[Foto di Fotoauge da Pixabay.]Da quando ho cominciato a salire le montagne in maniera assidua – sempre da alpinista mediocre, sia chiaro – e dunque a pernottare nei rifugi, una delle cose che ho imparato ad amare di più è quel momento sul tardo pomeriggio, in attesa della cena, quando gli escursionisti di giornata se ne sono andati, la quiete si fa quasi assoluta, il Sole scende verso l’orizzonte e il giorno si stempera nella sera in quegli attimi sospesi nel tempo che i fotografi chiamano l’ora blu.
Trovo sia un momento bellissimo da vivere anche perché, per goderselo appieno, non bisogna fare niente. Me ne sto lì, perdo lo sguardo negli orizzonti che si fanno nitidi e, con gli ultimi raggi solari, luminescenti, seguo i profili multiformi delle vette d’intorno, osservo le prime luci che si accendono nei fondivalle mentre la quiete che regna accresce l’armonia con il luogo e il benessere dello starci. Rare volte come in questi momenti, a non fare niente si sente di stare facendo tutto ciò che serve.
Come d’altro canto le montagne richiederebbero di fare a chi le frequenta per svago: nulla.
Restare lassù, nei lori paesaggi meravigliosi come pochi altri, semplicemente godendo della loro bellezza – morfologica, geografica, naturalistica, culturale – e facendo che essa ci penetri dentro, diventi il nostro paesaggio interiore così regalandoci benessere, serenità, appagamento. L’anima della montagna è fatta anche di questa dote, di questa alterità dimensionale rispetto alla città e alle zone più antropizzate che la rende così speciale, preziosa, appagante e rigenerante. Gli ampi spazi delle montagne, apparentemente vuoti, in realtà sono pieni di queste peculiarità. Non c’è nulla ma c’è tutto; non c’è nulla solo per chi non sa vedere il tutto, e per vederlo, percepirlo, comprenderlo, non bisogna fare nulla, appunto. C’è solo da star lì e goderne: facendo nulla si fa tutto ciò che serve, l’assenza di azione è pienezza di senso.
Lassù al rifugio oppure stesi su un prato, seduti su un masso in un punto panoramico, camminando lentamente nel bosco o restandovi fermi in mezzo agli alberi. Non serve fare nulla di più, la montagna farà tutto per conto nostro.
[Immagine tratta dalla pagina Instagram “TMLPLanet“.]Non capisco proprio perché, invece, in montagna ci venga di frequente imposto di fare un po’ di tutto e molto di più di quanto classicamente si può fare – sciare, camminare e tutto il resto di correlato – al pari di quanto accade in città, che consente e impone di fare un sacco di cose. Ma è una città, appunto, offre per sua natura cose da fare e che chiede di fare.
Sulle montagne di oggi, di contro, l’hotel non è hotel senza la spa e senza una miriade di servizi che i clienti possono (devono) acquistare, nei ristori lungo le piste c’è il dj e si balla, dopo lo sci c’è da fare l’après-ski, il paesaggio lo si osserva dalle piattaforme panoramiche e dalle panchine giganti, sui ponti sospesi si fa l’experience e si scattano i selfie, il ciclista deve scendere dai monti a tutta velocità sulle piste di downhill e poi ci sale su ampie e comode ciclovie, bambini e ragazzi si devono divertire nei parchi avventura o sugli alpine coaster mentre i genitori salgono in quota perché c’è comprare quei krapfen di cui tutti parlano sui social… eccetera eccetera eccetera. La lista di cose che si possono fare in montagna, e spesso si devono fare per “sentirsi” in montagna, è assai lunga.
Lunga, sconcertante e non di rado assurda.
Anche perché tutte quelle cose che vengono proposte riducono la montagna a un mero spazio non più da vivere ma da utilizzare e, spesso, la cui fruizione è da acquistare in base a un prezzo di vendita. Da viaggiatori, villeggianti e turisti si diventa in tutto e per tutto clienti di beni e servizi che sfruttano la montagna, ne impongono il consumo – non solo in senso economico.
E questo consumo impone la realizzazione continua di “mezzi” per metterlo in atto e alimentarlo: ecco dunque tutta la messe di opere e infrastrutture – dalle funivie alle piste da sci e alle ciclovie, ai ponti sospesi e alle passerelle panoramiche, ai resort sempre più grandi ai parcheggi sempre più capienti, eccetera – realizzata senza limiti o quasi, proprio come se la montagna fosse uno spazio vasto e vuoto da poter riempire liberamente con tutto ciò che lo renda pieno, utile, sfruttabile, vendibile. Come fosse uno spazio urbano, una periferia della città da riempire di “servizi” dei quali i turisti possono fruire ma i locali non sanno concretamente cosa farsene.
