Piccolo elogio imprescindibile del Paesaggio – nella sua Giornata nazionale, oggi!

Ogni volta che ne ho occasione, qui nel blog, ci tengo a ricordare come, a mio parere, il libro sia l’oggetto culturale per eccellenza, in termini di accessibilità, diffusione potenziale ed efficacia culturale.

C’è forse solo una cosa che, a tal riguardo, può superare il libro: il Paesaggio. Il più accessibile (ovviamente) e potente elemento culturale a nostra disposizione, anche dal punto di vista identitario, del quale oggi viene celebrata la relativa giornata nazionale. Già, perché al di là di qualsivoglia bieca devianza di matrice reazionaria – purtroppo “posizioni”, queste, ancora troppo diffuse e ascoltate, oggi – fin dalla notte dei tempi il legame tra l’uomo e il paesaggio è quello antropologicamente più importante e irrinunciabile. Noi siamo rispetto allo spazio in cui siamo – la dualità etimo-antropologica del verbo “essere” – e il paesaggio è, per definizione geografica nonché per percezione emotiva, la forma dello spazio vissuto, del territorio in cui stiamo più o meno a lungo, temporaneamente o stanzialmente: dunque, nemmeno troppo metaforicamente, è la “forma” di ciò che noi siamo e di cosa noi facciamo nello spazio, ovvero come lo abitiamo, usiamo, sfruttiamo, curiamo o, malauguratamente, distruggiamo.

Per questo conoscere il paesaggio, comprenderlo, armonizzarsi ad esso, correlarsi con esso e i suoi elementi peculiari, saperne percepire la bellezza in modo consapevole, salvaguardarlo, difenderlo, identificarsi in esso (anche solo per pochi momenti, ribadisco) facendo che il paesaggio identifichi chi lo vive e abita, è un esercizio assolutamente fondamentale per l’uomo, da sempre e oggi ancora di più. Non solo: è una segno indubitabile del rapporto tra l’uomo e il paesaggio, del livello di cultura diffuso nella sua società e del relativo senso civico-ecologico – “eco-logia”, dal greco οἶκος, oikos, “casa” o anche “ambiente”, e λόγος, logos, “discorso” o “studio”: a dimostrazione che, parlando di “paesaggio” in senso lato – spazio vissuto, territorio, luogo, ambiente, Natura – stiamo sempre e comunque parlando della nostra comune casa. Dunque di qualcosa di realmente fondamentale – ribadisco.

Poi, come al solito, personalmente a queste giornate “spot” a favore o a sostegno di qualcosa non credo granché, anzi, anche meno. Ma che senza la cura (nel senso più ampio e profondo del termine) del paesaggio noi si sia una civiltà sostanzialmente prossima alla fine… a questo sì, io ci credo fermamente.

INTERVALLO – Des Moines (Iowa, USA), State Library

iowa0La Biblioteca Pubblica dello Stato dell’Iowa di Des Moines è considerata uno dei gioielli architettonici americani in senso assoluto. Aperta dal gennaio 1894 nell’ala ovest del nuovo edificio del Campidoglio cittadino, è celebre per la bellezza dei suoi interni, con le quattro gallerie raggiunte da scale a chiocciola finemente lavorate, i suoi arredamenti in legno di castagno, le boiserie e i pilastri in marmo e il pavimento con ancora le piastrelle originali ottocentesche. Elementi perfettamente preservati anche grazie alla ristrutturazione conservativa totale dell’edificio che tra il 1999 e il 2001 lo ha riportato al primigenio splendore.
Tutto ciò fa della biblioteca uno dei luoghi più visitati dai turisti in transito dalla città, con decine di migliaia di ingressi all’anno.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della biblioteca.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi (Paolo Rumiz dixit #2)

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Quando dopo molte grappe uscii e Lino chiuse il pesante uscio del convento, pensai di ripetere i nomi di quelle montagne, come un esorcismo contro la desertificazione. Cercai le magiche scogliere e le invocai, nella foresta. Sciliar, Vaèl, Renon, Vaiolett. Nel bosco passai accanto a una croce coperta di neve. Sotto, una montagna di pietre portate dai pellegrini come voto dalla Val d’Adige. Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.81)

Dice bene Rumiz in questo passaggio del suo libro. La cultura, oltre che di libri, nozioni, conoscenze, memorie, è fatta anche da tanti altri elementi, la cui valenza culturale spesso non sappiamo (o non riusciamo più a) cogliere. I nomi dei luoghi, ad esempio: semplici termini che tuttavia molto spesso contengono storie infinite,  infinite sapienze, saggezze, cognizioni, rivelazioni, chiavi più o meno arcane di misteri ancestrali. Non è un caso, proprio in antitesi alla chiosa di Rumiz nel brano riportato, che i terribili non luoghi di cui è colmo il paesaggio antropizzato contemporaneo non hanno nomi, oppure ne hanno di completamente avulsi dal contesto ambientale in cui sono stati inseriti. (Pseudo)nomi che mai genereranno memoria geografica, tonopomastica, sociale e antropologica, destinati a scomparire così come scompariranno quei non luoghi che denominano, mentre i primi esisteranno sempre, almeno finché vi sarà qualcuno che li ricorderà e li nominerà e anche se i luoghi cui sono legati verranno cancellati dal passare inesorabile del tempo. Ma la cultura ad essi legata, beh, quella resterà sempre, come se i nomi fossero una chiavetta usb in grado di rivelare il suo prezioso contenuto fino a che vi sarà qualcuno che la vorrà “attivare”.