (66thand2dn, 2021) Emanuele Atturo racconta una biografia tecnico-agonistica del divino campione svizzero sovrapponendovi una narrazione affettiva che è certamente personale ma è facile immaginare comune a qualsiasi tifoso di Federer, grazie alla quale a quella biografia sportiva – che obiettivamente richiede al lettore una certa conoscenza dello slang tecnico del tennis, altrimenti tra topspin, backspin, break, serve&volley, demi-volée, tweener eccetera, il non competente in materia rischia di confondersi – affianca costantemente lo sguardo nei confronti dell’aspetto umano del personaggio, sia fuori che dentro dal campo. Un aspetto che da un lato contribuisce a mantenere “terrena” una figura così teologicamente narrata (anche qui non esagero, pensando ad esempio a testimonianze in tal senso come il celeberrimo saggio Roger Federer come esperienza religiosa di David Foster Wallace) ma dall’altro in qualche modo ne acuisce l’aura di trascendenza – o trasumanazione, per dirla dannunzianamente – d’un uomo che, come si può leggere sulla quarta di copertina del libro, «ci ha suggerito l’esistenza di una natura divina dell’uomo […] non ha mai smesso di suggerire l’esistenza di una dimensione sacra e metafisica attraverso una partita di tennis.» Una sorta di messia, insomma, che ha scelto il tennis come dottrina estetica, filosofica, umanistica e in essa, per giustificarne la genesi divina, ha mostrato innumerevoli “miracoli” sotto forma di colpi impossibili – John McEnroe, a sua volta immenso campione ovvero un altro per il quale il termine “genio” non appare affatto esagerato, nel commentare un punto di Federer disse in telecronaca che «un essere umano normale non può neanche provare un colpo del genere» (pagg.70-71), così a sua volta segnalando l’apparente sovrumanità del fuoriclasse svizzero e l’evidenza concreta che certi prodigi tennistici non è che a Federer riescono e al altri no, ma che solo Federer può farli. Tantissimi grandi campioni, insomma – Nadal, Murray, Djokovic – ma lui ad un livello altro, sostanzialmente ultraterreno.

Ecco: a fronte dell’inevitabile uso di termini di tal genere – ultraterreno, sovrumano, prodigioso, miracoloso, sacrale, divino, eccetera – Emanuele Atturo riesce a mantenere nella propria narrazione che pur nasce da un sentimento profondamente passionale verso Federer un’obiettività notevole, fin troppo razionale in certi frangenti, andando a scavare a fondo tanto nella cronaca dei suoi prodigiosi successi quanto delle sue più cocenti sconfitte e di queste mettendone in evidenza gli strascichi umani e psicologici, quelli che Federer d’altro canto non ha mai nascosto pur nella permanenza del suo elegantissimo aplomb elvetico che lo ha reso pure un’insuperabile uomo-immagine di se stesso, del tennis e dello sport in generale, del suo paese nonché di numerosi prestigiosi sponsor.

D’altro canto gli dei cadono, prima o poi, fosse solo perché, dovendo vivere quaggiù sulla Terra tra i mortali, sono inesorabilmente sottoposti agli effetti del tempo e al suo passare. Roger Federer ha ormai più di 40 anni, un’età alla quale i tennisti “normali” si sono ritirati da tempo mentre lui «si è via via arreso alla consunzione del proprio talento ma mai del tutto, mai fino in fondo» (sempre dalla quarta di copertina del libro). Gli appassionati di tennis del pianeta – tutti, non solo i suoi tifosi dichiarati – attendono e temono da anni “il momento”, l’annuncio del suo ritiro, la fine di tutto – perché è innegabile che, quando Federer si ritirerà, il tennis non potrà più essere quello di prima. Come Parigi senza più la Tour Eiffel, Londra senza Big Ben, Roma senza Colosseo: città che, nel caso, esisterebbero ancora e resterebbero bellissime e affascinanti ma non sarebbero più quelle di prima, inesorabilmente. Federer non è stato il più grande campione di tennis della storia: è stato il tennis, ne ha (ri)scritto la storia fin da quando debuttò nel circuito professionistico, ed è una storia sulla quale ancora non c’è la parola “fine”. Già, perché ancora non si è ritirato, Federer, nonostante l’età, gli acciacchi, gli avversari che ormai potrebbero quasi essere suoi figli: d’altro canto un “dio” si può ritirare? Leggendo l’ultimo capitolo del libro di Emanuele Atturo, quello che gli dà il titolo e che risulta il più intimo e passionale, nel quale tra le altre cose l’autore si chiede come potrebbe mai essere il ritiro, l’ultima partita, l’addio di un tale personaggio, mi viene da vaneggiare un’assurdità: e se Federer decidesse di non ritirarsi mai? Di svanire lentamente come un’entità veramente sovrannaturale, sostanzialmente assente ma spiritualmente presente, che non ci sarebbe più ma la cui essenza permarrebbe costantemente vivida e percepibile in forza della memoria incancellabile della sua grandezza prodigiosa, della sua classe assoluta e di quegli innumerevoli suoi colpi miracolosi? Lasciando peraltro così perennemente (o comunque assai lungamente) viva la speranza pur utopica in ogni appassionato di tennis di una sua ricomparsa, chissà quando, anche solo per poter tornare a rivederlo con in mano una racchetta mentre scambia qualche colpo dei suoi, nei quali chiunque finirebbe per rivedere in una vividissima illusione una delle sue magie ormai entrate nella storia del tennis?

La frase finale del libro, in fondo, è meravigliosa nel compendiare in poche parole quello che è un po’ il senso assoluto e ultimo di un personaggio come Roger Federer rispetto al suo sport praticato, a ciò che ha saputo fare, alla sua figura popolare, agli appassionati (e non) che lo hanno ammirato e a ogni sua altra manifestazione pubblica (o terrena, se preferite): «Chissà se è esistito davvero, o se arriverà il momento in cui ci accorgeremo che la sua apparizione, in realtà, è stata un sogno.»

Ecco. Che dire d’altro, se non consigliarvi di leggere questo libro e constatare che, se mai un “dio” possa esistere, per qualche lustro ha giocato a tennis?

P.S.: scrivo questa mia “recensione” al libro di Emanuele Atturo nei giorni in cui va in scena l’orribile sceneggiata del “no vax” Novak Djokovic agli Australian Open. Una vicenda che, a suo modo, rappresenta una recensione indiretta a ciò che è Roger Federer e alla grandezza del suo personaggio sportivo e umano. Fine.