Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

Viaggiare per il mondo con Battiato

Credo che non esista un brano di Franco Battiato che non contenga in un modo o nell’altro il “viaggio”. Nel senso materiale o immateriale del termine e del concetto ovvero geografico, mentale, spirituale, metafisico, astrale, la musica di Battiato è potente e oltremodo suggestiva rappresentazione del viaggio nonché pratica sonora per viaggiare, con la mente nell’ascolto ma propedeuticamente per il viaggio vero e proprio. E non è solo una questione di interpretazione delle armonie e dei testi, ma sapete bene che i brani del grande Maestro siciliano sono infarciti di innumerevoli citazioni di luoghi, paesi, città, regioni e di genti, tradizioni, culture, saperi identificanti quei luoghi.

Posto ciò avrei voluto fare io (ma non l’avrei fatto così bene) ciò che ha fatto Alessio Arnese con “MAPPIATO”, sito web che presenta la Carta dei luoghi citati nelle canzoni di Franco Battiato con relativa playlist dei brani dai quali vengono le varie citazioni geografiche.

Un bellissimo modo non solo per omaggiare Battiato e la sua arte musicale, ma anche per dimostrarne il mirabile cosmopolitismo e l’illuminante valore multiculturale: un aspetto fondante e centrale, questo, di tutta la sua produzione artistica. Quello di Battiato è un multiculturalismo che è connessione di differenti e distinte identità culturali, lontano da certo globalismo ideologico o da superficiali banalizzazioni che nel voler vedere (pur giustamente) il pianeta come un solo luogo ignora e trascura la sua imprescindibile geografia umana. È relazione di tante identità tutte peculiari, confronto di culture, scambio di saperi, cognizioni, erudizioni, fervido invito alla conoscenza e all’arricchimento reciproco senza mai rinnegare la propria identità, anzi, facendo di essa il primo – e non solo perché proprio – elemento di condivisione e arricchimento. Che è poi, tutto questo, uno dei sensi fondamentali del viaggio più autentico, espresso in modo inarrivabile da chi – Battiato stesso, intendo dire – si è autodefinito un “professionista del viaggio” (clic) facendone una pratica di conoscenza, comprensione, illuminazione, sapienza e, a suo modo, di ascetismo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare “MAPPIATO” e, inesorabilmente, buon viaggio!

In difesa del buio

[Il paesaggio “luminosamente inquinato” dell’Altipiano Svizzero dalla vetta del Rosinli sopra Bäretswil, Canton Zurigo. Foto di Jan Huber da Unsplash.]
Un po’ come il silenzio, da qualche tempo parte anche il buio – elemento del tutto naturale e in ciò ordinario come il primo – è visto come un qualcosa di pauroso e inquietante, nonostante non si viva più in secoli nei quali si credeva ai mostri annidati nell’oscurità ma nell’era della “comfort zone” assoluta, quella che ci fa credere, a noi umani, di avere sempre tutto sotto controllo, in primis grazie alla nostra supertecnologia, ma che in verità è una delle cause primarie che generano quella paura. Per questo, appena usciamo dai coni di luce dei nostri begl’impianti di illuminazione, noi uomini del Terzo Millennio pronti a conquistare Marte torniamo ad avere paura dei draghi come rozzi contadini superstiziosi dell’anno Mille – così come quando percepiamo il silenzio, al quale il rumore della quotidianità ci ha del tutto disabituato, proviamo timore persino del nostro respiro.

