Max Frisch, “Il silenzio. Un racconto dalla montagna” (Del Vecchio Editore)

«La montagna è scuola di vita». Così recita uno dei motteggi vernacolari più diffusi tra i frequentatori assidui dei monti, certamente tornito in una retorica d’antan che oggi appare un po’ pesante ma d’altro canto basato su una verità antropologica e culturale di antico lignaggio, almeno da che l’uomo ha cominciato a frequentare stabilmente le terre alte. La montagna che insegna a vivere con lo stretto necessario, a sfruttare al meglio il poco che offre, a sopportare la fatica e i sacrifici, a coltivare coraggio e ingegno ma pure intuito e passioni, ad acuire la personale sensibilità, a godere di paesaggi e di spettacoli naturali di bellezza assoluta, di luoghi dotati di energia e forza possente come le maestose e ardite vette alpine, che sembrano straordinarie manifestazioni cristallizzate nella roccia e nel ghiaccio, nonché in forme imponenti e bizzarre, dei sogni, delle paure e delle ambizioni umane. Al punto da avere attratto fin da subito gli uomini a salirle, anche prima dell’invenzione settecentesca dell’alpinismo, al fine di elevarsi dalla piattezza terrena e sentirsi più vicini al cielo, al sublime, all’infinito. Ma poi, appunto, per inseguire cimenti ardimentosi, per manifestazioni di forza, di audacia, per prove d’eroismo – che non di rado, poi, rappresentano un tentativo di rivalsa da quotidianità prive di slanci e di valori.

Proprio come accade a Balz Leuthold, il trentenne in crisi con se stesso e la propria vita le cui gesta narra Max Frisch ne Il Silenzio. Un racconto dalla montagna (Del Vecchio Editore, 2013, traduzione di Paola Dal Zoppo, postfazione di Peter Von Matt; orig. Antwort aus der Stille, 1937). Balz ha sempre voluto fare qualcosa di fuori dall’ordinario, nella sua vita: per distinguersi, per mostrare di cosa è capace, per non essere l’ennesimo e indistinguibile uno tra tanti,  ma non c’è mai riuscito. Ha un fratello più grande e, egli crede, più “realizzato”, una fidanzata che a breve sposerà; vive ai piedi delle Alpi, le montagne le ha sempre frequentate, le vette altissime e ardite lo attraggono da sempre: ha deciso, scalerà una di quelle vette lungo una via che nessuno mai ha saputo salire prima. Una via audace, molto pericolosa e lo farà in solitaria, il che significa solo due cose: o trionfo, o morte. Intraprende dunque la salita a piedi fino alla locanda alpina che farà da base al suo tentativo di scalata, nel frattempo il maestoso paesaggio alpino che lo circonda, con la sua vastità e i silenzi profondi, gli sollecita la riflessione e l’analisi introspettiva. Poi, nella locanda, incontra una ragazza straniera, fascinosa, intrigante: lo attrae, certamente, ma Balz non desiste dal suo progetto alpinistico, è qualcosa che deve assolutamente tentare, ne va del valore della sua esistenza. Tuttavia, forse la questione non è così semplice, non così “manichea” ovvero meramente suddivisa tra due ipotesi in fondo ordinarie, tra la conquista della vetta e la vita nuovamente “eroica” e la caduta dalla parete, la disfatta e la morte pressoché certa. L’esistenza spesso imbocca vie diverse, alternative e ignote, che di colpo fanno cambiare visioni, percezioni, prospettive, e non di rado sono vie che abbisognano di qualcuno che le indichi per renderle note, qualcuno che aiuti a decifrare la propria mappa personale in un modo diverso da quello sempre utilizzato e, per ciò, creduto unico e indiscutibile. Quella ragazza straniera, ad esempio, per Balz Leuthold segnavia inopinato eppure fondamentale tra la perdizione e la salvezza…

Il Silenzio. Un racconto dalla montagna è stata la seconda opera pubblicata dal grande scrittore svizzero e, nella sua particolarità, contiene in misura cospicua seppur ancora non così determinata gli ingredienti fondamentali dello stile e dei temi che guideranno la sua produzione letteraria – lo segnala con interessante e importante chiarezza Peter Von Matt nella postfazione. Di primo acchito parrebbe un testo ancora intriso di sentori romantici, forse anche per l’ambientazione alpestre e la narrazione della rivalsa eroica in chiave alpinistica agognata dal protagonista; tuttavia poi, pagina dopo pagina, è la riflessione introspettiva a diventare il filo rosso della narrazione, il fulcro attorno al quale ruotano gli eventi raccontati, dalla cui materialità emergono domande fondamentali che ogni individuo, in certi particolari momenti della propria vita, finisce per porsi. Balz Leuthold qualche buona risposta per esse la trova ma, sorprendentemente, non nell’intrepida prova alpinistica (che semmai alla fine diventa una sorta di “conseguenza collaterale” rispetto a quegli interrogativi). Semmai le risposte le trova nel silenzio il quale però non è assenza di rumore, tutt’altro: il titolo originale dell’opera è proprio Antwort aus der Stille, “Risposta dal silenzio”, ove questi è la condizione ideale per il ritrovamento di se stessi, della propria essenza, anche quale compendio della realtà che si ha intorno e con la quale si interagisce. Per tale motivo la ragazza straniera diventa così importante, nella vicenda personale di Balz, e ugualmente lo diventa la montagna: se il titolo in italiano del libro perde quella parte così significativa del titolo originario, mantiene invece l’altrettanto significativo sottotitolo e quella preposizione, “un racconto dalla montagna”, che segnala la sostanziale importanza dello spazio scenografico, nell’ottica della narrazione letteraria, ma in primis geografico anzi, mi viene da dire, psicogeografico. Sì, in effetti da questo punto di vista la montagna è realmente “scuola di vita”: lo è per Balz Leuthold, lo è per molta altra parte della produzione letteraria di Max Frisch, lo è (in maniera naturale ma non così scontata) per la letteratura elvetica, tra le migliori nel panorama internazionale moderno e contemporaneo, e lo diventa, anche perché così iconicamente valorizzata da Frisch, un po’ per tutto il nostro mondo incluso quello urbano, e per noi tutti che ci stiamo e lo abitiamo, che viviamo (o subiamo) su noi stessi crisi piccole e grandi e che abbisognano di conseguenza di qualche forma di rivalsa o, meglio, di rinascita, di rivitalizzazione e riconnessione con lo spaziotempo vissuto e, in primis, con noi stessi.

Il Silenzio. Un racconto dalla montagna è un testo intenso e suadente, forse non così immediato ma di sicuro ricco di suggestioni profonde. E, se posso dire ed essere di “parte”, è bello che uno dei più grandi scrittori europei del Novecento abbia intrapreso la propria parabola letteraria così prestigiosa partendo (Il Silenzio è in assoluto la sua seconda opera edita, ribadisco, e dalla prima, Jürg Reinhart. Eine sommerliche Schicksalsfahrt, inedita in Italia, prese per certi versi le distanze) o meglio scendendo dalla montagna. Una scuola di vita e pure di scrittura, appunto.

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