Se il Lago Azzurro resta ancora un “fantasma”

Ogni volta che torno in zona Madesimo, nell’alta Valle Spluga (e lo faccio di frequente per come sia alquanto legato a questo territorio, nel quale ci ho passato le mie estati dagli zero anni fino a oltre la maggiore età), vado a visitare il Lago Azzurro di Motta, un luogo profondamente identitario per la valle e, posto quanto ho appena affermato, per lo scrivente. La facevo prima, per ammirarne la delicata bellezza, lo faccio ancor più ora, nella speranza che la sua bellezza sia rinata ovvero che sia tornata l’acqua nel suo bacino. Dunque l’ho fatto la scorsa domenica, 7 maggio:

Purtroppo, come vedete, la speranza è nuovamente risultata vana. Il lago è vuoto.

Fino a qualche tempo fa il periodo primaverile era quello nel quale, dopo il naturale svuotamento invernale, il lago tornava a riempirsi d’acqua in forza dello scioglimento della neve, degli apporti idrici sotterranei e delle precipitazioni stagionali. Quest’anno, come lo scorso, di neve ne è venuta talmente poca che il suo scioglimento riesce a malapena a inzuppare il fondo del bacino (che di questo passo a breve diventerà un bel prato verde) e nemmeno la pioggia, da mesi altrettanto scarsa, può sopperire alla mancanza d’acqua.

Non resta che mantenere “artificialmente” in vita la speranza di veder rinascere il Lago Azzurro, ovvero augurandosi con un ottimismo da Guinness dei Primati che la normalità idrologica storica della zona possa ripristinarsi presto. Purtroppo, non si sa bene in che modo potrà avvenire se non con copiose nevicate invernali e abbondanti piogge primaverili. È questo che inquieta maggiormente, questa incertezza in ciò che per lungo tempo è stato normale e oggi viene da temere che non lo sia più. Ma, spero, appunto, che la storia del meraviglioso Lago Azzurro non debba finire così.

P.S.: qui trovate il resoconto di altre mie precedenti visite al Lago Azzurro. Qui sotto invece vedete com’era fino a qualche anno fa; l’immagine è tratta da paesidivaltellina.it:

Il temporale, ieri sera

Ieri sera io e il segretario* Loki ce ne siamo usciti per la consueta passeggiata serale nonostante quasi ovunque attorno e noi e appena oltre le dorsale dei monti sopra casa provenisse il costante e cupo rombo di tuoni temporaleschi, vibrante in un cielo nero come la pece. Qualche gocciolone cadeva, ma almeno sopra le nostre teste pareva che il tappo tenesse, che il soffione della doccia meteorica stesse dirigendo il suo getto altrove e non su di noi.

Così, nonostante la minaccia latente d’una gran lavata ce ne siamo rimasti in giro, a godere di quel rombo possente che da mesi qui non si sentiva, per di più godendo pure del fenomenale lampeggiare che nel frattempo si era aggiunto ai fragori tonanti il quale, se da un lato ci ha fatto intuire l’avvicinamento del fronte temporalesco più esagitato, dall’altro disegnava in cielo intermittenti affreschi luminosi svelando la rissa tra nembi altrimenti celata dal buio profondo.

È stato bello goderci quello spettacolo sfolgorante, nel silenzio d’intorno dei boschi e del paese deserto per lo stesso motivo che teneva in giro noi. Bello anche perché stava preannunciando qualcosa di ancor più raro, di questi tempi dalle mie parti, e per ciò inopinatamente prezioso, cioè un’abbondante acquata. Altro fenomeno tutto da godersi, dunque – anche se al coperto, possibilmente, e sperando che non si palesasse un vero e proprio nubifragio (sì, ciò che oggi viene scioccamente definito “bomba d’acqua”), più violento d’un classico temporale e facilmente più dannoso.

Poi, quando lo spettacolo celeste si è fatto godere come se vi assistessimo dalla prima fila del nostro teatro montano e la pioggia s’è parimenti fatta più seria, ce ne siamo rapidamente tornati a casa, appena prima del climax temporalesco che per una buona mezz’ora ha provato, con un certo successo, a rinfrescarci la memoria sulla propria fenomenale essenza. Ma, appunto, è stato bello rivivere tutto questo dopo così tanto tempo, e in una situazione di spiccata e inquietante carenza idrica, qui dalle mie parti. Ne ben vengano altri, di questi possenti spettacoli di rimbombi e sfolgorii: se mai ci coglieranno in giro per i monti e ci imporranno una solenne lavata (e non una fulminata, possibilmente) amen, va bene così. Anzi: bello, bellissimo. Come la pioggia ripulisce e rilucida la natura, sarà meraviglioso farsi ripulire l’animo e lo spirito da quella stessa, intensa vitalità idrica e così allontanarsi dalla siccità che così spesso sembra attanagliare il nostro mondo. E non solo per mancanza di acqua, già.

*: il segretario personale a forma di cane, sì.

P.S.: di quanto sia bello quando piove ho scritto già altre volte, qui sul blog.

Piove, finalmente!

[Foto di Anna Atkins su Unsplash.]
Risentire il rumore e l’olezzo della pioggia finalmente battente, anche solo per qualche ora e dopo più di due mesi dalla precedente precipitazione degna di tal nome, ci fa sentire* come viandanti che dopo diverse settimane di viaggio inquieto nel più arido deserto giungono finalmente ad una preziosissima oasi, piccola, certo non sufficiente a dissetarci del tutto ma, quanto meno, capace di ridestare la speranza che non troppo lontane ve ne siano altre, di oasi, ben più ampie e abbeveranti, più capaci di rigenerarci per come ne abbiamo un bisogno tanto forte quanto ancora poco compreso.

