La nuova via ferrata ai Forni “Jacopo Compagnoni”, aperta nei pressi del Ghiacciaio dei Forni sopra Santa Caterina Valfurva, in pieno Parco Nazionale dello Stelvio, è un’opera veramente imbarazzante. Lo è per chi l’ha realizzata, innanzi tutto, e lo affermo con tutto il rispetto per il fine di commemorazione che le è stato conferito – Jacopo Compagnoni, guida alpina e fratello della pluricampionessa olimpica Deborah, scomparve travolto da una valanga proprio in Valfurva nel dicembre 2021.
Ribadito dunque il rispetto più assoluto per la rimembranza, non si può non restare basiti di fronte a un’opera del genere, e ciò per diversi motivi. Elenco di seguito i più lampanti:
1) Si realizza una nuova via ferrata in ambiente d’alta quota, dunque un importante segno antropico in un territorio naturale intatto, nel bel mezzo di un parco nazionale, area di massima tutela ambientale e naturalistica prevista dalle leggi nazionali vigenti, che «non nasce per moltiplicare le occasioni di consumo turistico della montagna ma per conservare gli ecosistemi, proteggere il paesaggio e limitare le trasformazioni antropiche. La sua funzione è rappresentare un limite alla continua artificializzazione del territorio, non esserne il laboratorio»[1]. Dunque come può essere ammissibile una nuova ferrata in quel sito protetto?
2) Vengono spese risorse pubbliche al riguardo il che evidenzia la molteplice ipocrisia di fondo dell’opera, che viene realizzata dove non si dovrebbe spendendo per essa soldi dei contribuenti che sarebbero da destinate ad altri scopi, innanzi tutto proprio al sostegno della tutela ambientale della zona, viste le sue riconosciute peculiarità, da parte degli stessi enti pubblici che invece decidono di spenderli in tal modo.
3) Si sostiene che la ferrata nasce per «rendere la montagna accessibile». A parte che accessibile la montagna lo è già in innumerevoli modi, ma si dimentica che la montagna è accessibile a chi è in grado di accedervi in forza delle proprie capacità e delle varie difficoltà da affrontare. Su un sentiero pianeggiante vi possono accedere tutti, su una parete verticale vi accede chi ha l’attrezzatura individuale e le capacità tecnico-atletiche per superarla. Il concetto di “montagna accessibile” è un mero inganno funzionale a infrastrutturare la montagna il più possibile – con ferrate, ciclovie, funivie e quanto altro di simile – che svilisce e degrada l’idea stessa di montagna e della sua frequentazione consapevole e intelligente.
4) Si sostiene che «questa ferrata rappresenterà un grande elemento di attrattività per i turisti e per gli amanti della natura»: ma, come già rimarcato, in un’area di tutela ambientale di interesse nazionale non vanno creati elementi di attrattività turistica, e gli “amanti della Natura” autentici non chiedono e non fruiscono di sicuro di un’infrastruttura artificiale come una via ferrata, elemento antitetico a qualsiasi amore per la Natura!
5) Si sostiene che la nuova via ferrata colma «un vuoto nell’offerta escursionistica locale e dotando il comprensorio di una struttura moderna e attrezzata»: ma, di nuovo, un parco nazionale in quanto area di tutela ambientale trova il proprio senso e il valore esattamente nei vuoti che invece altri territori privi di tutela non hanno, e non devono essere dotati di strutture ludico-ricreative di questo genere, perché se questo accade è il segnale che non si è capito nulla di ciò che è e che rappresenta un parco nazionale!
6) Il Club Alpino Italiano, massimo sodalizio di montagna nazionale, nel proprio “Bidecalogo” sulle vie ferrate parla chiaro, al punto 12: «Nel passato si è assistito alla proliferazione di sentieri attrezzati e vie ferrate che spesso perseguono obiettivi estranei a un corretto spirito sportivo nell’affrontare le difficoltà. Tuttora si deve costatare come in molte zone si continui ad attrezzare nuovi itinerari e/o nell’ampliamento di quelli esistenti. Ciò provoca grave danno all’ambiente di alta montagna, dove prevalentemente questi itinerari si collocano. Il CAI si pone sempre in un atteggiamento di confronto costruttivo con l’obiettivo di disincentivare i soggetti coinvolti e/o in procinto di realizzare nuove vie e/o percorsi attrezzati o di ampliarne uno esistente.» È bene aggiungere che l’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI) è una sezione nazionale del Club Alpino Italiano, la quale dunque dovrebbe osservare quanto prescritto dal sodalizio, non agire all’opposto.

8) Dunque un’opera del genere che “idea” elabora della montagna? Di un luogo selvaggio ma che l’uomo può addomesticare quanto e come vuole, che la si può rendere artificiale pur di concedere a chiunque di fare ciò che altrimenti non saprebbe e potrebbe fare, che non conta più la volontà di elaborare le capacità tecniche e atletiche – ovvero alpinistiche qui – per salire dove altrimenti non si riuscirebbe perché tanto con cavi e pioli lo si può fare comunque, che anche le tutele legali e giuridiche di un’area montana compresa in un parco nazionale non contano nulla, che pure la crescente sensibilità diffusa per l’eccessiva invasività antropica nei territori naturali e la necessità di elaborare il può logico “senso del limite” in ambiti così meravigliosi e delicati non conta nulla. E che una tal degradata “idea” di montagna sia «pienamente condivisa» e dunque sostenuta tanto dalla politica locale quanto dalle guide alpine, con il solito silenzio-assenso del Parco Nazionale dello Stelvio è una delle cose in assoluto più imbarazzanti della questione.

[1] La citazione è tratta da questo articolo pubblicato sul sito di Mountain Wilderness Italia; è linkato anche in un altro dei miei punti.
