«Restare appesi a un filo» è un’espressione comune che indica una situazione delicata, di estrema precarietà e incertezza, con poche e fragili speranze di salvezza. Tuttavia, in certe altre occasioni, restare appesi a un filo ha invece comportato grandi possibilità, speranze, “salvezze”: quando a restare appeso è stato un intero territorio montano e il filo era in realtà la fune di una funivia, sulle cui cabine hanno viaggiato migliaia di escursionisti, villeggianti, turisti, sciatori e con loro il futuro della comunità che abitava quel territorio. Che era, ed è, il versante occidentale dell’Albenza, sui monti tra il lecchese e le valli bergamasche, fino a quasi cinquant’anni fa risalito dalla funivia che univa Torre de’ Busi a Valcava, la terza in assoluto in Italia e prima in Lombardia: un gioiello ingegneristico per l’epoca, detentrice di vari primati tecnici mondiali, che permise a Valcava di diventare una delle prime stazioni sciistiche lombarde, a solo un’ora dal centro di Milano, e regalò al territorio di Torre de’ Busi uno sviluppo – e una notorietà turistica – che pochi altri comuni prealpini si potevano permettere.
La storia della funivia di Valcava è estremamente affascinante e coinvolgente così come lo è quella delle montagne che godettero il va-e-vieni delle sue cabine e dei gitanti trasportati per mezzo secolo, sviluppando un’economia turistica tutt’oggi di sorprendente modernità e ancora emblematica per il turismo di montagna contemporaneo. Dopo alcune precedenti serate di grande successo, torneremo a raccontarvela sabato prossimo 26 settembre alle ore 21.00 proprio a Torre de’ Busi, a pochi metri da quella che era la stazione di partenza della funivia, in “C’era una volta… una storia appesa a un filo”. Trovate le informazioni basilari sulla serata nella locandina lì sopra.
Sarà un racconto fatto di immagini spesso rare, storie e aneddoti suggestivi, curiosità, memorie ma anche visioni nel futuro prossimo di un territorio di grande bellezza paesaggistica e di altrettanto valore culturale per il quale il ricordo della funivia di Valcava non è una fonte di mera nostalgia ma, viceversa, uno stimolo coinvolgente alla salvaguardia e alla vitalità tanto del luogo e della sua comunità quanto del piacere di chiunque da turista o gitante goda della sua bellezza montana.
Dunque, se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: vi divertirete e potrete (ri)scoprire una storia veramente speciale, come il filo alla quale era – e per certi versi è ancora – appesa!
Avrete forse letto della “SkyWalk” in costruzione a quasi 2600 metri di quota sopra il Passo del Tonale, una nuova attrazione turistica che consiste in una piattaforma panoramica di cemento e acciaio a sbalzo, con pavimento in vetro, piazzata a poca distanza dalla stazione della cabinovia di Passo Paradiso – la vedete nel rendering qui sopra con una panoramica del luogo coinvolto. Si dice sarà pronta per l’estate 2027.
È chiaramente una fesseria colossale, l’ennesimo esempio della folle turistificazione alla quale vengono assoggettate molte località delle nostre montagne, considerate soltanto dei luna park alpini da offrire e (s)vendere al turismo di massa cercando di fare più numeri (e più tornaconti) possibile. Al punto che, quando i responsabili del comprensorio Pontedilegno-Tonale, committente della piattaforma, sostengono che la stessa «servirà a valorizzare il paesaggio e la storia della Guerra Bianca», viene da chiedersi se siano seri, se veramente credano a ciò che affermano o se si rendano conto dell’insensatezza proferita ma cerchino comunque di imporla come “verità” in quanto è funzionale ai loro interessi. Di quelli della montagna no, per nulla, ma d’altro canto viene da pensare che a quelli della montagna ben poco importa!
