Sergio Reolon, “Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose” (Curcu & Genovese)

Da tempo mi occupo, tra le altre cose, di tematiche culturali inerenti le cosiddette “aree interne” e in particolar modo la montagna. Perché in montagna ci sono andato fin da piccolo, perché in montagna ho poi scelto di viverci e perché col tempo mi sono sempre più convinto che quel valore simbolico proprio dei monti e del loro ambiente naturale di territori elevati sopra il piano iperurbanizzato e industrializzato non abbia soltanto una mera accezione “altitudinale” ma pure profondamente culturale, e niente affatto solo metaforica. Tra chi frequenta i monti è d’uso comune una specie di adagio, ovvero che la montagna rappresenta una scuola di vita: al di là della sua retorica di sapore vintage, è un motto che ha molte ragioni le quali vanno ben oltre l’ambito prettamente alpinistico e che, appunto mi sono convinto negli anni, può addirittura offrire una via di salvezza per la città post-contemporanea sempre più afflitta da inquietanti problematiche socio-culturali non più confinate alle “solite” periferie degradate ma ormai ben presenti pure nel cuore urbano. Ne disquisii già qui di questa mia convinzione ma, per riassumerla in poche parole, io sostengo che è nelle aree meno antropizzate e più a contatto con gli elementi naturali che, paradossalmente, si conserva quello spazio di azione civica ancora in grado di “salvare” la nostra civiltà dalla decadenza indotta dai fenomeni sociali e sociologici più devianti – la globalizzazione nelle sue forme più massificanti, la proliferazione di non luoghi, la dissonanza cognitiva e la conseguente perdita di identità culturale, la diffusione di modus vivendi sempre più stranianti e meno “urbani” nel senso originario del termine, il degrado ambientale accentuato pure dai cambiamenti climatici in corso, l’invasività della pseudo-politica attuale, ormai del tutto incapace di gestire la cosa pubblica e presa solo dalla salvaguardia dei propri interessi di potere – ma l’elenco potrebbe continuare a lungo.
La montagna invece da sempre rappresenta un iper luogo, un ambito di generazione di identità culturale dalla quale derivare dinamiche sociali ancora in qualche modo incontaminate dai fenomeni suddetti ovvero in grado di opporvi strumenti di difesa efficaci nonostante abbia a sua volta subito gravi fenomeni di degrado socio-culturale indotti proprio dallo sviluppo industriale e urbano dell’ultimo secolo nonché dall’aver subìto l’imposizione di modelli politici nati in città e totalmente inadeguati alla gestione materiale e immateriale dei territori montani, che in molti casi hanno gravemente depauperato la cultura peculiare montana e causato frequenti casi di “morte” sociale e culturale tramite lo spopolamento e l’abbandono di interi borghi, con il conseguente e inesorabile degrado dell’intero territorio circostante. Tuttavia, ribadisco, credo che la montagna abbia dalla sua un elemento resistente a qualsiasi devianza antropica: la Natura, capace di rimettere a posto l’uomo e le sue pretese nonché a riconnetterlo con il territorio e i luoghi, un ancestrale legame antropologico al quale torna sempre e comunque a doversi riferire la vita stessa della civiltà umana sul pianeta, ovunque essa sia radicata.

In ogni caso, oggi, la visione della montagna diffusa maggiormente è quella legata soprattutto al valore estetico di essa, e a quello ludico-ricreativo (ovvero turistico) relativo. «Ah, che bella che è la montagna!» si può sentir dire ovunque da chiunque, e d’altro canto è facile pensare che ben pochi potrebbero contraddire una tale visione, al di là della banale dicotomia “meglio il mare/meglio la montagna” o di altre facezie simili. Se tuttavia si prova ad andare oltre il mero consenso, e si indaga sui motivi per i quali la maggior parte delle persone apprezzano i monti e la loro dimensione, ne esce una visione degli stessi legata a stereotipi e luoghi comuni forse più che per altri ambiti – i boschi, i prati, la neve, le mucche al pascolo, le baite, l’aria pura, la tranquillità, oltre alle varie e assortite motivazioni più “turistiche”. Va tutto bene, ci mancherebbe, anzi: è inevitabile che l’imponente bellezza di certi paesaggi alpini resti impressa nella mente delle persone; il problema è che sovente tale immagine resta tale, come fosse un poster, una cartolina o una locandina promozionale e non solo lo sguardo si ferma lì ma pure la riflessione su ciò che si sta osservando, su cosa ci sia realmente dentro al di là delle cose più evidenti e piacevoli. Si vive la montagna come fossimo dentro la storia di Heidi, insomma, con lo stesso afflato ideal-bucolico, cioè idealmente circondati dalle “caprette che ti fanno ciao” come se veramente, lassù sui monti, le caprette ci potessero fare “ciao” e non, magari, prenderci a testate se ci avvicinassimo troppo, come è ordinario “mestiere” da capre di montagna…

