Sul nuovo ponte sospeso della Valvarrone, che sarà pronto a ottobre

[Foto di Simone Belletti, tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
In Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco che si affacciano sull’alto Lago di Como, continuano i lavori per il “Ponte dei Minatori”, la nuova passerella sospesa (o ponte tibetano) ad uso turistico che, una volta terminata, sarà la più alta d’Europa, e di contro io continuo a pensare, come ho già rimarcato più volte in passato, che il ponte per il territorio in questione rappresenta un’opera fuori contesto e che nel tempo produrrà numerosi disagi alla popolazione locale e degrado paesaggistico e culturale del luogo.

Secondo i promotori, il “Ponte dei Minatori” (finanziato con capitali privati, per fortuna) «potrà contribuire a proiettare la valle in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutta Europa e trasformandosi in un nuovo simbolo dell’offerta turistica del comprensorio.» Affermazioni che, con rispetto parlando, a me sembrano fin troppo pompose e parecchio alienate dal contesto che è la Valvarrone, una delle zone del territorio lecchese più affascinanti ma pure di più difficile accesso viabilistico, assolutamente non adatta a un turismo troppo cospicuo e massificato. Sostengono, i promotori del ponte, che esso «rappresenta il fulcro di un più ampio progetto di valorizzazione della Valvarrone. Accanto al ponte sono previsti interventi di recupero dei sentieri storici e iniziative dedicate alla valorizzazione dell’antico patrimonio minerario, con l’obiettivo di rilanciare il borgo di Lentrée e creare nuove opportunità di sviluppo economico e turistico.» Mi auguro vivamente che non siano parole gettate al vento come le precedenti pur di giustificare un’opera così impattante sul paesaggio locale e che dietro di esse vi sia realmente un piano di sviluppo socioeconomico e culturale a lungo termine del territorio al cui centro vi sia la sua comunità e le necessità atte alla sua residenzialità stanziale e dignitosa, prima che il godimento ludico-ricreativo del ponte da parte dei turisti (legittimo ma non certo preponderante sul primo obiettivo). Tuttavia, ribadisco, di questi aspetti ne ho già scritto a lungo, in passato, naturalmente beccandomi gli improperi di alcuni locali che evidentemente non amano il confronto civile delle idee. Amen!

Posto quanto avete letto fin qui, resto ben fermo nella mia convinzione che l’idea alla basi di tali attrazioni turistiche sia di mero sfruttamento consumistico del territorio, espressione di un modello turistico da “luna park alpino” sostanzialmente estrattivo, che punta sulla quantità di presenze (da poter poi vantare sui media come “successo” dell’opera) più che sulla qualità della proposta turistica, che è tale – ribadisco – quando apporta vantaggi innanzi tutto alla comunità locale, oltre che generare un’esperienza interessante per i visitatori. Di tali grandi ponti sospesi in Italia ce ne sono ormai una cinquantina oltre a innumerevoli di taglia più piccola, e altri se ne realizzeranno – ovviamente ad inseguire record europei o mondiali di altezza e di lunghezza che sembrano tanto un gioco a dimostrare «chi ce l’abbia più lungo» (il ponte, ovviamente). Quando opere del genere diventano così seriali, emerge viepiù nitidamente la loro banalità – basti vedere le centinaia di panchine giganti tutte uguali, tutte inutili – che inevitabilmente genera una fruizione di esse altrettanto banale: si trasformano in mere attrazioni da selfie, «adrenaliniche», «mozzafiato» e tutte quelle altre cose che in queste circostanze denotano ormai chiaramente una qualità turistica scadente.

Come scrivevo quasi esattamente un anno fa (il 24 luglio 2025) qui sul blog, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione più approfondita e genuina sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale principalmente al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.

Alta Valsassina: il progetto “Winter e Summer”? L’è un gran disastèr!

A quanto pare, in alta Valsassina (provincia di Lecco), si vuole perseverare con il progetto “Winter e Summer” con il quale installare una seggiovia all’Alpe di Paglio, comprensorio sciistico chiuso da oltre vent’anni perché insostenibile sia dal punto di vista economico che da quello climatico, oltre a innevamento artificiale e nuovi parcheggi, spendendo almeno 4,5 milioni di Euro di soldi pubblici.

