Mi è giunta notizia (di nuovo in ritardo, maledizione!) di un altro raduno di mezzi fuoristrada e 4×4 (monomarca, pare una ventina – vedi la foto qui sotto) che si è svolto di recente tra Valcanale di Ardesio e il Rifugio Alpe Corte (Valle Seriana, Provincia di Bergamo), lungo una strada agro-silvo-pastorale normalmente chiusa al transito, su terreni prativi adibiti a pascolo e all’interno del perimetro ambientalmente tutelato del Parco delle Orobie Bergamasche. Il tutto con “regolare” autorizzazione del Comune di Ardesio:
Di nuovo, contro qualsiasi logica e buon senso, pur di radunare mezzi a motore in luoghi nei quali non dovrebbero e potrebbero stare, si disperde qualsiasi attenzione, cura e rispetto consapevole verso le montagne. E fa specie che in prima linea in questa dispersione di civiltà e di buon senso vi siano gli amministratori pubblici dei luoghi coinvolti. Ai quali, in certe circostanze di amministrare nel senso autentico del termine le proprie montagne evidentemente non deve importare granché.
Repetita iuvant: la montagna è di tutti – quelli che ne hanno rispetto. Scorrazzare con dei grossi fuoristrada rumorosi, inquinanti, impattanti, lungo strade di montagna chiuse al traffico a meri scopi ludico-ricreativi non è rispetto per la montagna ma, anzi, è denigrazione e svilimento della sua più logica e equilibrata frequentazione. E che il tutto avvenga in forza dell’autorizzazione del comune locale, per di più all’interno di un’area di tutela, rende la circostanza ancora più pericolosa e inammissibile, senza alcuna attenuante. Proprio perché la montagna è di tutti, ovvero è un patrimonio collettivo di valore inestimabile, chiunque gode del diritto di frequentarla se rispetta il dovere di farlo nel modo più consono, accorto e sostenibile. Questione di ordinarissimo tanto quanto fondamentale buon senso, ribadisco.
[Il rifugio Alpe Corte. Immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]Posto che la meta del raduno è un luogo ove è situato il sopra citato noto rifugio del CAI di Bergamo, che immagino non coinvolto nell’evento ma a sua volta vittima dello stesso insieme a chi quel giorno l’ha frequentato, auspico anche una chiara presa di posizione della sezione bergamasca su tali manifestazioni così ambientalmente impattanti e decontestuali rispetto alla più logica frequentazione delle montagne, come peraltro rimarcato in diverse parti del “Nuovo Bidecalogo” CAI, in vigore dal 2013.
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Credo che ogni persona dotata del più ordinario buon senso e di almeno un minimo di sensibilità verso le montagne e la Natura, a leggere queste cose [1] che annunciavano il raduno di mezzi 4×4 che domenica 11 ottobre ne ha portati cinquanta (!) fino a 2000 metri di quota sulle Prealpi Orobie, ai piedi del Pizzo Arera, non possa che trasalire e indignarsi.
Dunque, bisogna temere che nei ranghi del Parco delle Orobie Bergamasche, area che formalmente dovrebbe tutelarne l’ambiente naturale (come rimarca l’articolo 2 del suo Statuto) e nel cui territorio ricade la zona interessata dal raduno, non vi siano persone dotate di ordinario buon senso.
Oppure, che il raduno di fuoristrada in questione non avesse tutti i permessi necessari allo svolgimento lungo le strade agro-silvo-pastorali del luogo nonché al transito sui terreni prativi dei pascoli, come le immagini del raduno mostrano.
In un caso o nell’altro, ciò che è accaduto sembra comunque assolutamente opinabile, totalmente fuori luogo e dunque ben poco ammissibile. Non solo per il modello di fruizione della montagna che questi eventi propongono e tentano di far passare come “sostenibili” con affermazioni e formule francamente grottesche, ma anche, se non soprattutto, perché pure sulle Orobie come accaduto altrove tali raduni motoristici avvengono in territori formalmente tutelati da enti preposti a tale scopo senza che, evidentemente, nessuno batta ciglio, almeno nelle istituzioni.
Ne chiederò conto al Parco, augurandomi che rispondano.
[La zona interessata dal raduno vista dal sentiero di salita alla vetta del Pizzo Arera. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/rifugio.capanna.]Ovviamente, ci sarà chi esclamerà cose del tipo «Che sarà mai, per una volta!» o che eserciterà nel solito benaltrismo all’italiana. «La persecuzione più terribile è l’indifferenza» scrisse Aleksandr Blok: anche per questo le nostre montagne vengono continuamente perseguitate da eventi così assurdi e impattanti e da mille altre cose simili. Veramente vogliamo ancora restare indifferenti e lasciare le montagne nelle mani di chiunque non dimostri loro rispetto e cura?