Ma, per ora, godiamoci queste ore di pioggia: sono un dono raro, di questi bizzarri tempi.

(*: o forse no, mi sento solo io così, chissà.)

Un’altra beffa, forse, per il Lago Azzurro

Sopra Madesimo, a meno di un km dal celeberrimo Lago Azzurro di Motta della cui angosciante assenza di acqua vi ho (ri)parlato giusto di recente, stanno costruendo un nuovo bacino di accumulo idrico a servizio dell’innevamento artificiale delle piste da sci della località valchiavennasca.

Non lo denoto per avviare qualsivoglia polemica al riguardo: è un dato di fatto – tanto o poco opinabile – che lo sci su pista oggi può sopravvivere, salvo annate particolarmente fortunate ma sempre più rare, solo grazie alla neve artificiale, e in tale ottica non mi sorprende di vedere la costruzione di quel nuovo bacino. D’altro canto, anche solo ad un mero sguardo “turistico” della realtà in loco, sorge inevitabile il contrasto tra la visione di un bacino lacustre naturale che sempre più spesso si svuota in forza dell’assenza di apporti idrici dati dallo scioglimento della neve e da risorse ipogee, dunque quale conseguenza indotta anche dai cambiamenti climatici, e quello che sarà un invaso artificiale che facilmente si potrà ammirare ben colmo di acqua, pena la sua sostanziale inutilità.

Certo l’industria dello sci contemporanea si fa sempre meno scrupoli, rispetto agli ambienti naturali entro i quali genera la propria attività – d’altro canto assai spalleggiata da buona parte della politica locale – nell’operare al fine di protrarre il più possibile in avanti la propria agonia, già inesorabilmente segnata dai cambiamenti climatici in atto. La potrei anche ammettere (senza comprenderla) questa sua posizione, dal punto di vista meramente imprenditoriale, ma di contro – vista la situazione nella quale ci troviamo, appunto – non è più ammissibile che si realizzino infrastrutturazioni in ambiente a scopo turistico che non presentino caratteristiche di ecosostenibilità assolute, sia a livello ecologico (soprattutto per quanto riguarda il consumo delle risorse naturali dei territori in questione) che energetico, economico, paesaggistico, eccetera.

Non so se i lavori in corso a Madesimo – località alla quale sono molto legato, avendoci passato le mie estati dagli zero ai vent’anni e non solo quelle – rispettino tale necessità: me lo auguro, non nutro pregiudizi e comunque mi interesserò al riguardo. Fatto sta che la possibile visione futura di un Lago Azzurro vuoto d’acqua (come si è presentato per quasi tutto l’anno in corso) e a pochi minuti a piedi di un bacino per la neve artificiale viceversa pieno sarebbe tanto sconsolante quanto emblematica circa il futuro delle nostre montagne nonché, per molti versi, di noi tutti.

N.B.: le foto a corredo del post le ho scattate a fine agosto scorso.

Un ritorno “beffardo” al Lago Azzurro

Vi ho già scritto delle personali, desolate sensazioni provate lo scorso giugno nel recarmi al Lago di Motta, più noto come Lago Azzurro, sopra Madesimo, trovandolo totalmente privo di acqua: un inopinato, enorme e per certi versi inquietante cratere sassoso tra le fitte abetaie e le verdi praterie di questo meraviglioso angolo dell’alta Valle Spluga, al quale sono particolarmente legato. Trovate quel mio articolo qui e potete constatare le condizioni del lago di allora.

Be’, ci sono tornato qualche giorno fa, al Lago Azzurro. Le foto che vedete qui sotto le ho scattate sul fondo del bacino ovvero a 17 metri di profondità – se fosse stato pieno d’acqua come di norma e considerandone dunque la superficie ordinaria:

L’acqua non è più tornata – inevitabilmente, viste le scarsissime piogge di questa funesta estate, e non solo: come vedete nelle fotografie, sul fondo del lago sta crescendo e consolidandosi un’erbetta pioniera e colonizzatrice che in qualche modo mi ha ancor più acuito la sensazione di essere al cospetto – o per meglio dire dentro, appunto – di una presenza svanita, un’entità lacustre scomparsa. Non voglio dire (scrivere) “morta” in qualità di possibile sinonimo del termine, non è il caso di “antropomorfizzare” troppo la questione e forse neanche di manifestare un eccessivo seppur al momento giustificabile pessimismo sulle sorti future del lago, vero e proprio marcatore referenziale e identitario di questo territorio alpino oltre che potente attrattore turistico. Tuttavia, a constatare quella vegetazione erbosa, a giugno appena accennata e ora ben consolidatasi sul fondo del lago, non ho potuto non pensare: ecco, oltre al danno la beffa! Già, perché in effetti quell’erba è vita, è Natura che si adatta alle nuove condizioni, ancorché temporanee (lo spero), e si rinnova, ma al contempo è il segno momentaneo (lo spero di nuovo) ma purtroppo palese di una potenziale sorte funesta.

Me lo auguro vivamente che il Lago Azzurro rinasca, che torni a ornare con la sua lacustre bellezza e soavità queste montagne così belle e oggi così climaticamente sofferenti, caratterizzando e identificando il magnifico paesaggio del luogo. Lo spero proprio che le immagini che vedete possano un domani essere etichettate come una triste eccezione, una specie di incubo drammaticamente reale ma poi fortunatamente dissoltosi e divenuto mero ricordo. Lo spero tanto e lo dovremmo sperare tutti perché nel Lago Azzurro, emblematicamente rispetto a tanti altri casi similari, insieme agli alberi e ai monti d’intorno è come se si specchiasse il nostro futuro: tuttavia, senz’acqua, inesorabilmente ciò non può e non potrà più essere possibile.