Le discussioni sull’overtourism alle Tre Cime e altrove? Meglio tornare a (ri)leggere Buzzati e meditare le sue parole

Le notizie e le immagini di sovraffollamenti e assembramenti di turisti sulle montagne, in particolar modo sulle Dolomiti, ormai sono diventate un classico dell’estate italiana insieme ai servizi televisivi su esodi e controesodi autostradali o su cosa bisogna fare e non fare quando c’è molto caldo. Sempre uguali eppure sempre ripetuti. Tre Cime di Lavaredo, Seceda, Misurina, Braies, Cortina… Mi chiedo se, per gli stessi giornalisti che li producono e propongono, l’intento sia effettivamente di fare cronaca e informare, o denunciare, o se pure per loro stessi sia ormai una questione di tradizioni estive da rispettare. Anche perché, per ciò che essi raccontano, il fenomeno diventa ogni anno più ingente e pesante ma senza che qualcuno deputato a farlo intervenga concretamente, se non con provvedimenti-palliativo amministrativi che servono solo a fornire l’impressione di aver fatto qualcosa mentre in realtà sembrano voler sfruttare il fenomeno, non frenarlo (a proposito delle Tre Cime nell’articolo lì sopra: come ci possono essere “afflussi record”, quindi maggiori degli scorsi anni, se è stato istituito il numero chiuso? Mistero!)

Dunque, tra millemila articoli, servizi, reportage, e altrettanti commenti, considerazioni, dibattiti, polemiche, a me pare che da dire di altro non vi sia granché ma ci sia solo da rileggersi, per l’ennesima volta, ciò che scrisse Dino Buzzati sul “Corriere della Sera” nell’agosto del 1952 – Millenovecentocinquantadue! – proprio riguardo le Tre Cime di Lavaredo:

Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. All’attacco della parete nord della Grande, sotto lo strapiombo smisurato, ci sarà un caffè con sedie a sdraio perché i turisti possano seguire i rocciatori senza la necessità di un torcicollo. Tra i ghiaioni, nel cuore del santuario, risplenderanno le colonnette di benzina, cartelloni giganteschi a gloria di dentifrici e carni in scatola rallegreranno gli occhi intimoriti dalla solennità cupa delle rupi, e non c’è dubbio che Forcella Lavaredo sarà il clou della tappa dolomitica del Giro, con premio di traguardo e sesquipedali scritte in minio inneggianti a Fausto Coppi (se ci sarà ancora).
Evviva dunque! Si lamenta, ed è voce sacrosanta, che le genti alpine siano abbandonate. Fatta eccezione per Cortina, il Cadore fa una vita grama. Una delle popolazioni più sane e belle del nostro Paese non sa come campare. E la strada delle Cime di Lavaredo – si afferma –, questa strada che diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?

Sono passati 73 anni da queste parole di Buzzati, e alla risposta finale oggi possiamo rispondere con certezza: no, il conto non è tornato, il latte della mucca ormai è finito da tempo e sta per finire pure la sua carne, della quale ancora lassù qualcuno si ingozza senza evidentemente capire che poi non resterà più nulla. E non solo della mucca macellata, perché a me pare si sia macellando pure il paesaggio delle Tre Cime e ancor più la sua anima culturale, che poi è quella delle genti che abitano, vivono e “fanno” quel paesaggio.

Rileggendole per l’ennesima volta, a me sembra ancora più evidente che le parole di Buzzati, e tali fenomeni di degrado di certi territori montani, rappresentano un atto d’accusa preciso contro i locali, amministratori, politici e abitanti dei luoghi coinvolti. Non contro i turisti, ai quali molti daranno la colpa ma che sono a loro volta vittime, magari sprovvedute ma non responsabili, di questi fenomeni sovraturistici. Più di settant’anni fa Buzzati aveva capito e denunciato ciò che stava succedendo, così come lo fece negli anni Novanta Giovanni Cenacchi il quale ipotizzò a modo suo la sparizione delle Tre Cime di Lavaredo “consumate” dal turismo di massa e, in mezzo a loro e poi ancora dopo molti altri hanno scritto delle turistificazioni eccessive delle montagne e dei conseguenti degradi, chiedendo di rifletterci sopra, di fermarsi in tempo, di non svendere le Terre alte e i loro paesaggi facendone un mero bene di consumo assoggettato al mercato e alle sue dinamiche prettamente materialiste solo per ricavarci affarismi e tornaconti.

Mi sembra di capire che siano rimasti inascoltati, e forse pure disprezzati, derisi, menagrami, uccelli del malaugurio, chissà cosa potrebbe mai capitare di così tremendo!

[Immagine generata in AI da Alessandro Ghezzer.]
Cari amici delle Tre Cime, voi che abitate ai loro piedi e ne amministrate il territorio: la mucca l’avete macellata voi, mica altri, perché il latte non vi bastava più, avete aperto i vostri «ristoranti, alberghi, chioschi, garages», vi sono caduti nelle tasche «franchi, dollari e sterline» e per tutto ciò non vi siete resi conto che la mucca era ed è la vostra montagna. Chiedetevelo voi se ora i conti tornano oppure no: ma se non siete in grado di farlo, non avete la voglia o il coraggio o l’onestà di farlo, allora non lamentatevi delle code, degli assembramenti, del traffico, dello smog e del rumore e delle Tre Cime profanate dal turismo di massa. Quel paesaggio degradato lo avete fatto voi, quel paesaggio consumato siete voi.

Ma potreste ancora rimediare al danno inferto alle vostre montagne, comprendendo veramente il valore culturale che hanno per voi prima che per qualsivoglia turista, e come il loro paesaggio, con tutto ciò che presenta e contiene, siete voi. Ma se abitualmente si dice che «volere è potere», in questo caso potere è volere: e il bene delle vostre montagne dovete volerlo per poterlo poi realizzare al meglio, seriamente e sinceramente. Altrimenti dimostrerete solo il contrario, pervicacemente.