[1] D’altro canto lo stesso titolo dato al raduno, “Fury Road”, rimanda a un film di qualche tempo fa (“Mad Max: Fury Road”) la cui trama si svolge in un futuro postapocalittico: che ciò riveli l’idea di montagna che hanno in mente i suoi organizzatori?
Vi scrivevo di recente del raduno di mezzi 4×4 che si svolgerà il prossimo settembre tra Valmalenco e Valtellina, il quale secondo gli organizzatori sarebbe basato «sul rispetto della Natura». Con un potente fuoristrada a oltre 2000 metri di quota, certo, come no!
Ecco invece cosa mi segnalano che accadrà il prossimo fine settimana a Champorcher, in Valle d’Aosta, ai margini dell’area protetta del Parco Naturale del Mont Avic:
«Alla scoperta di Champorcher in Panda 4×4»? Alla devastazione di Champorcher in Panda 4×4, piuttosto! Una devastazione ambientale e ancor più culturale, peraltro con il consenso del Comune locale che concede il proprio logo sulla locandina evidentemente per rimarcare la vicinanza agli organizzatori. I quali però raccomandano l’obbligatorietà del «comportamento responsabile» ai partecipanti motorizzati: oltre al danno la beffa in pratica, anzi: oltre alla devastazione, la presa per i fondelli!
Ma ci si va così in montagna a divertirsi? A bordo di un 4×4? Forse sì, ma solo se si soffre di qualche forma di alienazione mentale!
[L’alpeggio di Dondénaz, posto poco sotto il Rifugio Dondena che sarà una delle mete del “Vertical Panda”. Immagine tratta da www.lovevda.it.]Ribadisco il mio pensiero: queste manifestazioni sono crimini ambientali in nuce – veramente non riesco a pensarli in altro modo più “gentile” – che solo una legislazione troppo lasca e la totale insensibilità nei confronti dei territori montani e dei loro ambienti naturali – purtroppo spesso manifestata dagli stessi abitanti di quei territori e dai loro rappresentanti istituzionali – possono consentire. Sono manifestazioni di violenza motoristica e culturale che vanno osteggiate in ogni modo possibile, se non si vuole che, oltre ai danni ai territori, esse creino un pericoloso precedente da sfruttare per eventi ancora più impattanti e devastanti. Ed è veramente sconcertante che le istituzioni locali ne avvallino la realizzazione: ciò la dice lunga su quanto realmente tengano alle loro montagne e al benessere della comunità che le abita. La quale per prima deve farsi qualche domanda su cose del genere che le vengono imposte, e sono certo che se le farà: il limite di rispetto e di decenza verso le montagne questi eventi lo superano in modo del tutto inammissibile.
È evidente che questa e altre simili siano questioni di matrice culturale, ancor prima che ambientale, politica o altro. Perché il paesaggio è cultura, e ancor più lo è quello montano con tutte le sue numerose valenze. Probabilmente è per questo che gli organizzatori di eventi del genere non capiscono ciò che fanno e le conseguenze che cagionano ai luoghi che coinvolgono.
[Foto tratta da https://www.ladige.it/territori/giudicarie-rendena/2017/09/29/cartelli-unesco ]Le Dolomiti, celeberrime montagne tra le più belle al mondo che si elevano in un territorio di altrettanta grande bellezza, nel 2009 sono diventate “Patrimonio Naturale dell’Umanità” Unesco. Nel 2010 è nata la Fondazione Dolomiti Unesco, il cui compito è garantire una gestione efficace del Bene seriale, favorirne lo sviluppo sostenibile e promuovere la collaborazione tra gli Enti territoriali che amministrano il proprio territorio secondo diversi ordinamenti (si veda qui per ulteriori dettagli sulla nomina e sulla Fondazione)
[Foto tratta da “Il Dolomiti”, cliccate sull’immagine per accedere alla fonte originale.]L’1 e 2 febbraio 2020, nel Parco Naturale Paneveggio–Pale di San Martino, uno dei nove sistemi dolomitici inclusi nel Patrimonio Unesco, andrà in scena il «Suzuki 4×4 Hybrid Vertical Winter Tour 2020», un grande raduno di mezzi fuoristrada, con l’allestimento di percorsi disegnati ad hoc su cui i 4×4 potranno essere testati, e un’area di 700 metri quadri con tanti stand e un ampio parterre dove la sera avranno luogo veri e propri concerti (si veda qui un articolo de “Il Dolomiti” al riguardo con numerosi altro dettagli).