È un progetto che più volte in passato, quando ne ho scritto (qui), ho giudicato inammissibile ed è destinato a fallire nel momento stesso in cui nasca. Ciò per diversi evidenti motivi: la “nuova” seggiovia (in realtà un impianto usato e reinstallato in loco, pare), è posta quasi del tutto al di sotto dei 1700 metri di quota, quella che ad oggi, sulle Prealpi Lombarde, segna il limite al di sotto del quale le precipitazioni nevose e la permanenza della neve (sia essa naturale e artificiale) al suolo non è più garantita (si veda qui sotto l’eloquente grafico del Centro Geofisico Prealpino, appositamente chiesto al riguardo e specificatamente riferito alle Prealpi lombarde, dove si trova l’Alpe di Paglio);

la località non ha alcuna possibilità di reggere la concorrenza del ben più strutturato comprensorio dei Piani di Bobbio-Valtorta, per giunta più facilmente e rapidamente raggiungibile, e nemmeno dei comprensori della provincia di Sondrio più vicini a Milano e al suo hinterland settentrionale; il progetto non fornisce né garanzie e né stime della sostenibilità economica delle infrastrutture da realizzare, che dunque, nel caso probabile di perdite, facilmente finiranno di nuovo in capo alle casse pubbliche; il progetto non ha alcuna possibilità di rilanciare né il turismo né l’economia locale, essendo di matrice monoculturale e privo di qualsiasi sviluppo progettuale organico con le altre potenzialità socio-economiche locali, non generando di conseguenza alcun vantaggio concreto per la comunità locale.

Non solo: l’Alpe di Paglio (della quale vedete alcune immagini qui sopra, con la ex pista di discesa), proprio per l’assenza di impianti di risalita e sciatori, è diventata in questi anni un’affermata meta del turismo invernale dolce, con grande presenza nei fine settimana (in cui vi sia la neve) di scialpinisti, ciaspolatori, escursionisti, famiglie con bambini. Saliteci in qualsiasi domenica di bel tempo e faticherete parecchio per trovare parcheggio. Di contro, il progetto dei comuni di Casargo e Margno risponde al solito bieco modello del “luna park alpino”: pretende di consegnare la località al dominio monoculturale ed “esclusivo” (in quanto esclude ogni altra fruizione del luogo) dello sci da discesa dimostrando l’assenza di volontà e di visione nell’elaborare un progetto di frequentazione turistica ben più consono al luogo, alle sue caratteristiche, alla sua realtà climatica e ambientale attuale e futura, alle sue peculiarità, che sappia mettere in relazione organica tutto ciò che sa offrire il territorio al fine di trarne uno sviluppo complessivo e equilibrato. Il che sarebbe peraltro un modo molto più adeguato di spendere delle risorse pubbliche, le quali invece – ribadisco – stanne per essere buttate in un progetto senza futuro e che rischia di banalizzare, da subito, e degradare pesantemente con il passare del tempo il territorio coinvolto.

[Le piste del Pian delle Betulle, alle quali si collegherebbero quelle dell’Ale di Paglio, nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.
No, quello dell’alta Valsassina è un progetto inammissibile senza se e senza ma, che solo una montagna e una comunità private di altre prospettive, soggiogata a decisioni indiscutibili, senza strumenti per comprendere l’impatto reale e il portato di quanto si vuole fare potrebbe accettare. E altre prospettive ce ne sono a iosa: ogni territorio ha potenzialità e specificità che lo rendono unico, che vanno considerate, sviluppate, messe in rete, supportate e rese funzionali al benessere e alla quotidianità della comunità locale. C’è bisogno di progetti che nascano dall’interlocuzione costante tra amministrazioni pubbliche, comunità locali e entità accademiche, scientifiche, culturali ovvero soggetti esperti: una collaborazione con la quale i bisogni e le esigenze della comunità possano essere elaborate e rese elementi di un progetto di sviluppo organico che poi l’amministrazione pubblica dovrà saper mettere in atto. Dov’è questa logica, questo piano d’azione razionale, questo buon senso in “Winter e Summer”? E dov’è l’attenzione che le istituzioni dovrebbero ordinariamente riporre nello spendere al meglio le risorse pubbliche, cioè i soldi di tutti noi contribuenti?

[Uno degli articoli da me scritti e pubblicati sulla stampa locale di analisi critica del progetto dell’alta Valsassina. Cliccateci sopra per leggerlo.]
Invece, ciò che Casargo e Margno vogliono fare alle loro montagne non è altro che l’ennesimo copia-incolla delle solite banali idee strumentali fatte apposta per spendere rapidamente soldi senza impegnarsi in proposte più articolate, per giunta ricavandone una funzionale propaganda politica. Idee prive di ogni reale considerazione dei territori, delle loro caratteristiche e dei bisogni reali delle loro comunità, che quei territori banalizzano indebolendone la vitalità economica e sociale, dunque anche la possibilità di costruirsi un buon futuro, una prospettiva che renda i loro abitanti orgogliosi del territorio in cui vivono e consapevoli di poter progredire con esso.

Un bel disastro, insomma, della cui dannosità, se il progetto andrà avanti e come sempre in questi casi, ci si renderà conto quando ormai sarà troppo tardi.