La montagna non è “elitaria”. E se invece lo fosse, anzi: se lo dovesse essere?

[Foto di Mlemmi, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Se devo scegliere tra una montagna elitaria e persone che trattano un bivacco in questo modo, senza il minimo rispetto per la montagna e per chi cura questi luoghi, allora preferisco una montagna elitaria, dove questa gente rimane a casa ed evita di sporcare e arrecare disturbo a luoghi che meriterebbero rispetto, silenzio e tutela.

Così scrive Simone Alessandrini, escursionista esperto e membro del CNSAS, concludendo la propria denuncia sullo stato in cui ha trovato il Rifugio-bivacco Zilioli alla Sella delle Ciaule sul Monte Vettore, nell’Appennino umbro-marchigiano (lo vedete lì sopra), colmo di rifiuti d’ogni genere chiaramente lasciati in loco da “escursionisti” di passaggio. Ne potete sapere di più nel video sottostante e qui.

In un altro passaggio della sua denuncia, Alessandrini rimarca: «Mi è stato detto che la montagna non è elitaria. Assolutamente no, non è elitaria.» Lo si rimarca spesso, in effetti, che la montagna è di tutti, che è inclusiva, che tutti hanno il diritto di godere delle sue bellezze, eccetera.

E se invece lo fosse, “elitaria”? Se si dovesse ritornare (ricominciare, per certi versi) a considerarla così?

L’aggettivo «elitaria» viene dalla parola francese élite, che a sua volta deriva dall’antico francese eslite, participio passato femminile del verbo élire, che significa “scegliere”. Il verbo francese discende direttamente dal latino eligere, “scegliere” o “eleggere”. Posto ciò, la frequentazione consapevole della montagna più autentica, oggi ancora più che nel passato, non è una scelta ben precisa? Salire ad un rifugio a piedi invece che in funivia, ad esempio, non significa scegliere la montagna, mentre la seconda opzione – al netto di ben rari casi – rappresenta un adattamento a una mera comodità? Godere del paesaggio montano incontaminato e privo di antropizzazioni, ove lo si possa trovare, non è una scelta consapevole rispetto a ciò che quasi sempre offre il turismo contemporaneo di massa? Non significa eleggere la montagna a luogo speciale e specifico, dall’anima e dall’identità riconosciute delle quali si è consapevoli e con il quale scientemente si vuole entrare in relazione, quando invece certa frequentazione superficiale pretende solo di ritrovare in montagna i servizi e le comodità delle quali già gode in città?

Salire in montagna per divertirsi come in città o in spiaggia, pretenderne la turistificazione per i propri diletti, farci rumore, casino, sporcarla come fosse un giardino pubblico (dove forse qualcuno è pagato per pulire), viverla senza consapevolezza di dove ci si trova e di come ci si comporta e ogni altro atteggiamento simile non rappresentano scelte ma sottomissioni a modus vivendi superficiali, maleducati, stupidi ovunque ma in montagna ancora di più, per quanto sopra rimarcato.

[Il Rifugio Zilioli in veste invernale. Immagine tratta da www.caiascoli.it.]
Di contro, non è vero che «la montagna è di tutti» e basta, la frase è monca: la montagna è di tutti quelli che hanno rispetto per essa, questa è la formula completa. Avere rispetto per la montagna è una forma di consapevolezza, di comprensione del luogo e della propria presenza in esso: è una scelta ben determinata, insomma, con la quale si manifesta quel rispetto, l’intelligenza che vi sta alla base e la relazione culturale compiuta con il luogo, quella che peraltro rende ancora più piacevole, divertente e soddisfacente lo starci anche solo per poche ore.

In realtà, è vero che la montagna in sé non è elitaria, ma può essere considerata tale la sua frequentazione consapevole e non nell’accezione “snob” solitamente utilizzata per il termine, semmai nel senso sopra esposto di scelta consapevole e consona al luogo. In questo senso, chi non è in grado di elaborare una scelta così semplice eppure tanto importante e pretende di portare in montagna comportamenti deprecabili e dannosi, è sicuramente meglio che se ne resti a casa, come afferma anche Alessandrini: almeno così non dimostrerà di essere della stessa natura di ciò che su monti abbandona.

