In treno da Trieste a Vienna

[La Ferrovia del Semmering a fine Ottocento. Foto di Snapshots Of The Past, CC BY-SA 2.0, fonte:  commons.wikimedia.org.]
Gli appassionati di grandi viaggi in treno saranno felici di sapere che, da pochi giorni, è stata riattivata in tutta la sua lunghezza la linea ferroviaria diretta fra Vienna e Trieste, la celeberrima Südbanhof (Ferrovia meridionale), costruita in età asburgica e, con il suo spettacolare tratto alpino nel quale prende il nome di Ferrovia del Semmering, “Patrimonio dell’Umanità” Unesco dal 1998.

Come scrive Laris Gaiser sulla rivista italiana di geopolitica “Limes”,

È una sensazione sublime. Prima la pianura viennese accarezzata dalla sua secolare brezza, poi piano piano la salita verso il Semmering, la prima tratta ferroviaria montana d’Europa, capolavoro dell’ingegneria umana, fortemente voluta dall’arciduca d’Austria Giovanni e perfettamente progettata da Carlo Ghega (geniale ingegnere stradale e ferroviario italiano di origini albanesi con cittadinanza austriaca – n.d.L.). Quattordici gallerie costruite tra il 1848 e il 1854 e sedici viadotti che portano alle lussureggianti vallate della Stiria che con i suoi vigneti accompagna il fischio del treno fino alla piana di Lubiana. Dalla capitale slovena il convoglio riprende il suo viaggio innalzandosi verso il brullo Carso per incontrare all’orizzonte il luccichio del mare prima dell’ultima discesa verso la porta al mondo dell’ex impero asburgico, Trieste.
È come vivere nel film Ritorno al futuro. L’Europa di Mezzo gioisce nel rivedere aperta la storica linea ferroviaria che fece di Trieste una delle città più ricche, vivaci, effervescenti del mondo e di Vienna la capitale d’un impero proiettato globalmente. A 164 anni dal primo treno, e dopo decenni di fermo, da ieri i convogli scorrono di nuovo esattamente sullo stesso tracciato di allora. Nulla è cambiato. Manca solo la figura dell’imperatore Francesco Giuseppe che nel viaggio d’inaugurazione veniva accolto nelle varie stazioni dai locali al canto dell’Inno dei Popoli.

[Lo stesso tratto della Ferrovia del Semmering dell’immagine in testa al post, nel 2016. Foto di Liberaler Humanist, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La Südbanhof è stata in effetti una delle grandi opere ottocentesche di ingegneria che hanno “creato” l’Europa contemporanea e il suo paesaggio, unendo due tra le città fondamentali nella storia del continente le quali oggi, con il collegamento ritrovato, ricreano un legame non solo logistico e commerciale ma pure culturale mai venuto meno: qualsiasi viaggiatore che visita Trieste facilmente ne riconosce l’anima asburgica ovvero austroungarica, ben viva tutt’oggi e non solo per ragioni storico-geografiche. Inoltre l’intraprendenza ingegneristica di Carlo Ghega, paragonabile a quella di Carlo Donegani nelle Alpi Centrali (del quale ho scritto qui), ha mostrato la possibilità, fino ad allora ritenuta troppo difficoltosa da realizzare, di superare la barriera alpina attraverso moderne vie di transito, così in qualche modo vincendo (in prospettiva storica) la scellerata partizione geopolitica del crinale alpino dettata dalla disciplina settecentesca di matrice cartesiana, che ha fatto della catena alpina una linea di confine pressoché generale quando fino a prima era sempre stata uno spazio di connessioni e scambi d’ogni sorta.

Oggi il mondo è cambiato, abbiamo a disposizione comodi mezzi di trasporto individuali o aerei ben più veloci di un treno: eppure viaggiare lungo una linea così emblematica e altrettanto spettacolare, in forza dei territori attraversati e dei paesaggi in continuo cambiamento – da quello marino e già mediterraneo di Trieste, a quello prettamente alpino e di gran pregio ambientale della Stiria, fino a quello urbano e pienamente mitteleuropeo (con “vista” verso Oriente, per giunta) di Vienna – può ancora rappresentare un’esperienza di grande fascino e di illuminante valore culturale. Il viaggiatore autentico e appassionato di tali esplorazioni senza tempo la metterà in agenda, senza alcun dubbio.

