Un crowdfunding per Alessandro Manzoni

Voglio cercare, nel mio piccolo e col poco che posso fare, di sostenere il crowdfunding con il quale gli studenti delle scuole di Lecco vogliono finanziare il restauro della Cappella della Villa Manzoni, nella quale il celeberrimo autore de I Promessi Sposi risiedette a lungo e vi trascorse, in particolare, tutta l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza.
Trovo che sia un’iniziativa bellissima, peraltro a fronte della (per luogo comune probabilmente stupido) non idilliaca fama che avrebbe il Manzoni, col suo romanzo, tra gli studenti. Non solo: penso che l’iniziativa sia bellissima e assolutamente significativa anche e soprattutto perché viene dalla parte più giovane della società civile, quella che a breve avrà in mano il nostro mondo quotidiano, che più volte viene messa all’indice per mille motivi ma che, a ben vedere, per quello che gli “adulti” e le generazioni a loro precedenti hanno combinato, ha tutte le potenzialità per poter fare molto meglio, per il bene di quel mondo e di noi tutti che della sua società facciamo parte!
Così scrivono, i promotori del crowdfunding: “Riflettere sulla felicità significa riflettere su chi siamo e chi desideriamo essere, su che mondo vogliamo, sulla qualità̀ della nostra vita, su cosa conservare di questa nostra epoca e cosa rinnovare e cambiare. Felicità è anche ricerca del bello. Che passa tramite Arte, Cultura e Turismo.
Sacrosante parole e quanto mai necessarie, nel senso e nella sostanza, in un paese come il nostro che è fatto di cultura eppure, paradossalmente, non riesce a rendersene conto e a giovarsi di ciò – anzi, sovente disprezzando e calpestando un tale insuperabile “tesoro”.

Al momento in cui pubblico questo articolo mancano solo una decina giorni alla chiusura del crowdfunding: è il momento di dare una mano ai ragazzi, e di essere al loro fianco in tanti e nella maniera più fruttuosa.
Qui il link al progetto e alla raccolta fondi: https://it.ulule.com/leggermente_2018/

Grazie a tutti!

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“Sulla” carrozza di John Ruskin

Quella che vedete nell’immagine è la carrozza di un personaggio poco noto da noi: John Ruskin, scrittore, poeta, viaggiatore, critico d’arte tra i più influenti della sua epoca, da me apprezzato soprattutto per essere colui che forse più di altri ha saputo costruire l’immaginario moderno-contemporaneo alpino ovvero il modo con il quale noi intendiamo le montagne – ad esempio è sua la celeberrima espressione “Le montagne sono le grandi cattedrali della Terra”.

Perché ve ne parlo? Beh, perché quella cesta con dentro una specie di tinozza che si vede sul tetto della carrozza (conservata a Brantwood, la storica residenza in Cumbria dove Ruskin visse fino a lungo e ove morì) non serviva a raccogliere o conservare acqua per abluzioni e altre cose utili durante gli spostamenti, ma era piena di libri. Libri da leggere che Ruskin portava sempre con sé al fine di averli a disposizione per i propri studi o per le semplici letture ricreative.
Una “libreria da viaggio” piuttosto bizzarra, certo, ma evidentemente al suo proprietario faceva comodo così.

È una cosa che mi ha incuriosito e affascinato. Un po’ come se oggi andassimo in vacanza lontano da casa e ci portassimo, oltre al necessario corredo da viaggio, un grosso trolley pieno di libri, ecco.

Altri tempi, certo: oggi ci sono gli e-reader a consentirci di risparmiare quell’ottocentesca fatica. Ma, pure con tali tecnologie a nostra disposizione, quanti fanno qualcosa di assimilabile?

L’impoverimento intellettuale italiano nelle visioni illuminate e profetiche di Cesare Brandi, già più di sessant’anni fa…

Cesare Brandi è uno di quei grandi intellettuali che la cultura italiana ha saputo esprimere – in passato pare più che nel presente – ma che il grande pubblico non conosce quasi, una di quelle voci illuminate capaci di spiegarci il mondo che abbiamo intorno in modo chiarificante e sovente profetico, sapendo andare ben al di là della propria peculiare specializzazione – la sua Teoria del Restauro, ad esempio, è il testo fondamentale per il settore delle arti conservative, preso ad esempio pure dall’UNESCO per i propri documenti in materia; ma Brandi fu pure raffinato poeta e scrittore, peraltro…
Per quanto detto, e per via del mio costante e sovente testardo tentativo di capire la società nella Brandi-fine-avanguardia_copquale mi tocca vivere, soprattutto nelle sue parti più preoccupanti e decadenti – sto parlando di quella italiana, serve specificarlo? – di Cesare Brandi mi interessa parecchio (grazie allo spunto che ricavo dal nr.82 della rivista d’arte Exibart, a pag.51) un testo uscito nel 1949 e ripubblicato da Quodlibet nel 2008, La fine dell’Avanguardia, in molti passaggi veramente illuminante su certi degradi civico-sociali contemporanei se non quasi profetico, appunto. E mi interessa quanto egli scrive – nel 1949, lo ribadisco! – in merito al drammatico distacco esistente tra il pubblico italiano e il mondo della cultura, ovvero tra i cittadini del paese forse più ricco di ogni altro di cultura, in ogni senso la si intenda, e quel suddetto mondo del quale troppo spesso l’Italia a livello istituzionale e non solo pare infischiarsene beatamente.
Ne La fine dell’Avanguardia, Brandi già più di sessant’anni fa segnalava come fosse sempre più evidente una turbolenza, “una certa fatale curva”, un distacco “fra il vasto pubblico e le arti” e non solo, dovuto ad “una specie di colpo di mano sul futuro” ovvero a un fagocitamento del presente nel quale si continuano a imporre strabilianti novità per meri scopi commerciali e consumistici quasi a volerci farci sentire costantemente arretrati, fuori dal tempo, e costretti a rincorrere quelle novità per non esserne tagliati fuori: una condizione che pone l’uomo in un’atmosfera che abbaglia la coscienza, come evidenzia Brandi, e che è all’origine di un “impoverimento intellettuale” che ottunde la ragione e favorisce la nascita di una coscienza passiva, la quale priva l’uomo della libertà (il tifo sportivo, suggerisce Brandi sulla scia dell’analisi di Matilde Serao, è un controllo sociale e un anestetico indolore: beh, se non è profetica una tale affermazione!) e porta la civiltà ad “una paura della solitudine, che è paura del pensiero” – cosa sulla quale concordo al mille per cento: il pensiero, già, una delle cose più rare da trovare, ormai, in troppi individui… C’è bisogno di un pensiero da riconquistare, continua Brandi, assieme ad una realtà più ampia e ad un tempo che non sia incalzante e “presente immediato”, ma anche dilatazione, dilazione, espansione, respiro. Un presente che non sia solo un “ingorgo” temporale, uno spazio “che ha perduto il futuro” (credendo invece ottusamente di averlo già fatto proprio), ma anche un ritorno alla storia e alla civiltà. “Possa l’epoca, che con fatica s’inizia, riconquistare nel futuro la dimensione temporale che rese l’uomo capace e degno di storia” sostiene Brandi – anzi, ripeto ancora, sosteneva nel 1949, in qualche modo rivelando seppur indirettamente un timore che nei decenni successivi si è palesato in tutta la sua drammatica verità, ma anche indicandoci una potenziale buona soluzione per venire fuori da tale spirale di italico smarrimento culturale e sociale, soluzione che mi pare tutt’oggi assolutamente valida.