Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

A casa propria, nel bosco

Salgo lungo il sentiero, supero un ponticello in legno, svolto e attraverso una radura alla quale, sulla destra, fanno da limite alcuni grossi massi. I rumori del fondovalle sono assopiti ma ancora udibili, seppur in costante dissolvimento; non ci sono altri escursionisti in zona. La traccia si fa ripida, punta in direzione dell’apice del prato verso il bosco, lo contorna per qualche metro poi, con una piega a gomito verso destra, vi entra decisa.
E mi ritrovo qui:

Gli alberi dai tronchi possenti e dalle chiome vaste e folte, il cielo quasi invisibile ma la luce solare inondante lo spazio, ogni rumore ora del tutto svanito.

Nella mente, d’improvviso, come per via di qualche elucubrazione che ricava le sue giustificazioni dall’inconscio, più che da saperi acquisiti, e vi dà forma e le modella con la stessa materia dell’animo, la prima cosa che si fa intellegibile è un pensiero, una parola, un concetto ma forse anche di più: casa. Anzi, per meglio dire: oikos [1].

Poi, l’intelletto reclama il governo di questa inopinata percezione, la rimodella o la modifica, forse la storce ma, senza dubbio, crea qualcos’altro che lì, in quel momento, non mi sembra affatto fuori luogo: “heimat”, concetto da me studiato per tanto tempo, sostanzialmente indefinibile (chi lo ha definito sovente lo ha parimenti traviato) e dunque definibile in mille personali modi, magari pure antitetici tra di loro ma, in verità, necessariamente da cogliere e contestualizzare in determinati spazi e determinati momenti temporali, nonché in determinati stati d’animo. Ecco, non so bene perché ma credo che me lo potrei pure spiegare, se lo volessi, solo che penso che non sia così importante – insomma, lì, nel bosco, quella domenica mattina, lo stare lì con negli occhi esattamente quello che ho cercato di fissare nell’immagine che vedete, ho pensato prima a “casa” e poi a “heimat”.

Forse soltanto una particolare sensazione del momento, forse no, qualcosa di più profondo e articolato. Tuttavia, appunto, non trovo di dover forzare alcuna elucubrazione che non sia piuttosto un prodotto spontaneo e “naturale” del mio essere lì – nel senso duale del termine: in quanto essenza (io sono) e in quanto presenza (io sto). Il senso autentico delle cose e degli eventi quasi sempre scaturisce da sé, serve solo la facoltà di saperlo cogliere e comprendere nella sua autenticità, senza aggiungervi nessun’altra sovrascrittura. E il bosco – come pochi altri ambiti, io credo – è uno spazio, un ambiente, un luogo dentro il quale ciò avviene nel modo più evidente. Un luogo nel quale qualsiasi sovrascrittura umana, anche quando presente, diventa secondaria.

[1] Dal quale peraltro deriva il nostro prefisso eco-, quello ad esempio di “ecologia”.

Nuvole scure

[Foto di Broin da Pixabay]
Io – l’ho già detto in altre occasioni, qui – non è che abbia una grande considerazione dei servizi di previsione meteorologica, anzi, consiglio di non guardarli nemmeno o quanto meno di considerarli per ciò che sono, ovvero mere “previsioni” e niente più, appunto.

Però a volte la colpa delle previsioni errate non è tutta loro, forse, ad esempio nei casi in cui abbiano previsto per l’indomani bel tempo e invece il cielo si presenta ingombro di nubi plumbee che, prima o poi, scaricano pioggia se non innescano temporali. Perché ho l’impressione che tutte quelle nuvole scure ammontonate, certe volte non siano altro che la condensazione delle troppe, inutili lamentazioni che tanta gente quaggiù sulla Terra enuncia, effonde, emana e litaneggia e piagnisteggia e spande come scarichi di automezzi o ciminiere di fabbriche finché tutta questa densa “caligine grigiastra” sale al cielo e, appunto, si raggruma lassù, uno spesso tappeto di tetre nubi che oscurano qualsiasi possibile serenità. Già.

Dacché se certa gente si lamentasse meno, mi viene da pensare, ci sarebbero più giornate di Sole, oltre che meno problemi comuni irrisolti. E persino i meteorologi c’azzeccherebbero di più, con le loro previsioni – cosa che avrebbe quasi del prodigioso e, a ben vedere, già da sola potrebbe giustificare una netta riduzione di quegli inutili piagnistei, ecco.

 

La chiave d’accesso al paesaggio interiore

Per molte creature infatti l’ambiente nel quale esse vivono è la chiave di accesso al loro paesaggio interiore. E ciò non è una semplice questione di sensibilità e mania artistica, ma superiore bisogno dell’intelligenza, spirituale, conforto, necessità assoluta di scambio e di unione tra sé stesso e la gente. Per alcuni l’ambiente intimo, lo studio, importano sopra ogni altra cosa. Per altri si tratta del cielo, del clima: l’atmosfera di una città o le dolcezze della campagna.

(Guy de Portalès, Nietzsche in ItaliaHistorica Edizioni, 2016, pag.47; ed.orig.1929.)