Ora, io credo che chiunque a cui vengano sottoposte le due questioni appena citate, nel contesto dal quale derivano, finirebbe per pensare che una delle due è un fake. O è impossibile che venga organizzato un tale raduno motoristico in una zona tutelata dall’Unesco, o è impossibile che una zona che ospiti tali eventi sia tutelata dall’Unesco. Non può essere vera sia l’una che l’altra.
Già, non può essere. A parte che in Italia, paese assai bizzarro come sapete, dove un territorio naturale considerato Patrimonio dell’Umanità e di conseguenza tutelato con specifici e in teoria “rigidi” protocolli può tranquillamente ospitare numerosi eventi (perché quello qui citato non è che l’unico di una lunghissima serie, si veda l’articolo de “Il Dolomiti” sopra linkato) di pesantissimo impatto ambientale senza che nessuna delle figure politico-istituzionali preposte alla gestione del territorio batta ciglio né tanto meno i rappresentanti della suddetta Fondazione, evidentemente troppo impegnati a lustrare il loro bel distintivo di “Patrimonio dell’Umanità” per rendersi conto di ciò che sta succedendo attorno.
D’altro canto Mountain Wilderness da tempo denuncia tale inconcepibile deriva, e degrado, del senso concreto del titolo Unesco per le Dolomiti, ormai veramente ridotto a uno specchietto per allodole fin troppo ingenue, o estremamente miopi, dietro il quale nascondere interventi di modificazione del territorio e infrastrutturazioni di varia natura veramente incredibili. Lo ha fatto anche di recente, ad inizio Gennaio, con questo testo intitolato significativamente Metamorfosi del riconoscimento DOLOMITI UNESCO – da tutela a marketing la cui chiusura riassume perfettamente ciò che sta accadendo – alla faccia dell’Unesco, appunto:
Le minacce peggiori sono la svendita e la banalizzazione delle Dolomiti, che passano attraverso l’infrastrutturazione pesante della montagna, cosicché la sua fruizione diventa appannaggio del turismo di massa e degli amanti del lusso. Questo è il culmine dello sviluppo insostenibile di cui le Dolomiti sono oramai vittima; loro che per secoli hanno ospitato coraggiosi alpinisti, amanti dell’essenziale, e popoli fieri delle loro tradizioni.
Lo aveva fatto anche poco prima, lo scorso dicembre, tramite una lettera del Presidente Onorario di Mountain Wilderness Luigi Casanova indirizzata alla Fondazione Dolomiti Unesco e poi diffusa tramite gli organi d’informazione, con la quale si chiede conto all’Ente della sostanziale assenza, e inanità, nei confronti di quanto sta accadendo sulle Dolomiti; di seguito un passaggio significativo:
L’umiliazione più grave che voi istituzioni avete inferto alle Dolomiti sono i passi indietro che avete sostenuto nella limitazione agli accessi sui passi Dolomitici, o al permettere a soci sostenitori che organizzano raduni motoristici o voli in elicottero di usufruire del marchio di soci sostenitori, o a enti locali che violano di fatto, sostenendo progetto insostenibili (Marmolada, Comelico, Civetta), il dettato di Dolomiti 2040, compresi i temi relativi alla gestione della caccia.
Dunque, posto tutto ciò, e posto quanto chiunque può trovare sul web di palesemente comprovante rispetto alla questione qui solo accennata, insieme a molti altri chiedo:
ma che senso ha il titolo Unesco di “Patrimonio Naturale dell’Umanità” per le Dolomiti? A che cosa serve la Fondazione Dolomiti Unesco? Quale tutela si vuole garantire alle Dolomiti, al loro territorio, alla loro geografia montana, culturale, umana? O fino a quale grado di devastazione di essi si vuole giungere per inseguire meri tornaconti politici ed economici, alla faccia dell’ambiente, della Natura, delle genti che abitano il territorio, del loro futuro e, ribadisco, della stessa Unesco?
Sì, scritto così ben in grande, per rendere le parole e le domande poste le più inequivocabili possibile. Vediamo se c’è qualcuno che ha l’onestà intellettuale e morale di rispondere. Oppure, se si dovranno considerare le Dolomiti come un territorio perduto, ennesimo e inopinato non luogo paesaggisticamente e culturalmente devastato dall’ottusità e dall’egoismo umani. Un luogo dove non andare, per non rendersi complici d’un tale incredibile scempio.
Ribadisco: dove non andare. Fosse solo per non mangiare troppo nervoso e guastarsi l’animo.