Il coraggio di mutare davvero

Forse aveva bisogno di una coscienza molto pura per resistere a quel puro silenzio; altrimenti potrebbe essere che in un’ora tutto crolli su se stesso e si sciolga ciò per cui si è coltivato e costruito per tutta la vita, che forse l’ambizione eroica si sveli in vanagloria, in semplice fuga, e che alla fine, quando si è rimasti seduti a lungo li rimanga solo la macchia scura, una qualche fondamentale menzogna del cuore, che si intuisce e che si teme da sempre e si tenta mille volte di nascondere, perché semplicemente non si ha il coraggio, il coraggio di aprire gli occhi, di mutare davvero.

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.28-29.)

Invasione? Piuttosto “evacuazione”!

Cose interessanti e parecchio significative

Mentre buona parte del paese perde tempo, da anni, dietro l’inesistente “invasione” degli immigrati (la quale, ribadisco ancora una volta, “emergenza” viene fatta diventare dacché non risolta, anzi, aggravata da tutti i governi succedutisi negli ultimi anni, con modi ed esiti sempre peggiori e più deleteri), se di vera “emergenza” si deve parlare, ovvero d’una questione assolutamente grave tanto quanto vergognosamente ignorata e nascosta dai suddetti reggenti politico-istituzionali nazionali, lo si dovrebbe fare a riguardo delle centinaia di migliaia di italiani che dal paese se ne stanno andando, cercando una vita e un futuro migliori in una più evoluta e civile società straniera (qui trovate un po’ di numeri al riguardo, dai quali comprendere bene quale sia la vera “invasione” in atto. O la vera evacuazione, mi verrebbe da dire).
Non solo: l’infografica di seguito riprodotta, che prendo dalla pagina facebook della prestigiosa Rivista Il Mulino, mostra le regioni italiane da cui si sono verificate le maggiori partenze verso l’estero nel 2017. In testa, al di là della “prevedibile” Sicilia, tre delle regioni più “ricche” d’Italia: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. La parte migliore del paese, quella col PIL più elevato (se si escludono le regioni a statuto speciale del Nord), quella che riteniamo più in grado di offrire opportunità, risorse, servizi, convenienze.

Ecco.

Cose interessanti e significative, appunto, su realtà delle quali crediamo di sapere e capire tutto quando invece sappiamo poco e, probabilmente, capiamo ancora meno. Già.

I poeti e gli artisti possono ancora cambiare il mondo?

I poeti oggi sono necessari più di ogni altra cosa a questo mondo. Perché la forza delle loro operazioni risiede nella capacità di sganciarsi dalla norma per poter osservare un sistema disfunzionale attraverso codici linguistici e decodificazioni necessarie, diverse, per riallacciare un rapporto tra l’etica e l’identità umana e per rammentare a tutti noi le straordinarie evoluzioni sancite dal genere umano, ormai lontano dall’uomo preistorico, ancestrale corridore e lanciatore, promotore di violenza in mancanza di altre virtù.

(Lucrezia Longobardi in Messaggeri del XXI secolo, su Artribune Magazine #44)

Christoph Büchel, Prototypes, Messico, 2018. (tratto da Artribune).

Nel sottotitolo all’articolo dal quale traggo la citazione, Lucrezia Longobardi chiede: “In un’epoca sempre più dominata dal razzismo, dalla xenofobia e dalla necessità di innalzare muri insormontabili, i poeti e gli artisti hanno qualche chance di cambiare lo scenario?“. Dal mio punto di vista la risposta – lapalissiana, per lo scrivente – è . Con un’aggiunta necessaria: i poeti e gli artisti devono poter e saper cambiare lo scenario ovvero il mondo contemporaneo. Credo stia qui il discrimine tra la salvezza del nostro mondo – quella salvezza derivante dalla celeberrima bellezza dostoevskijana, sempre valida, anzi, sempre di più – e la sua rovina definitiva, dalla possibilità delle arti di continuare a trainare il progresso intellettuale, culturale e sociale del genere umano, anche attraverso la costante generazione di punti di vista differenti e innovativi sulle realtà del mondo.

È una questione, dunque, di saper fare ciò così come di poterlo fare, cioè di godere della libertà di farlo. Causa/effetto l’una cosa dell’altra, condizione indispensabile all’evoluzione della nostra civiltà. Altrimenti, appunto, la più nefasta sorte è giusto dietro l’angolo, ben più prossima di quanto si possa ritenere.

Piccoli gesti rivoluzionari

La strafottenza di tante (troppe) persone in circolazione verso le semplici regole del buon vivere civile (e sottolineo strafottenza, non “ribellione” o altro di più consapevole e/o in fondo decoroso) è tale che ormai cose da nulla come, per dirne una, guidare un’auto e mettere la freccia alle svolte – cioè usare gli indicatori di direzione, per dirla correttamente – è diventato un gesto rivoluzionario e sovversivo. Così come tanti altri minimi atti basati sul più semplice e puro buon senso – qualcosa di sempre più raro, al giorno d’oggi, dunque sempre più fuori dall’ordinario.

Ciò, in effetti, mi fa riflettere sul perché questo paese non sappia formulare alcuna autentica e proficua “rivoluzione”: probabilmente perché il limite oltre il quale un gesto lo è, rivoluzionario, è talmente basso che non si concepisce ormai più di andare oltre, verso atti più consistenti. Il che non significa affatto prendere le armi e sparare, anzi, tutt’altro: la vera rivoluzione è quella che – se così posso dire – ribalta lo stato delle cose senza nemmeno che lo stato delle cose se ne renda conto. Qui invece, sempre più col passare del tempo, si diventa bravi nel praticare la più italiana delle “controrivoluzioni”, quella che già Tomasi di Lampedusa ha reso verità assoluta ne Il Gattopardo e riassunto nel celebre “mottotutto cambi affinché nulla cambi.

Per la cronaca, mi è capitato di assistere a incidenti d’auto occorsi anche perché sulle stesse non è stata utilizzata la freccia nelle svolte d’un incrocio: beh, mi sono fermato e ho riso in faccia agli incidentati.