Annibale Salsa, “Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi” (Priuli & Verlucca)

978-88-8068-378-0Se osservate una cartina fisica dell’Italia – beh, innanzi tutto se ne trovate ancora qualcuna in giro, visto che la geografia è stata bandita, con decisione istituzionale scelleratissima, dal sapere culturale condiviso – noterete che il nostro territorio è per gran parte reso con varie sfumature del colore marrone: quello che indica i rilievi montuosi. Già, l’Italia è una penisola che in quanto tale spicca per la sua estensione costiera, ma al suo interno, salva la Pianura Padana e poche altre più limitate zone, è un paese di montagne, dunque di paesi, genti e cultura di montagna. Purtroppo tale peculiarità fisica nel corso del Novecento – non solo, ma soprattutto nello scorso secolo – ha perso gran parte della correlata valenza politica: la Montagna è stata depauperata della propria cultura da uno sviluppo socio-economico deviato e alienante, per il quale le aree più urbanizzate/antropizzate hanno preteso di sfruttare in modo esagerato tutte le altre, e da una politica che, seguendo tale onda per mero tornaconto elettorale (e non dico di più!), ha contribuito a portare a fondo tale processo sostanzialmente dimenticandosi della Montagna e della gente che lassù abitava e, per essere chiari, pagava le tasse come quella di città.
Già per questo un testo come Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (Priuli & Verlucca, 2007, prefazione di Enrico Camanni), avente in copertina la prestigiosa firma di Annibale Salsa – uno dei più importanti antropologi italiani, grande esperto di cultura di montagna – nonostante i 10 anni di età compiuti giusto quest’anno, risulta fondamentale. Anzi, lo è ancor più, oggi, proprio per i due lustri trascorsi dalla pubblicazione originaria: un periodo nel quale la situazione della Montagna italiana è rimasta pressoché uguale, con alcuni nuovi impulsi verso una rinascita virtuosa (puntualmente ignorata dal suddetto potere politico) a fronte di altre realtà nelle quali la decadenza culturale, sociale e antropologica è purtroppo continuata, forse in modo irrisolvibile.
Seguendo un filo rosso tanto funzionale quanto ineccepibile, Annibale Salsa accompagna il lettore in un’esplorazione dell’essenza culturale (in senso generale) della Montagna e della vita sociale nelle Terre Alte, partendo da una definizione di identità fondamentale e necessaria a rimarcare da subito l’ambito antropologico assoluto entro cui si è sviluppata l’antropizzazione dei territori montani – che contrariamente a quanto si potrebbe pensare non è troppo antica: è solo da un migliaio di anni che l’uomo si è stanziato in quota, prima respinto dalle difficoltà morfologiche e climatiche ma pure da quelle bizzarre suggestioni mitologiche per le quali sui monti abitavano le più svariate e spesso spaventose entità sovrannaturali.
Determinato cosa poter/dover intendere per “identità montana”, Salsa racconta e definisce la costruzione iconografica e culturale dei territori in quota nell’epoca moderna, quando cominciò la frequentazione ludico-ricreativa dei monti ovvero quando due ambiti sociologici rimasti piuttosto separati, quello della città e quello della Montagna, vennero a contatto e presero a rapportarsi vicendevolmente. In tale periodo – si parla di Ottocento, per essere chiari – la civiltà di montagna, pur con tutte le sue peculiarità virtuose, si è dovuta drammaticamente confrontare con quella ribollente di progresso, di tecnologia e di (presunto) benessere della città: la civitas montana s’è ritrovata di fronte la urbs cittadina, la rete sociale (o socio-antropologica) intessutasi nei secoli sui monti, altrettanto intessuta con l’ambito naturale d’intorno in un’univoca narrazione ecostorica, ha dovuto cominciare a fare i conti con l’antistruttura sociale urbana, per la quale l’ambito di riferimento non era più quello naturale ma l’industria, la produzione, il valore economico di ogni cosa – non a caso due termini dallo stesso prefisso e simile origine teorica, economia ed ecologia, nell’era moderna cominciano a distanziarsi sempre più per diventare infine antitetici.
Da tale incontro/scontro, il passo verso la generazione del disagio esistenziale nel mondo alpino (e appenninico), la crisi identitaria e culturale, la decadenza sociale e demografica – in unione, ribadisco ancora, al sostanziale disinteresse del potere politico: come se in Italia le montagne non esistessero nemmeno, appunto! – è stato brevissimo. I monti si sono spopolati, desertificati, interi villaggi sono stati abbandonati all’oblio, culture, saperi, saggezze e tradizioni plurisecolari sono state dimenticate in pochi anni, nel mentre che numerosi territori sono di contro stati trasformati in luna park sciistici, a totale uso e consumo dell’industria del turismo, la quale ha saputo convincere molti montanari che con essa sarebbe arrivata un’inopinata ricchezza – che magari è pure giunta, per qualcuno e per qualche tempo – ma non ha detto loro che, subito dopo, sarebbe arrivata la distruzione culturale (oltre che paesaggistica, ecologica ed economica) delle loro montagne – cosa oggi sempre più drammaticamente evidente anche in forza del cambiamento climatico in atto.
Ma la sorte non è definitivamente segnata – almeno non ovunque: al di là di tutto, le montagne restano e resteranno sempre la parte preponderante della penisola italiana, con le relative zone rurali, gli innumerevoli borghi, piccoli e piccolissimi, le loro potenzialità infinite e ignorate, la cultura, l’umanità delle genti che vivono in alto, la capacità unica e insostituibile che possiede la civiltà di montagna – ricontestualizzata al presente e mirata al futuro senza alcun passatismo nostalgico, illogico e pericoloso – di rappresentare una soluzione non solo per il rilancio della Montagna stessa ma persino della pianura e delle sue città, ormai intrise di non luoghi, di degradi vari e assortiti, di alienazioni, di dissonanze identitarie, di antisocialità. Spinge verso tali obiettivi l’ultima parte del saggio di Salsa: obiettivi fondamentali proprio perché la Montagna è la fondamenta geografica, orografica e antropologica del nostro paese. Esempi virtuosi di rilancio dei territori di Montagna e della vita in essi ve n’erano già al tempo dell’uscita del volume – Salsa ne cita alcuni particolarmente emblematici – e ve ne sono sempre di più, così come oggi abbondano progetti pubblici e privati, proposte, strumenti giuridici e volontà concrete. La politica continua a restare piuttosto assente, salvo rari casi, ma la gente di Montagna ha sempre saputo fare da sé, anche attraverso forme di auto-governo dei propri territori assolutamente virtuose e illuminanti (per la stessa politica contemporanea, peraltro!). La Montagna non ha perso nulla del suo valore, della sua essenza, delle sue insuperabili peculiarità vitali: c’è solo da considerarle di nuovo, cancellare le disattenzioni istituzionali, ridare il pallino della situazione in mano a chi voglia semplicemente vivere in Montagna per far (ri)vivere la Montagna. Semplice da dire, ma forse nemmeno così complicato da fare, se si ha la volontà di farlo.
Libro fondamentale, lo rimarco di nuovo – peraltro di lettura piacevolissima nonostante qualche inevitabile “tecnicismo” accademico. Da leggere, dunque, che si sia montanari, amanti della Montagna quale ambito ricreativo e rigenerante ma pure se le montagne le si osservi dalla finestra di casa seduti in poltrona. Sono e saranno sempre lì, con la loro ineludibile importanza fondamentale, elevate sopra l’ordinaria, distratta, svagata quotidianità umana.