Gli Appennini e le loro montagne sempre più ammalianti

Sarò che divento sempre meno giovane (!) e con ciò sempre più sensibile (almeno spero) a cogliere certi aspetti del mondo in cui vivo, ma ogni volta che mi trovo davanti un’immagine degli Appennini, io che vivo sulle Alpi e delle loro altezze, delle verticalità e delle arditezze mi sono ampiamente nutrito (da alpinista mediocre, sia chiaro), sento nell’animo un moto di fascinazione e attrazione sempre più intenso, al pari della vivida sensazione di bellezza che la mente percepisce.*

Sono montagne relativamente basse, quelle appenniniche, carenti di vette che puntano dritte al cielo come molte alpine e sovente arrotondate, docili, ampiamente boscose più che rocciose e senza più ghiacci, in genere dalle morfologie meno scenografiche – o meno instagrammabili, come oggi si usa dire – di quelle delle Dolomiti o del Monte Bianco… insomma, apparentemente destinate a perdere qualsiasi gara di “montanità” con la catena alpina.

Già, ma solo se non si considera l’anima profonda del loro paesaggio e la manifestazione insuperabile di accoglienza che (mi) suscitano le loro vallate, le vaste foreste, le lunghe dorsali e le sommità che, senza potersi vantare di altitudini sensazionali, come detto, donano sensazioni di immensità potenti e ammalianti. Senza parlare dei meravigliosi borghi sospesi nel tempo, tra le cui case respiro un’aria ben più vitale, nonostante i silenzi e le immobilità, di quella presente in tante località scintillanti e iper-turistiche la cui energia mi sembra semmai quella di un elettroshock, non altro.

A volte mi duole avere tra casa e l’Appennino molta distanza e la Pianura Padana sempre troppo trafficata, inevitabilmente da attraversare per giungere al di là, su quei monti che dai miei vedo emergere lontani dalle cappe di nebbia e di smog che nascondono quasi perennemente il grande piano eridaneo. Ho vagabondato per tutte le Alpi in lungo e in largo, spero nei prossimi anni di poterlo fare anche con l’Appennino, almeno quello più prossimo alla valle del Po. È un mondo alpestre troppo bello e affascinante da permettersi di non conoscerlo più a fondo.

*: ovviamente quanto ho scritto non significa che quelle appenniniche siano montagne “da vecchi”, tanto più che sono più giovani di quelle alpine. Semmai che suscitano sensibilità meno immediate e più ponderate, anche più profonde per molti versi.

Una bella (e beneaugurante) notizia dai Monti Sibillini

[Panoramica dell’alta Valle del Fiastrone, dove si trova Bolognola. Foto di tony_57, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Voglio cominciare bene questo nuovo anno con una bella notizia giunta di recente dai meravigliosi Monti Sibillini, dal Monte Castel Manardo per la precisione, presso il quale con la sentenza numero 833/2023 il Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) delle Marche ha definitivamente respinto il ricorso promosso dal Comune di Bolognola per ottenere l’annullamento del parere con cui il Parco Nazionale dei Monti Sibillini aveva negato il nulla osta alla realizzazione della nuova seggiovia quadriposto “Castelmanardo Express”.

La proposta del Comune di Bolognola, dietro la facciata della sostituzione di un vecchio impianto con uno nuovo, nascondeva in realtà – in tutto e per tutto – la realizzazione di una nuovo impianto di risalita (come tale vietato dalla legge), che avrebbe fatto scempio della Zona di Protezione Speciale (ZPS) della Gola del Fiastrone e del Monte Vettore e della Zona Speciale di Conservazione (ZSC) appunto di Monte Castel Manardo, devastando così irreversibilmente un’area importante del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, di altissimo valore ambientale.

