Michail Bulgakov, “Mosca, la capitale nel block notes” (Excelsior 1881)

Di questi tempi è piuttosto in voga (e meritoriamente) il genere letterario – se di genere si può parlare – della guida letteraria, ovvero della narrazione di luoghi particolari attraverso la penna e le visioni di scrittori e letterati. “Genere” del quale anch’io mi pregio immodestamente di appartenere, ma che non è affatto un’invenzione degli editori contemporanei, come probabilmente verrebbe da pensare. Da sempre, in verità, gli scrittori hanno narrato i luoghi legati alla loro vita ovvero alle opere scritte, e di sicuro più di oggi, per vari motivi, uno scrittore era ben più legato ai luoghi di vita e tali luoghi entravano in maniera preponderante nelle sue narrazioni, o comunque ne influenzavano in modo evidente la concezione.

Esempio evidente d’un legame d’antan tra un luogo e uno scrittore è certamente quello che ha congiunto Mosca con Michail Bulgakov, autore divenuto immortale grazie al suo celeberrimo Il Maestro e Margherita, del quale legame Bulgakov ha scritto numerose volte in altrettanti testi, in Italia raccolti in Mosca, la Capitale nel block notes (Excelsior 1881, 2007, traduttori vari), resoconto di un viaggio a tappe nella città russa (o per meglio dire sovietica, allora) in perfetto stile bulgakoviano: onirico, metafisico, a volte ironico fino al limite del grottesco, altre volte malinconico e inquieto.

Il rapporto che ha legato Bulgakov con Mosca – città nella quale ha ambientato tutte le sue opere e dalle cui personali visioni ha elaborato le proprie così particolari narrazioni, i bizzarri personaggi dei suoi romanzi, le vicende sempre in bilico tra realtà e fantasia, tra possibile, improbabile e inverosimile – è stato d’altronde un rapporto sempre ostico, esattamente come quello tra lui e le autorità sovietiche le quali da un lato ammiravano il grande scrittore e drammaturgo, dall’altro gli censuravano le opere e osteggiavano continuamente il lavoro. Sovente in difficoltà economiche quando non in autentica miseria, in continuo trasloco tra diversi alloggi non di rado fatiscenti, insofferente nei confronti del potere politico sempre più opprimente, sposatosi 3 volte e morto a soli 49 anni di nefrosclerosi, Bulgakov non visse certamente una vita tranquilla e priva di problemi, tuttavia non abbandonò mai la propria formidabile facoltà di vedere nel profondo, fino ai limiti più surrealistici, il mondo che aveva intorno, trascrivendo poi queste sue sagacissime visioni in testi perfettamente aderenti al suo personalissimo stile, come già detto, e sempre capaci di ingenerare ulteriori suggestive visioni nel lettore, accompagnato in un’esplorazione a tappe (ovvero a capitoli/storie brevi) di Mosca percorrendo cammini narrativi lungo i quali i paesaggi urbani restano costantemente sospesi in una dimensione materialmente immateriale, sulla quale si muovono “cittadini” (come egli chiama i moscoviti, nell’uso del tempo) a loro volta sospesi in un tempo in transizione tra la precedente epoca imperiale zarista e la da poco avvenuta rivoluzione leninista-bolscevica, che vivono esistenze incerte, sbilenche, fatte spesso di espedienti e sotterfugi utili a sfuggire dal crescente controllo autoritario instauratosi.

Ne esce un ritratto di Mosca affascinante, a volte scombussolante, chiaramente legato a un tempo passato – sia parla della Mosca degli anni ‘10/’20 del secolo scorso, soprattutto – eppure sotto molti aspetti modernissimo, che guida il lettore tra le vie, le piazze, le case e le esistenze della città e dei cittadini ma che si legge ne più ne meno come un romanzo di Bulgakov, come se sul proprio block notes il grande scrittore russo volesse appuntare le sue mere osservazioni urbane ma dalla penna sulla carta restassero innumerevoli trame romanzesche ovvero puramente creative e narrative, in una ulteriore condizione di sospensione tra elementi diversi altrettanto esemplificativa del legame tra Mosca e Bulgakov. Il quale d’altra parte scrive: “Ora basta, però. I miei alti e bassi a Mosca non interesseranno certamente il lettore, e se racconto tutto ciò, è solo perché il lettore mi creda quando dico che conosco la Mosca degli Anni Venti come le mie tasche. L’ho esplorata in lungo e in largo. E intendo raccontarla. Però, mentre la racconto, vorrei essere creduto. E se dico che una cosa era così, significa che era proprio così” (pag.209).

Ecco, così ha scritto pure la miglior prefazione possibile, Bulgakov, alla raccolta dei suoi appunti moscoviti – anche se, come notate, è posta quasi in fondo al testo. E, in fondo, non si può che credere sempre a ciò che ha scritto uno dei più incredibili scrittori europei del Novecento.

P.S.: a quanto mi pare, temo che la casa editrice Excelsior 1881 non esista più, quanto meno sul web (ma sapete bene che, oggi, se non esiste sul web non si esiste tout court!), tuttavia il libro è ancora facilmente reperibile un po’ ovunque.

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