[Foto di Pexels da Pixabay.]Chiunque può scegliere liberamente come divertirsi ovunque, inutile rimarcarlo. Ma in questo modo si vive veramente la montagna? Cosa si porta a casa, a giornata o vacanza finita, della sua bellezza, della sua anima peculiare, di ciò che sa donare, del gran bene che ci sa fare alla mente e all’animo? Da quante distrazioni certamente divertenti ma altrettanto superflue veniamo sviati, confusi e infine resi incapaci di comprendere pienamente la bellezza che ci circonda?
Una bellezza talmente grande, emozionante e coinvolgente – anche se osservata senza troppa retorica sentimentale e meramente estetizzante, converrete – che, lo ripeto di nuovo, non ha bisogno di nulla per poter essere goduta, apprezzata e amata. Recuperare questo dolce e prezioso far niente tra i monti, comprendere nuovamente quanto sia importante e proficuo perdere tempo nello stare lassù a far nulla guadagnando benessere – il vero lusso, come hanno già detto altri, non è avere tanto tempo per fare “cose”, è non avere fretta di farle – sono certo che recupera anche moltissima bellezza delle montagne altrimenti trascurata e smarrita. E ci fa recuperare anche il gusto pieno di stare lassù sentendosi bene come altrove raramente accade, nel posto giusto al momento giusto, in armonia con il luogo e in pace con se stessi. Che poi dovrebbe essere il senso ultimo della “vacanza”, parola che viene dal latino vacantia, che significa “essere vuoto”, “essere libero” o “essere privo di occupazioni”. Infatti il “vuoto” delle montagne è pieno di libertà: ci sentiamo liberi dagli impegni, dal tempo che corre, dagli obblighi e dalle responsabilità quotidiane, dalle preoccupazioni, dagli spazi regimentati delle città… perché dunque gettare al vento questa libertà così bella e preziosa per assoggettarci a fare cose – attività, svaghi, “esperienze”, divertimenti… – preconfezionate e imposte?
È montagna, questa?
Io credo di no. Non come e più di quanto sia lo stare seduti in un prato a osservare il paesaggio e non fare nient’altro. Dentro la sua bellezza autentica, fuori dalla sua scenografia artificiosa.
[Foto di Paul Pastourmatzis su Unsplash.]Liberissimi di godere delle montagne come volete, ribadisco. Ma provate ogni tanto, quando siete lassù, a non fare nulla, a “perdere tempo”, a stare semplicemente lì a godere il momento e osservare cosa avete intorno, a vivere il luogo e non più soltanto a usarlo. Forse così converrete con me che, sulle montagne, il vuoto è pieno, il nulla è il tutto, il tempo non si perde e si guadagna vita e il paesaggio è dentro di noi, il paesaggio siamo noi.
Di recente ho pubblicato, qui sul blog e altrove, un articolo riguardante lo sci estivo e la proliferazione di ruspe inviate a escavare i ghiacciai nel tentativo, vano, di preservare l’attività dei comprensori sciistici lì presenti. Una cosa tanto sconcertante quanto devastante, inutile rimarcarlo.
Ma una ancor maggiore proliferazioni di ruspe, bulldozer, escavatori e altri mezzi di alterazione del territorio la si registra da tempo per prati, boschi e pendii montani d’ogni genere con l’obiettivo di realizzare nuove ciclovie: e, almeno sulle montagne lombarde, nel corso dell’estate appena trascorsa il numero di ruspe intercettate in quota a tale scopo ha raggiunto livelli parossistici.
L’ho già affermato e lo ribadisco: le ciclovie sono ormai diventate il contraltare estivo di impianti e piste da sci nella turistificazione delle montagne, sostenute da una politica quasi sempre incapace di elaborare piani di sviluppo territoriale ben strutturati e realmente proficui per i territori amministrati e, per ciò, risoluta nel buttare ingenti risorse pubbliche in opere e infrastrutture funzionali ad altri scopi d’immagine e propaganda. Le motivazione addotte sono sempre quelle: «sviluppo della montagna», «valorizzazione dei territori», «contrasto allo spopolamento», «turismo sostenibile»… un disco rotto in pratica, quando invece in quegli intervento a colpi di ruspa è evidente la mancanza di senso del contesto, di visione strategica, di cura per i territori, di interlocuzione con le comunità locali. C’è solo la mera volontà di spendere soldi (pubblici, ripeto) rapidamente e senza doverci pensare troppo sopra per poi vantarsi di aver “sviluppato” e “valorizzato” la montagna e raccogliere pretesi (ovvero presunti) tornaconti propagandistici e di consenso elettorale.