Gli intellettuali sono pericolosi

[Immagine tratta da beirut-today.com, fonte originale qui.]
Il brutale omicidio dell’intellettuale libanese Lokman Slim mette ancora una volta in luce come da sempre, nella storia dell’umanità, gli intellettuali siano considerati dal potere i nemici principali, ben più che quelli geopolitici con i quali si combattono le guerre e poi, una volta finite, si stringono alleanze. L’intellettuale, quando non abdichi al valore socioculturale della sua figura per “vendersi”, rimane un pericolo assoluto in forza della propria intelligenza critica, della consapevolezza civica e della libertà di pensiero che ne deriva: tutti elementi radicalmente avversi a qualsiasi forma di potere e di qualsivoglia segno, colore, matrice, che miri al costante rafforzamento della propria egemonia a scapito dei diritti e delle libertà della comunità ad esso sottoposta.

Anche per questo, ultimamente, il termine “intellettuale” viene sovente utilizzato con accezione quasi spregiativa da certi personaggi politici e dai media ad essi sodali, associandolo a raffigurazioni elitarie, snobistiche, egocentriche e così via. Ora, senza entrare nel dibattito al riguardo per non dilungarmi eccessivamente su altri temi (peraltro già trattati, qui sul blog: l’ultimo contributo è qui, altri in ordine sparso li trovate qui), se in certi casi quanto appena rimarcato è vero, non è sicuramente una questione di termine e di suo senso assoluto ma di persone, e di loro (scarsi) coerenza, onestà intellettuale, autentico civismo, dunque di bieco sovvertimento di quel senso: ovvero, sono i casi in cui accade quanto accennavo poco sopra, la rinuncia della figura in questione alle proprie prerogative socioculturali per inseguire mere mire di comodo, per motivi magari comprensibili ma non sempre (anzi, quasi mai) ammissibili, appunto.

Lokman Slim – scrittore, editore, promotore culturale e attivista politico – era scomodo a chi vuole dominare il suo paese perché intellettuale e intellettualmente libero: come riporta l’articolo di “Internazionale” che potete leggere cliccando sull’immagine in testa al post, Slim «sapeva di essere sconvolgente con le sue prese di posizione», ciò perché la libertà di pensiero è sempre sconvolgente per chiunque invece voglia regimentarla, ordinarla, conformarla funzionalmente ai propri interessi di potere. Accade da sempre, da millenni, è accaduto ancora – in Libano come in molti altri paesi, anche di quelli apparentemente più “avanzati”, accadrà di nuovo. E finché gli intellettuali, i veri, liberi, illuminanti, rivoluzionari intellettuali, verranno assassinati, questo mondo non potrà affatto dirsi civile, avanzato e progredito. Per nulla.

La Biblioteca di Stromboli non deve chiudere

Non posso non condividere questa petizione che ho trovato su change.org (e ovviamente firmata al volo) con la quale si cerca di scongiurare la chiusura della piccola ma essenziale biblioteca di Stromboli – un luogo semplicemente meraviglioso, ma non serve che ve lo dica. Così come, mi auguro, non serve rimarcare quanto per un’isola in mezzo al mare, con soli 400 abitanti e gioco forza priva dei servizi di cui può godere una comunità urbana più grande, un presidio culturale come una biblioteca sia un luogo fondamentale, e non solo per la cultura ma pure per la socialità dell’isola. Anzi: ha ben più valore su Stromboli, una biblioteca pur piccola, che una molto più grande in un’altrettanto grande città. Oltre a fare da sublime supporto alla preziosa cultura scaturente dalla bellezza del paesaggio dell’isola, in un connubio di rara importanza e fascino.

Vi chiedo dunque di leggere (cliccando sulle immagini) le motivazioni a sostegno della petizione e firmare, perché è veramente un gesto tanto piccolo quanto fondamentale. Grazie.