Fatto sta che non solo ci dimentichiamo che, ribadisco, silenzio e buio (con altri elementi) sono il mondo che abitiamo e grazie al quale viviamo, ma non consideriamo che “l’omicidio” del buio commesso con tutte le luminosissime “armi” che possediamo e che disseminiamo ovunque nel territorio abitato in certi casi provoca molti altri problemi e rischia di “uccidere” a sua volta l’ambiente che di quel mondo rappresenta la manifestazione vitale fondamentale. Tutto ciò, se possibile, vale ancora di più nei territori dove quegli elementi naturali risultano ancora sostanziali nel paesaggio locale, come in montagna. Moria di insetti, diminuzione delle piante impollinate, uccelli migratori disorientati, disturbo del ritmo del sonno della fauna, sono solo alcuni dei danni collaterali cagionati dall’impatto dell’inquinamento luminoso sul mondo in cui viviamo. Lo ricorda con un breve ma importante articolo sul proprio sito la CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi la cui importanza, come detto, trascende il mero interesse rivolto alla regione alpina: dacché se in montagna la presenza eccessiva della luce artificiale appare un dato palesemente macroscopico (Mario Broggi, ex presidente della CIPRA International, sulla rivista tedesca “Nationalpark” scrive che «Nelle Alpi la percentuale di boschi completamente oscuri di notte varia dal quattro per cento delle Alpi centro-occidentali al 16 per cento del versante meridionale delle Alpi. Le ultime grandi aree di buio totale non si trovano nella zona del bosco, ma nelle aree al di sopra della linea degli alberi», il che è parecchio allarmante, se ci pensate bene), è nei piccoli/grandi conglomerati urbani che l’inquinamento luminoso assume aspetti a volte quasi sconcertanti – chiedete a un “cittadino” se sia in grado di vedere le stelle in cielo, quando cammina nelle ore notturne per le vie della sua città, per dire!

Dunque, proprio a tal proposito, ecco che Cipra indica una possibile “soluzione”, certamente parziale ma già alquanto significativa, i “Parchi delle stelle”: «Le aree con poca illuminazione artificiale diventano quindi sempre più importanti. Da ciò è nata l’idea delle aree di protezione dalla luce. Sono luoghi che vengono protetti dall’inquinamento luminoso e permettono l’osservazione di un cielo naturale, che di notte è ancora buio. La riserva della biosfera UNESCO Rhön/D, il parco naturale di Gantrisch presso Berna o l’area protetta Winklmoos-Alm/D in Alta Baviera sono i cosiddetti parchi delle stelle che sensibilizzano i visitatori al fenomeno naturale del cielo notturno, alla protezione degli animali notturni e all’uso efficiente dell’energia. Il progetto transfrontaliero italo-austriaco “Skyscape” vuole addirittura sviluppare nuovi prodotti turistici puntando sull’oscurità. Propone infatti in via prioritaria l’osservazione del cielo buio e l’esperienza del paesaggio notturno intatto e indisturbato in aree selezionate delle Alpi.»

Ecco. Insomma: non abbiate paura del buio, anzi, salvaguardatelo in tutti i modi possibili e cercate di viverlo nel modo più virtuoso ed emozionante possibile. Anche perché, se vogliamo essere persone in un modo o nell’altro luminose e illuminanti (in modi autenticamente umani e non in altri, artificiali e artificiosi), abbiamo pur bisogno del buio per brillare al meglio, no?

Gli “illuminati”

Sono convinto da sempre che gli “animali” – che l’uomo definisce così quasi sempre con accezioni di sprezzante superiorità, più che con significato biologico – siano creature ben più intelligenti dei supponenti umani, più sagge, perspicaci, sagaci… più illuminate, insomma. E di questa cosa ne sono ancora più convinto ora che, da più di un anno e mezzo ormai, ho preso alle mie dipendenze Loki con mansioni di segretario personale a forma di cane, il quale, pur tra comprensibili intemperanze giovanili, mi dona di frequente pillole di saggezza canina assolutamente brillanti.

Eccolo infatti qualche sera fa, Loki, mentre riceve un’ennesima “illuminazione”. Chissà da chi e da dove, poi. Da una coscienza animale superiore, da una misteriosa dimensione ultraterrena, da un’avanzatissima razza aliena con la quali gli animali sono in contatto, da qualche entità divina certamente ben più degna di tal titolo rispetto a quelle umane. Mah!

Comunque, una cosa del tutto affascinante, già.

Poi, be’, ecco… in verità sarei curioso anche di sapere chi e cosa abbia “illuminato” Loki per ispirargli questo (e alcune altre simili condotte):

Forse, non so – sono le classiche eccezioni utili a confermare la regola suddetta. Per carità, ci sta: può ben essere che anche tra gli animali nessuno è perfetto – anzi, nessuno è perfettamente illuminato. In fondo, se i così “civili” e “intelligenti” umani si limitassero come i cani a sbrindellare qualche strofinaccio, o cose analoghe, piuttosto di costruire armi di distruzione di massa oppure di spingere il pianeta sull’orlo del collasso ambientale, credo che vivremmo in un mondo migliore. E meglio illuminato, senza dubbio.

La testa tra le nuvole, e oltre

A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.

Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.

(L’immagine è mia, ed è di qualche giorno fa.)