Bisogna essere molto chiari al riguardo: non c’è alcuna accusa rivolta alla pratica del cicloescursionismo montano e contro i bikers che possiedono la cultura della montagna e la sensibilità verso l’ambiente, doti che rappresentano – devono rappresentare – la base della frequentazione consapevole dei territori montani da parte di chiunque in qualsiasi modo le si frequenti – a piedi, in bicicletta, con gli sci o altro. D’altro canto chi non possiede quelle doti facilmente diventa, a volte senza rendersene conto, un elemento di “disturbo” se non di vero e proprio danno alla montagna, a prescindere dal come lo fa.
Il punto della questione dunque non è tanto “chi” ma cosa sono queste ciclovie e perché. E il nocciolo di tale punto è molto semplice: molte di queste ciclovie non dovevano e non dovrebbero essere realizzate non solo in quanto invasive e impattanti ma perché non c’entrano nulla con la montagna e la sua frequentazione consapevole. Nemmeno se fossero fatte a regola d’arte, perché tale arte non esiste e dunque nemmeno le relative regole.
Tutte queste ciclovie invasive e superflue in realtà degradano e sviliscono la montagna così come il senso stesso della sua frequentazione, offendono i bikers montani autentici e consapevoli (i quali di certo non hanno bisogno di queste strade), propugnano un modello di fruizione della montagna meramente ludico che non contempla alcuna matrice culturale ma si giustifica solo nella moda del momento, un turismo consumistico e estrattivo che diffonde centinaia di chilometri di tracciati impattanti e inutili, sovente persino cementati (una follia assoluta!), rovinando l’ambiente naturale montano, esponendolo ad un rischio di dissesto idrogeologico ben maggiore di quello ordinario e di contro senza apportare alcun vantaggio concreto alle comunità del territorio coinvolto.
Tutte queste ciclovie, salvo rarissimi casi – e sottolineo rarissimi – rappresentano una nuova grande rovina per le nostre montagne che non è giustificabile in nessun modo. Punto.
A queste evidenze si legano (in un rapporto di causa/effetto) alcune domande fondamentali, che personalmente ho già posto varie volte e di nuovo ribadisco: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Chi ha deciso che gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi?
E c’è realmente la necessità di rendere molti di questi percorsi delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili che altrimenti non avrebbero le capacità per arrivare in certi luoghi?
Dov’è finito il senso del limite?
Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Altrimenti, se dovesse valere lo stesso principio per l’escursionismo/alpinismo, perché non realizzare un bel tracciato ampio e a comodi gradoni, con tanto di corrimani di protezione e sicurezza, che giunga in vetta al Cervino e permetta anche a chi non possiede le capacità alpinistiche per ascenderlo di arrivarci?
Seriamente: ma di che stupidaggini gigantesche stiamo parlando?
Be’, ad oggi nessuno dei sostenitori, dei progettisti, dei committenti pubblici e privati di tutte le ciclovie progettate o realizzate ha mai risposto a queste spontanee e logiche domande. Hanno solo rifatto partire il disco rotto dello «sviluppo della montagna», della «valorizzazione dei territori», del «contrasto allo spopolamento», del «turismo sostenibile»: le solite “giustificazioni”, forzatamente pretese e palesemente ingiustificabili, proferite nel tentativo di difendere il diritto autoproclamato di distruggere le montagne. Che sono un patrimonio collettivo, di tutti noi, non di quelli e giammai per un mero mandato elettorale periodico al quale non si può demandare la distruzione di un paesaggio dal valore universale e ancestrale.