Piccola metaletteratura di strada

“Letteratura” di genere, be’… non giallo, nemmeno noir o rosa… rosso o bianco, ecco!

(Per chi non lo conoscesse, Carlo Porta è lui.)

Davide Enia, “Appunti per un naufragio”

Nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza Genio” ha scritto Servio nei suoi celeberrimi Commenti alle opere di Virgilio. Ci sono luoghi nei quali il Genius si mostra intenso da subito, in forza di un territorio dotato di grandi peculiarità ambientali da cui scaturisce una concezione del paesaggio oltre modo vivida; altrove invece il Genius diventa compendio discreto di elementi più piccoli, meno appariscenti, oppure abbisogna di un dialogo maggiormente fitto e costante con le genti che ne abitano il territorio e vi si relazionano. Una condizione, questa seconda, che rimanda direttamente alla definizione contemporanea di “Genius Loci” formulata dall’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz e divenuta basilare nella teoria architettonica odierna: «In genere, si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo Genius Loci.»
Ecco, a prescindere dai territori, dalle loro morfologie naturali, dai paesaggi più o meno suggestivi e da ogni altro elemento fisico, anche umano ma storicizzato, oggi vi sono senza dubbio luoghi che attirano a sé, quando non elaborano autonomamente, significati molteplici e intensi, tanto più se derivanti da vicissitudini geostoriche recenti la cui manifestazione va oltre il luogo stesso e i suoi “confini”. Lampedusa è certamente uno di questi luoghi, in forza dell’essere diventato il centro geografico, sociologico, antropologico, politico e quant’altre cose affini dell’intero bacino Mediterraneo, o quanto meno della sua parte più compressa tra le terre europee e africane, e dell’esserlo diventato in modo drammatico, a volte anche spaventosamente tragico. Un’isola minuscola eppure gigantesca, nella storia che le viene scritta addosso, uno scoglio sul quale naufragano innumerevoli battelli di disperati e con essi speranze, sogni, chimere ma pure, di contro, che consente rinascite, resurrezioni da vite precedenti troppo brutte per poter essere ancora vissute, che rappresenta una “meta” fondamentale senza esserlo quasi mai, anzi sovvertendo il senso stesso del termine, del concetto di “viaggio” e del “confine” che rappresenta. Un confine che laggiù è naufragato esso stesso, insieme a e anche più dei barconi che troppe volte s’inabissano nelle acque prossime all’isola. E insieme alla dignità di un mondo tanto agiato quanto meschino, ahinoi.
Ciò che invece non potrà mai naufragare è quella “storia inscritta sul luogo” di cui l’isola è ormai protagonista suo malgrado da venticinque anni, e dunque non può e non deve mai naufragare la narrazione che scaturisce continua, imponente, irrefrenabile dalla sua dimensione vitale quotidiana: lo ha compreso bene Davide Enia, forte della propria grande e poliedrica sensibilità autorale, che decide – da fiero siciliano, dunque “figlio” della stessa acqua che bagna la sua isola natale e, poco più a Sud, Lampedusa – di dare una voce, scritta e non solo, ovvero uno strumento letterario a quella narrazione, peraltro così “umana” da non poter non penetrare rapidamente nei corpi, nelle menti e nell’animo di chiunque la intercetti, nelle vite, nella quotidianità, nella propria esistenza ordinaria anche quando apparentemente lontana da ciò che accade sull’isola. Tutto questo è Appunti per un naufragio (Sellerio Editore, 2017), un romanzo che non è un “vero romanzo” per come non abbia una trama convenzionale (nel senso che a ben vedere non ce l’ha proprio), una sorta di diario che tuttavia non mette in fila giorni e settimane ma visioni, emozioni e suggestioni, un quaderno di appunti solo apparentemente disordinati dacché in realtà profondamente logici per come sappia indicare, illuminare, palesare i tanti significati che, oggi, danno corpo al Genius Loci di Lampedusa, certamente tra i più tormentati eppure frementi di questa parte di mondo []

(Leggete la recensione completa di Appunti per un naufragio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)