La responsabilità che abbiamo verso le montagne

[Foto di Mario da Pixabay.]

Il nostro amore per le montagne non ha come oggetto meri cumuli di rocce, terra e sassi modellati dall’orogenesi, ma dei luoghi carichi di simboli e di storie, di immagini e metafore, di paradigmi culturali che costruiscono e modificano la nostra visione e percezione del mondo e di noi stessi. Le Alpi sono sempre più delle isole di biodiversità naturali e culturali assediate da un’umanità posseduta dalla smania di addomesticare e trasformare ogni cosa in merce. Di asservire per il proprio interesse e divertimento ogni luogo rimasto a testimoniare il valore in sé del pianeta che ci ospita. Per la prima volta nella nostra storia di “Homo sapiens” accade che siamo in grado di sconvolgere gli equilibri climatici cha garantiscono la nostra sopravvivenza specifica. Questo potere, moltiplicato dalla crescita demografica e dagli strumenti della tecnica, ci impone un adeguato progresso etico per frenare l’avidità e l’hybris che ci spingono ad impadronirci d’ogni cosa. Abbiamo la responsabilità di educarci alla sobrietà, ad un comportamento che rispetti gli altri viventi, che ricerchi il modo di produrre benessere senza distruggere le condizioni per renderlo accessibile anche agli altri e ai posteri.

Diego Cason e Annibale Salsa, “Economia montana e politiche territoriali di sviluppo”, relazione presentata al 101° Congresso Nazionale del Club Alpino Italiano, “La Montagna nell’era del cambiamento climatico”, Roma, 25-26 novembre 2023. Trovate la relazione completa, la cui lettura trovo parecchio interessante e istruttiva (anche in forza del prestigio dei due relatori che l’hanno elaborata), qui. Avrò occasione di scriverne ancora, più avanti.

Anche la montagna è una “merce” che si può vendere?

[Immagine tratta dal sito web di Stefano Ardito, che offre una bella riflessione sul tema dei nuovi rifugi alpini.]

I luoghi a evoluzione parzialmente naturale, che conservano ancora una ricchezza biologica diversificata e protetta, sono rimasti pochi. Se anche questi territori, rimasti fuori dallo sfruttamento intensivo dell’ultimo secolo, vengono intesi come merci da “mettere a valore” si trasformano automaticamente in oggetti di pregio come ogni bene sparso sui mercati internazionali. Lo ha ampiamente dimostrato anche il periodo post-Covid, nel quale i viaggi internazionali sono stati in parte interdetti e molti turisti si sono rivolti alle risorse territoriali raggiungibili in loco, invadendo le località turistiche di montagna. Di fronte a questa crescita della domanda di servizi turistici anche una parte dei gestori di rifugi alpini sembra aver perso di vista qual è la loro funzione originaria, e quale dovrebbe continuare ad essere all’interno di territori fragili e pericolosi. Ma l’incremento dei ricavi e dei profitti sembra attirare molto di più di ogni impegno etico per mantenere territori di grande pregio naturale così come sono e lasciarli in eredità ai posteri. […] Una cosa è certa: quando i luoghi dell’anima, dove gli individui entrano in contatto con la propria natura biologica e spirituale, saranno ridotti a merci qualcuno si arricchirà ma tutti noi saremo più poveri.

[Da Montagna per tutti, montagna di pochi, di Diego Cason, pubblicato il 4 maggio 2023 su Rivistailmulino.it. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.]

Si può considerare uno spazio di grande pregio naturale non antropizzato posto in montagna, magari oltre i 2000 m di quota, “vendibile” come qualsiasi altro, dunque come fosse una “merce”? Ma se il valore di una merce è determinato anche, se non soprattutto, dalla sua riproducibilità e della conseguente disponibilità, e se un certo spazio naturale non può essere riprodotto in quanto reso unico dalle proprie peculiarità – tanto più nella geografia montana, con le sue morfologie sempre differenti che determinano differenti caratteristiche locali, non solo paesaggisticamente – come si può dare un valore a uno spazio in montagna al punto che possa essere venduto e comprato? Come si può rendere “stimabile” ciò che a tutti gli effetti è inestimabile?

P.S.: su tematiche simili e correlate all’articolo qui citato ne ho scritto qualche mese fa qui.