[Il quotidiano “La Provincia” del 25 settembre scorso ha riportato le considerazioni sul tema ciclovie del Coordinamento “Difendiamo la Montagna”, del quale faccio parte. Il comunicato stampa che riporta le considerazioni nella loro interezza lo trovate qui.]Come ha detto bene Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine lombarde (valtellinesi in particolare) e grande conoscitore delle nostre montagne, in una recente intervista su “Lo Scarpone”, il portale di informazione del Club Alpino Italiano:
Bisogna avere rispetto del territorio, andare avanti così è pericoloso. Oggi va di moda l’e-bike, se domani dovesse andare di moda il quad bisognerà allargare di nuovo questi sentieri per facilitarli ancora. La montagna vuole che i limiti vengano rispettati. Se non sono capace di scalare l’Everest, non ci vado. Ci sono molti altri posti da visitare per confrontarsi con sé stessi, non è necessario un Ottomila. Oggi la montagna è diventata un territorio di consumo. Si va, si fa nel minor tempo possibile, non interessa cosa si ha intorno, conta solo l’exploit.
[Veduta della Val Saviore. Immagine tratta da www.orobie.it.]Qualche giorno fa l’amica Veronica, che dalla città di Milano si è trasferita per vivere in affitto e lavorare con il compagno Tobia, entrambi liberi professionisti, in un piccolo paese di montagna della Val Saviore – laterale della Val Camonica che sale verso i ghiacciai dell’Adamello – è stato tolto l’immobile perché il proprietario ha deciso di venderlo a chi lo chiedeva come seconda casa.
È una situazione molto comune in tantissime località di montagna con velleità turistiche più o meno spiccate e agognate, ovvero il frutto di una scelta legittima del proprietario che del suo immobile può fare ciò che vuole. Ma un privato cittadino può fare ciò che vuole anche della comunità di cui fa parte e della quale magari si dichiara un membro orgoglioso e attivo?
[L’appello di Veronica per trovare una nuova casa in cui abitare.]Ovunque (o quasi) in giro per le nostre montagne, se si dà un occhio alle statistiche che rendono conto delle variazioni recenti dei posti letto alberghieri e di quelli extra – seconde case, bed & breakfast, AirBnB, eccetera – si può constatare come l’offerta alloggiativa del settore alberghiero sia sostanzialmente costante, se non in calo, mentre l’extralberghiero negli ultimi anni ha subito un aumento fortissimo, così ingente da apparire chiaramente incontrollato. È una questione ormai risaputa e variamente problematica nelle città ma che si sta palesando anche sulle montagne, con criticità anche maggiori che nei centri urbani più grandi in forza dei cronici fenomeni di spopolamento e di conseguente perdita dei servizi di base a supporto della popolazione restante, ai quali si pensa di far fronte con l’aumento dell’offerta turistica. Lo pensa la politica, come sappiamo bene, e spesso lo pensano anche le comunità, che alla prima vanno dietro nella speranza di salire sul treno giusto.
Invece è un treno – un pensiero che appare per tanti versi sbagliato, soprattutto perché risulta sempre il frutto di una scelta personale che deriva dal sentimento di una comunità la quale, consciamente o meno, decide di non essere più tale e svendersi a un mercato che, invero, rischia di soffocarla definitivamente e con essa le montagne sulle quali vive. Come ha scritto sul suo blog Veronica, che dopo oltre un anno di residenza ormai il luogo ha imparato a conoscerlo, «Questa non è una scelta personale dei proprietari dell’immobile, ma una scelta politica di un’intera comunità.» Già, perché tali dinamiche sono sì frutto di scelte personali ma, in contesti peculiari come quelli dei piccoli centri montani, rappresentano quasi sempre la manifestazione dell’anima della comunità. Una comunità evidentemente non più capace di sentirsi tale e per ciò portata a scegliere di offrire una casa del proprio paese a chi la occuperà per pochi giorni all’anno – per mere ragioni di guadagno economico, evidentemente – invece che affidarla a due giovani che ci abitano stabilmente e, con buone probabilità, ci vorranno vivere a lungo, è una comunità chiaramente malata. È in preda a confusione, egoismo, disturbo di identità, alienazione oppure a scoraggiamento, prostrazione, disperazione, depressione, che la portano a commettere azioni di “autolesionismo” che finiscono per aggravare quelle dinamiche socioeconomiche prima accennate e delle quali quasi di sicuro si lamenta ma sterilmente, in un cortocircuito di pensiero e volontà parecchio sconcertante.
