Bauhaus (canino)

In questo mese di aprile 2019 ricorrono i 100 anni dalla nascita del Bauhaus, una delle più importanti scuole di architettura, design, arti visive e applicate del Novecento (e non solo).
Bene, ecco un messaggio recapitato di recente in quel “meraviglioso” paese (virtuale) delle meraviglie (accidentali) che è la mia casella di posta elettronica:

Beh… “bau-haus”.
Chapeau! – non c’è che dire!
Già un nome così, per un albergo per cani, è un’autentica genialata, ancor più considerando il centenario suddetto. Se poi saltasse fuori che la sede dell’albergo canino è stata progettata da Walter Gropius, da Ludwig Mies van der Rohe o da qualche loro discepolo contemporaneo, caspita, ci sarebbe da dargli un premio di prestigio internazionale! Se lo meriterebbero tutto.

Se per di più cambiassero il loro furgone raffigurato nell’immagine con il modello qui sotto

…trainato da un’auto di rappresentanza come questa…

…per quanto mi riguarda entrerebbero direttamente nel mito più imperituro! Già.

P.S.: cliccate sulle immagini per saperne di più di ciascuna.

 

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Berlino, 9 novembre

Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente.

Così dichiarava, proprio il giorno 9 novembre del 1989, Günter Schabowski, membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR. La fine del Muro di Berlino, insomma, il quale “cadeva” esattamente 29 anni.

Berlino è una città bellissima e affascinante, ricca di arte, cultura, luoghi storici fondamentali, angoli meravigliosi, musei, gallerie d’arte, locali unici al mondo. Ma, io credo, chiunque dovrebbe recarsi almeno una volta a Berlino per entrare direttamente in contatto – un contatto fisico e insieme spirituale – con la storia del Muro di Berlino, una delle più sconcertanti follie mai messe in atto dal genere umano. Chiunque dovrebbe recarsi in città, magari in uno di quei luoghi ove qualche brandello del muro originario sia ancora in piedi, e toccarlo, sentire la ruvidezza del suo cemento sulle mani, cercare di percepire cosa ancora quei pezzi diroccati di sbarramento abbiano da raccontare – ed è ancora tantissimo, io credo. E magari spendere ancora una mezza giornata in un museo o in uno spazio culturale che conservi in modo vivido e attivo la memoria di quella follia assoluta e di tutto ciò che ne conseguì fino a quel 9 novembre di ventinove anni fa.
Una follia talmente assoluta da non poter (purtroppo) mai diventare superata, nel suo senso profondo: sempre didattica, sempre illuminante, sempre ammonitrice.
Andateci, dunque, a toccare con mano e spirito il Muro berlinese: vi servirà moltissimo.

Inge Schönthal Feltrinelli (1930-2018)


Il viaggio da New York a L’Avana era stato scomodo e avventuroso, quindi entusiasmante per una ragazza come Inge Schoenthal, fotoreporter tedesca molto giovane, molto carina, senza un soldo, senza timidezze, senza paure, con poca ambizione professionale ma molta voglia di conoscere il mondo e di incontrare persone intelligenti, colte, importanti.
Andava a conoscere Ernest Hemingway che allora, nel 1953, a cinquantaquattro anni, aveva già scritto tutti i suoi capolavori ed era una delle massime celebrità letterarie mondiali. La ragazza dalla vita sottile e dal sorriso felice arrivava con una raccomandazione importante, quella dell’editore tedesco Rowohlt, che aveva pubblicato i suoi romanzi. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt le aveva dato anche un difficile incarico diplomatico: cercare di convincere Hemingway a cambiare la traduttrice che lavorava con lo scrittore dagli anni trenta e il cui linguaggio era invecchiato con lei. Finora non c’era riuscito nessuno durante i suoi rari viaggi a Berlino prima della Seconda guerra, quando si rifugiava nei caffé letterari mentre Rowohlt faceva il giro dei librai per trovare i soldi che gli doveva.
Chissà se ci sarebbe riuscita questa intraprendente ragazza che non aveva certo un aspetto teutonico: era bruna, sottile e leggiadra, assomigliava un po’ a Leslie Caron e un po’ a Audrey Hepburn e avrebbe potuto essere francese o lappone o anche napoletana. Davanti al suo sorriso deciso, si aprivano, è vero, molte porte. Lei le spalancava su tutto il mondo che voleva conoscere, e gli uomini, ma anche le donne, facevano di tutto per aiutarla. “Erano tempi in cui era possibile essere amici, camerati, star bene insieme, ma senza andare a letto. Non ci veniva neppure in mente: le ragazze non lo facevano e gli uomini avevano paura di chiederlo.” […]

(Natalia Aspesi su Inge Feltrinelli nella presentazioni di Inge fotoreporter, Sipiel/Biblioteca Europea Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2000.)

INTERVALLO – Berlino, la “Torre dei Libri” in Bebelplatz (Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

torre-libri-Berlin
E’ stata un’opera dal doppio valore, la Torre dei Libri in Bebelplatz: ricordare (insieme a un’altra opera presente nella piazza, di Micha Ullman) la triste data del 10 maggio 1933, quando avvenne il rogo in cui i nazisti bruciarono circa 25.000 libri ritenuti pericolosi, e inoltre diffondere la “presenza” del libro in mezzo alla gente come oggetto quotidiano, al pari di tanti altri ma certamente di ben maggior valore.

N.B.: l’opera qui illustrata è stata installata da una società di comunicazione in occasione dei Mondiali di calcio del 2006, svoltisi in Germania, e poi smantellata. Il “vero” memoriale ai Bücherverbrennungen, i roghi di libri messi in atto dai nazisti, è quello permamente e ipogeo di Micha Ullman, dal titolo The library.
Ringrazio molto Roberta Bortone per avermi indicato tali precisazioni, delle quali non ero a conoscenza all’epoca della prima pubblicazione di questo post.

Cliccate sull’immagine per saperne di più.