E se fosse proprio “Heidi”, ovvero quest’immagine assolutamente idealizzata – e profondamente cittadina – della montagna a rappresentare la rovina della montagna stessa, la zavorra immateriale divenuta ormai alquanto materiale che tiene imprigionati i monti e la loro civiltà in un recinto di stereotipi e cliché anacronistici, ormai del tutto falsi, spesso pure ipocriti quando non sostanzialmente degradanti? Se ci fosse da fare una bella tabula rasa di tutto ciò, con buona pace di Heidi, delle sue caprette e di quei monti artificiosamente selvaggi che la città vuole tenere per sé in qualità di periferia “ristoratrice” ma, alla fine, urbanizzandola pesantemente e trasformandola in ennesimo sobborgo degradato e abbandonato a sé stesso e alla sua effettiva miseria?

È quanto in buona sostanza si chiede Sergio Reolon in Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose (Edizioni Curcu & Genovese, Trento, 2016), veloce e agilissimo saggio il cui titolo è a dir poco programmatico – e già compendia bene ciò che già ho scritto fino a questo punto. Reolon, purtroppo mancato all’inizio di quest’anno, è stato per lungo tempo impegnato in politica, soprattutto negli ambiti locali, ricoprendo per un mandato (dal 2004 al 2009) la carica di Presidente della Provincia di Belluno, “il” territorio di montagna della Regione Veneto nonché uno dei più significativi in tal senso delle Alpi Orientali. Noto per il suo grande e costante impegno a favore delle istanze delle sue montagne, Reolon è quello che si dice “un politico illuminato” – uno degli ultimi, senza dubbio, e ciò rende la sua dipartita ancora più triste: mi viene da pensare al riguardo che Kill Heidi rappresenti il suo testamento intellettuale, una sorta di breve tanto quanto vibrante quaderno di appunti su ciò che – in base alla sua approfondita esperienza – la montagna ha fatto (e fa ancora) ma debba cercare di non fare più, e su ciò che dovrebbe fare (e spesso non fa ancora, o non vuole fare) per cercare di salvarsi da quell’onda lunga dello spopolamento, dell’impoverimento culturale e sociale, dell’alienazione, dello spaesamento e del soffocamento della propria identità alla quale è stata sottoposta dalla storia del Novecento fino ai giorni nostri, appunto.

Con un linguaggio per nulla “politichese”, anzi, parecchio veloce e leggero, e con il supporto di alcune consone citazioni di altri autori e studiosi di cultura di montagna – con in primis la preziosa introduzione di Annibale Salsa – Reolon mette in capo il destino (infausto o fausto) della montagna a quattro figure emblematiche: il non montanaro, il montanaro scompaginato, il montanaro localista e il montanaro civicus. Figure che, nei primi tre casi, rappresentano la causa/effetto dello stato precario della montagna contemporanea: tra chi pretende di avere voce sulle questioni montane solo perché sui monti ci fa a fare le vacanze (sovente in hotel di lusso e salendo sulle cime esclusivamente in funivia), chi in montagna ci vive ma non conosce nemmeno i nomi delle vette e delle località visibili dalle finestre di casa, chi invece forse quelle le conosce ma le usa (usando ugualmente preconcetti e identitarismi privi di cultura e ricchi di demagogie) come baluardi entro i quali barricarcisi, rifiutando qualsiasi possibile evoluzione… e infine chi, invece, riesce a coltivare una certa coscienza su come stanno andando le cose e capisce che con Heidi e le caprette ma pure con le seconde case (vuote per 355 giorni all’anno) o gli impianti di sci per piste sulle quali non nevica più (se non grazie all’innevamento artificiale, ovvero prosciugando torrenti e laghi alpini per far divertire qualche annoiato turista e un tot di stranieri per i quali essere sulle Alpi o in Nuova Zelanda non fa granché differenza) ovvero con tutte le (non ) strategie di sviluppo turistico messe in atto negli ultimi decenni la montagna non va da nessuna parte, anzi, si sta ammazzando da sola.