[Veduta del centro di Cevo, con le vette del Gruppo dell’Adamello sullo sfondo.]Come dice bene Michil Costa, «Una camera di hotel occupata dai clienti è un successo, una casa sottratta alla disponibilità della comunità è una sconfitta.» Ma in queste circostanze, da un lato la comunità è facilmente vittima di se stessa e del proprio smarrimento, dall’altro è vittima della mancanza di governance locale da parte della politica, a sua volta incapace di concepire una cultura amministrativa realmente benefica per il proprio territorio e per chi lo abita mettendo in atto le migliori scelte possibili, anche quando siano “coraggiose” e magari impopolari ma mirate a uno sviluppo del luogo esteso nel tempo. Così, di frequente, tutto il “successo” di una località turistica (o che vuole essere tale) viene affidato ai numeri del momento, alla presenza di turisti, ai posti letto che crescono e vengono occupati – ma soltanto per pochi giorni all’anno: i cosiddetti “letti freddi” – e, mentre ci si loda e imbroda di questi presunti successi turistici, la comunità locale si sfalda, perde socialità e identità oltre che i servizi di base (che abbisognano di abitanti stanziali per essere mantenuti, non certo di presenze temporanee e imprevedibili), gli abitanti smarriscono la relazione con il luogo e il territorio, infine molti di essi se ne vanno altrove e, per gli stessi motivi, nessuno sceglie di andarci ad abitare.
Diamo un occhio ai dati demografici di Cevo, il comune dal quale Veronica e Tobia dovranno andarsene:
Vedete? La comunità di Cevo perde costantemente abitanti, la popolazione invecchia, i giovani diminuiscono, gli indici di ricambio e di struttura della popolazione attiva, cioè quella che lavora rispetto a quella che non lavora, sono in costante peggioramento. Cevo sta lentamente ma inesorabilmente morendo, ma evidentemente la sua comunità non se ne rende conto e scaccia da sé una giovane coppia di neo-montanari, nuovi abitanti, per fare spazio a villeggianti che, molto facilmente, ci staranno poche notti all’anno e di abitare lassù, tanto meno di diventare parte della comunità locale, non ci penseranno proprio.
Capite il cortocircuito, la malattia comunitaria, l’autolesionismo indotto? E capite la fine certa, con questo andazzo, che farà il paese e la sua comunità?
So che qualcuno di voi osserverà che la situazione è così un po’ su tutte le montagne italiane e i dati demografici sono negativi quasi ovunque. È vero: ma, proprio per questo, perché una comunità non riesce più a rendersi conto di poter invertire queste dinamiche quando ne ha l’occasione e anzi agisce per aggravarle ancora di più?
Assenza di governance amministrativa e di progetti strutturati di sviluppo territoriale organico e autentico, carenza di rappresentanza e rappresentatività politiche, perdita di identità culturale e di relazione con il contesto di vita, assoggettamento forzato a modelli socioeconomici inadatti ai luoghi e alle loro specificità, assenza delle istituzioni di livello superiore. Lo rimarco sempre: la montagna è un ambito complesso con problematiche altrettanto complesse alle quali non si può rispondere con soluzioni troppo semplici e semplicistiche, come invece si continua troppo spesso a fare – e il turismo di frequente è una di queste. E dove la montagna non è capace di salvaguardare la propria comunità, ovvero ciò che conferisce ai territori l’identità culturale e l’anima sociale che li rendono peculiari e vivi, e quando ciò accade per mancanze altrui o peggio per colpe proprie, il futuro non potrà che essere inesorabilmente fosco.
P.S.: ovviamente – inutile dirlo – chiunque possa dare una mano a Veronica e Tobia per trovare una nuova casa, li contatti senza indugio ai riferimenti che vedete nell’appello lì sopra!
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.
Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»
Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:
È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.
D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che
È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.
Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?
[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.
Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness ItaliaLuigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che
Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.
In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.
[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.
[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?
Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.
[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.
Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera – debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.
Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.
[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi.]In uno dei numerosi post che fino a oggi ho dedicato al tema delle nuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stanno turistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto della manutenzione di queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.
Chiedevo, al riguardo: visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica,
la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
E quale ente pubblico deve pensarci?
Bene (si fa per dire): il sito di informazione “Valbiandino.net” pubblica le foto di Giovanni Sanelli (le vedete qui sotto) che testimoniano lo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie, come sottolinea giustamente il sito, per la cui realizzazione vengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.
Converrete che non serva commentare oltre.
Però una cosa la aggiungerei. Questi inutili disastri imposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismo invasivo e banalizzante senza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità, non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tutto per il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se non sempre o quasi, opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata a dinamiche e interessi che non c’entrano nulla con la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.
Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro, devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali. E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatore autenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista, spero capisca sempre di più che opere del genere non vanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmente prima che si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questo minimo tanto quanto fondamentale buon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. O non pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.
E intanto noi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni. Contenti?