Ancora una volta sconcerta il constatare come degli enti pubblici locali, amministratori ma ancor prima custodi dei propri territori, si permettano di imporre progetti talmente impattanti in aree giuridicamente tutelate e protette, dimostrando un evidente disprezzo verso i regolamenti vigenti nonché una drammatica mancanza di sensibilità nei riguardi delle proprie montagne, del loro ambiente naturale e del paesaggio, beni comuni fondamentali dei quali, palesemente, non sanno comprendere il valore e tanto meno sanno convenientemente valorizzarlo.

Peraltro, si noti la situazione dell’innevamento in zona, proprio dove si sarebbe voluta realizzare la nuova seggiovia (immagine tratta da qui):

Tuttavia, fermare tali progetti così insensati (l’immagine qui sopra lo dimostra perfettamente -ancor più perché quasi sempre basati su finanziamenti pubblici) e talmente diffusi sulle montagne italiane si deve e si può, come nuovamente il caso di Bolognola dimostra. Come dichiara l’associazione Iniziativa Democratica per l’Europa e per l’Ambiente, intervenuta in giudizio insieme al WWF Italia a sostegno dell’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini contro il progetto, «Un altro Appennino, basato non sullo sfruttamento della montagna, ma sulla sua valorizzazione e sulla preservazione è possibile: speriamo che da questa storica sentenza arrivi un messaggio chiaro alle tante, troppe Amministrazioni pubbliche che – nonostante l’opposizione dei cittadini e delle associazioni ambientaliste – continuano invece a puntare su progetti che invece devastano la montagna e l’ambiente.»

Ribadisco ancora una volta per i sordi d’orecchio, i chiusi di mente e i poveri di spirito: la questione non è essere contro gli impianti sciistici tout court, la cui valenza socio-economica in chiave turistica può ben essere riconosciuta quando sia presente, ma essere contro idee, progetti e opere palesemente scriteriate, impattanti, decontestuali, degradanti e pericolose non solo dal punto di vista ecoambientale ma per la realtà complessiva delle montagne e delle comunità che le abitano. In presenza di tali circostanze, l’opposizione deve e dovrà sempre essere radicale, a salvaguardia di quelle realtà e fino al ristabilimento del buon senso civico che sarebbe da considerare ordinario nelle politiche di gestione dei territori di montagna, con tutta la loro bellezza e le tante fragilità che presenta, e invece, purtroppo, di frequente ordinario non è.

P.S.: per inciso, Bolognola si trova vicino alla località di Sarnano-Sassotetto, sede di un altro tentativo di imposizione d’un progetto sciistico a dir poco dissennato, del quale ho scritto qui.

I parcheggi sul Pian Grande di Castelluccio

La vicenda dei parcheggi sul Pian Grande di Castelluccio, efficacemente riassunta in questo articolo (del 9 maggio 2021) di sherpa-gate.com, mi sembra rappresenti un esempio assolutamente emblematico della diffusa ignoranza istituzionale nei confronti del patrimonio naturale, storico, ambientale, culturale nonché della bellezza sovente insuperabile che possiede l’Italia.

Ma dico: come si può consentire l’invasione alle autovetture private, che ovviamente e inevitabilmente danno luogo a un megaparcheggio selvaggio, in un ambiente così bello, così palesemente prezioso e delicato, per giunta variamente tutelato da vincoli paesaggistici e ambientali dacché parte del Parco Nazionale dei Monti Sibillini? Come lo potete permettete e addirittura pretendere, voi istituzioni pubbliche locali?

Posto che la sentenza della Corte d’Appello di Roma del marzo 2021 abbia risolto (speriamo definitivamente) la vicenda, appare comunque evidente che si è di fronte a un caso di ignoranza reiterata e dunque genetica, non frutto d’un abbaglio, visto che le istituzioni in questione non solo hanno commesso un abuso ma hanno pure proposto appello in suo sostegno e contro la prima sentenza del Commissario preposto.

Bene: quanti altri casi simili la cronaca italiana ci presenta, da anni e senza interruzioni? Vogliamo andare avanti così, lasciare che questi abusi istituzionali alla bellezza del paese continuino imperterritamente fino a che i loro promotori politici troveranno qualche giudice compiacente che li sentenzierà come “giusti”, aprendo la strada a chissà quale ulteriore oltraggio?