Quando sulle Alpi c’erano posti vietati ai cani e agli italiani

Per tanti secoli le montagne non hanno rappresentato affatto un elemento di divisione tra le genti che le abitavano, ma di solida unione. Spinti dalla curiosità di scoprire cosa c’era dall’altra parte, le comunità alpine hanno viaggiato continuamente da un versante all’altro dei loro monti intessendo rapporti sociali e commerciali, legami affettivi, relazioni culturali, senza che mai quei monti rappresentassero un “confine”. Anzi: «Alpi come cerniera» di unione tra le genti, per usare una definizione particolarmente azzeccata, e per giunta senza conflitti o quasi. Poi, dalla fine dei Seicento, per meri fini di potere geopolitico, in Europa si è imposta la dottrina cartesiana dello spartiacque come elemento di determinazione dei confini dei vari stati alpini, che ha trasformato le montagne in baluardi naturali ai quali demandare la difesa dei territori statali ovvero, di contro, affidando loro il contenimento delle genti e la limitazione delle libertà di transito e di relazione. Così, ove un tempo vi erano amicizia, armonia, relazioni vicendevolmente proficue, si sono generate diffidenza, avversione, ostilità e, inevitabilmente, scontri bellici: inutile rimarcare che la Prima Guerra Mondiale, per quanto ci riguarda, è stato un conflitto prettamente “alpino” nel quale si sono ritrovati dalla parte opposta del fronte a spararsi addosso soldati che fino a qualche tempo prima vivevano da montanari in vallate adiacenti in perfetta concordia.

La realtà sopra sommariamente citata si manifestò un po’ ovunque, lungo la catena alpina, e un recente film d’animazione racconta una di queste storie, accadute intorno alla fine dell’Ottocento quando nelle vallate alpine francesi dirimpettaie a quelle italiane erano diffusi cartelli con sopra scritto Vietato ai cani e agli italiani (Interdit aux chiens et aux italiens nell’originale francese), frase che è diventata il titolo dell’apprezzatissima opera del regista Alain Ughetto, che ha vinto il premio della giuria e il “Prix Fondation Gan à la Diffusion 2022” all’ultimo Annecy International Animation Film Festival, svoltosi lo scorso giugno nella città francese.

Grazie a un’affascinante animazione in stop motion con pupazzi, il film racconta la storia di Cesira e Luigi, una coppia di emigranti italiani che negli anni Venti dello scorso secolo partono alla ricerca di una vita migliore in Francia, lasciandosi alle spalle le vallate alpine italiane e il loro villaggio natale di Ughettera, in Piemonte.  Arrivati sul versante francese, devono fare i conti con il razzismo della popolazione locale, di frequente manifestata dal messaggio che alcuni esercizi pubblici esponevano al loro esterno che, come detto, è diventato il titolo del film.

Come racconta lo stesso Alain Ughetto, «Prima di morire mio padre mi ha parlato di un villaggio in Piemonte i cui abitanti avrebbero tutti il nostro cognome. Incuriosito dall’origine misteriosa di questo cognome, sono andato sul posto, dall’altro lato delle Alpi, a Ughettera, “la terra degli Ughetto”. Chi erano queste persone? Come hanno vissuto? Che cosa le ha fatte andar via e dove sono andate? Grazie alle testimonianze di contadini piemontesi nati alla fine del XIX secolo, rievoco il percorso di mio nonno, nato nello stesso luogo e nello stesso periodo, ed emigrato in Francia come migliaia d’altri italiani. E nel mio studio ridò vita a questo mondo scomparso, questa civiltà contadina che era quella dei miei nonni, il “ mondo dei vinti”, come lo chiama Nuto Revelli che ne ha raccolto le ultime parole. Mettendo le mani nella pasta modellabile, ritrovando i loro gesti di lavoro, di vita, di sopravvivenza, mi interrogo sul lavoro stesso delle mie mani. Che cosa mi resta di loro, delle loro tecniche, del loro saper fare, dei loro paesaggi, della loro lingua, del loro immaginario? Che cosa è ancora vivo, in me, di questo mondo scomparso?»

Vietato ai cani e agli italiani è un’opera assolutamente emblematica riguardo l’evoluzione, o l’involuzione, della relazione che per lungo tempo le genti alpine hanno dovuto formulare con i territori montani abitati in forza di poteri politici del tutto avulsi dalle realtà montane e dalla storia delle comunità residenti. Di contro, l’opera di Ughetto segnala la necessità di recuperare sempre più quella dote di “cerniera” che le Alpi, e le montagne in generale, hanno manifestato a chiunque le abbia frequentate e le frequenti, sia da abitante stanziale e sia da visitatore occasionale, rispetto ai versanti geograficamente contrapposti ma anche in merito al rapporto tra montagne e città. Ciò al fine di riattivare quella rete socioculturale (la metromontagna, per usare la definizione di Giuseppe Dematteis) che deve – dovrebbe – stare alla base dello sviluppo virtuoso condiviso dei territori alpini in questa nostra epoca per molti aspetti problematica – lo stiamo vedendo già ora quanto lo sia – per strutturare la migliore resistenza possibile e rigenerare in maniera compiuta le comunità alpine in ogni aspetto della quotidianità vissuta.

Per saperne di più sul film, cliccate sull’immagine in testa all’articolo.

Pubblicità

Nove città alpine impegnate per il clima

[Panorama di Briga-Glis. Foto di Daniel Reust, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
A proposito di clima, in senso generale ma con particolare attenzione alla regione alpina, lo scorso anno è stato avviato da parte della Convenzione delle Alpi il progetto Climate Action in Alpine Towns che nel corso del 2022 impegnerà nove città alpine a realizzare interventi per il clima in termini di pianificazione territoriale e partecipazione dei cittadini – cosa quanto mai importante e necessaria in tali contesti, anche come forma di sensibilizzazione attiva verso la politica amministrativa che troppo spesso risulta assente – si veda il post che ho pubblicato qualche giorno fa, per dire. Il progetto sarà realizzato nel quadro della Presidenza svizzera della Convenzione delle Alpi e dell’Agenda territoriale 2030 nell’arco dei prossimi due anni; in esso verrà pure elaborato un rapporto scientifico sulla situazione di queste città alpine e le relative ripercussioni territoriali in tema di clima e aspetti correlati con il proposito di integrare alcuni dei risultati del rapporto con misure concrete.

La percezione diffusa delle Alpi è spesso rurale e non urbana. Tuttavia, circa un terzo degli abitanti vive in città alpine densamente popolate con peculiarità specifiche e altrettanto specifiche criticità ecologiche e ambientali. Come si può sviluppare un’azione climatica a bassa soglia nella pianificazione territoriale? Come coinvolgere maggiormente la società civile in questi processi di pianificazione? In che modo la partecipazione modifica la consapevolezza di queste persone e quindi anche la qualità della vita? Queste e altre domande costituiscono il fulcro del progetto; trovarvi risposte valide (e sempre più necessarie, d’altronde) ne rappresentano lo scopo principale.

Le nove città partecipanti al progetto sono Annecy e Chambéry in Francia, Briga-Glis in Svizzera, Belluno e Trento in Italia, Sonthofen in Germania, Villach in Austria, Idrija e Tolmino in Slovenia.

Potete saperne di più su Climate Action in Alpine Towns visitando il sito del progetto, qui.