È inutile rimarcare che sia quest’ultima la figura di “nuovo” montanaro da coltivare, in primis culturalmente, per pensare di poter offrire ai monti (alpini ma pure appenninici, sia chiaro: la montagna, per certe questioni, è una e unica ovunque sia e la su osservi) la speranza concreta di un’autentica rinascita; appena dopo, però, tale neo-montanarismo deve assolutamente essere sostenuto da una politica finalmente cosciente del suo ruolo effettivo, dei suoi compiti e dei suoi fini nobili. Purtroppo è qui, ammette da politico di lungo bordo Reolon, che ogni buon progetto di rinascita alpina trova numerosi, ingombranti e biechi ostacoli, dai quali ormai da tempo scaturisce una visione assai distorta – o sarebbe il caso di dire una miopia – incredibile e sconcertante verso le potenzialità della montagna italiana, ovvero un modus operandi terribilmente italiota per il quale sempre e comunque si procede per campanilismi, orticelli propri più o meno verdi degli altri, interessi minimi e infimi, inciuci e magna-magna assortiti i quali nell’insieme, appunto, si giovano della persistenza dell’immagine “heidiana” della montagna per nascondere dietro di essa la pochezza assoluta dell’opera politica, quando non gli sconcertanti e drammatici errori messi in atto nella gestione dei territori in quota.

Reolon, dunque, indica in modo netto la necessità ormai inderogabile di un totale ripensamento delle strategie di sviluppo della montagna italiana che, appunto, nasca anche dall’eliminazione definitiva degli stereotipi più soffocanti e ormai inefficaci ancora tenuti strumentalmente in vita e utilizzati come modus operandi. La montagna non può e non deve musealizzarsi ovvero diventare ciò in cui è stata trasformata in molti suoi luoghi, un divertimentificio in quota per turisti privi/privati d’ogni nozione culturale in tema di monti; ugualmente non si può e non si deve pensare di ripristinare realtà apparentemente “felici” (cioè molto “heidiane”) del passato, quando sì non c’erano grattacieli e funivie ma pure quando i montanari morivano a 50 anni o nemmeno e la miseria la faceva ovunque da padrone dacché chiunque potesse fuggiva dai monti per andare a lavorare nelle fabbriche delle città. C’è bisogno innanzi tutto di ridare alla montagna e alla sua gente un’autentica autonomia gestionale, se non politica, riguardo la cura del proprio territorio, al fine di prendere decisioni consce dell’ambito in cui hanno effetto e che non siano più prese a centinaia di km di distanza e calate indiscriminatamente sui monti; c’è inoltre bisogno di rinnovare, e questa volta in modo virtuoso, il legame tra montagna e città, senza più che la seconda depauperi forse, energie e risorse della prima ma piuttosto facendo che la prima colga le cose migliori della seconda (servizi, infrastrutture utili alle attività professionali, risorse tecnologiche, qualità economica della vita, dinamismo culturale, eccetera) e idem la seconda dalla prima (qualità ecologica della vita, socialità, prodotti di alta qualità, cultura identitaria, narrazioni culturali, eccetera). E c’è dunque bisogno di mettere in stretta relazione tutte le realtà della montagna, istituzionali, sociali, culturali, pubbliche, private, fino ad ogni singolo individuo: perché non può essere la tipica solitudine di chi viva in montagna l’ostacolo per generare un’autentica, fremente e solidale socialità: una metro montagna, per dirla con Giuseppe Dematteis, una città diversa nella quale non contino solo gli elementi antropici e antropizzanti il territorio ma pure, e con uguale valore, il territorio con le sue risorse naturali, il paesaggio, l’ambiente (nel senso “antropologico” del termine), l’equilibrio ecologico e la salvaguardia ambientale, le reti relazionali intercomunali e intervallive. Le montagne, insomma, devono tornare a essere una cerniera tra le genti e non più un confine (non solo geopolitico ma pure culturale e sociale), ennesimo stereotipo figlio della visione moderna e contemporanea della montagna che, una volta per tutte, deve essere relegata nel proprio vero e consono ambito: il passato.

Ottimo e illuminante libro, Kill Heidi: da leggere apprezzando in primis la grande lucidità e l’intelligenza di Reolon, assumendo il suo prezioso “insegnamento” a favore della montagna e, finalmente, togliendo di mezzo Heidi. Non ce ne vogliano i suoi fan, sia chiaro, ma da questo punto di vista oggi la montagna ha bisogno di tutt’altro.

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