Vorrei anche capire come un’attrazione turistica ludico-ricreativa del genere – un’ennesima macchina da selfie, in pratica – serva a «valorizzare» la storia della Guerra Bianca e, dunque, la memoria delle migliaia di soldati morti sul fronte dell’Adamello, invece di esporla al serio rischio di banalizzazione antistorica: anche perché opere del genere non sono fatte per valorizzare alcunché se non se stesse e la fruizione effimera che impongono. Al riguardo mi piacerebbe sapere che ne pensa Onorcaduti, l’ufficio per la tutela della cultura e della memoria del Ministero della Difesa (penso proprio che li contatterò) o gli altri soggetti che si sono dati il compito di ricordare e commemorare gli eventi bellici e i caduti italiani, in particolar modo quelli della Prima Guerra Mondiale (come il Museo della Guerra Bianca di Temù, a pochi chilometri dalla nuova giostra panoramica in realizzazione). D’altro canto i committenti della piattaforma panoramica – il comprensorio Pontedilegno-Tonale, ripeto – sono gli stessi che ogni estate piazzano gli ipocriti e inquinanti teli geotessili su ciò che resta del ghiacciaio del Presena, posto appena sopra il sito della nuova piattaforma, sostenendo così di contribuire alla sua salvaguardia ma in verità tentando di salvaguardare il proprio business turistico: anche in questo caso di serietà non ne trovo traccia, per nulla.
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.] [Lo stato desolante del Ghiacciaio Presena lo scorso 7 settembre. Immagine tratta dal gruppo Facebook “Noi che amiamo le montagne“.]Fatto sta che le proteste contro la realizzazione della “SkyWalk” stanno già arrivando copiose da più parti; tuttavia, come al solito, questa ennesima assurdità di cemento e acciaio in alta quota è “comparsa” all’improvviso, ad autorizzazioni concesse e a lavori praticamente già avviati, così che sia più difficile poterli efficacemente contrastare dal punto di vista giuridico e che le rimostranze pubbliche risultino tardive e probabilmente inutili. È un modus operandi ormai classico da parte della politica locale in queste circostanze: meglio tenerle nascoste il più possibile, opere del genere, ben sapendo quelli che le propongono quanto siano controverse e criticabili.
Ma se immagino che in tanti, al di là delle proteste pubbliche già rimarcate e riprese dalla stampa, nel constatare un’opera del genere la giudicheranno nel modo con il quale la giudico io – una scemenza colossale nonché invasiva, ripeto – penso ai gitanti che invece, per i più vari motivi ludico-ricreativi, ci vorranno andare una volta realizzata. E che non si renderanno conto dello scherno e del disprezzo ai quali la fruizione di un’opera del genere li sottopone.
Già, per questo mi rivolgo a voi, gitanti, turisti, escursionisti, vacanzieri che decidete di fruire di attrazioni come sarà la piattaforma del Tonale e le altre simili: ma non vi rendete conto che vi incita a goderne crede che siate dei poveri idioti? Non capite che chi vi invita a divertirvi in montagna attraverso queste infrastrutture in pratica sta dicendo che senza di esse non siete in grado di farlo, di divertirvi comunque, di godere della bellezza del paesaggio montano e di comprenderne il valore? Veramente credete che per trovare panorami «mozzafiato», «effetti wow», «adrenalina» e altre cose del genere sia necessaria una struttura artificiale? Se lo credete, state dando ragione a chi ve la propone pensando che altrimenti voi non siate in grado di godere quelle emozioni quando siete in montagna, che non potete capire, che non avete la sensibilità necessaria. Che siete dei poveri disadattati, insomma, che arrivano in montagna ma non sono in grado di capire cosa sia e quanto abbia da offrire e, per questo, che abbiano – che abbiate bisogno di un aiuto, come un persona miope che senza occhiali non è in grado di vedere cos’ha di fronte o un bambino che non sa come comportarsi e ha bisogno di un adulto che glielo spieghi.
Veramente siete disposti a stare a un tale ambiguo e disonorevole gioco e a farvi prendere così platealmente per i fondelli? Seriamente?
Lassù dove si sta realizzando la “SkyWalk” c’è un universo montano da scoprire, esplorare, conoscere, dal quale farsi affascinare ed emozionare, e il modo per ottenere tutto ciò e poi tornare a casa felici e soddisfatti è solo uno: camminare con passo lento, osservare, aprire la mente e il cuore, toccare le rocce, fiutare l’aria delle alte quote, fermarsi a contemplare il paesaggio, magari – con le dovute accortezze e l’equipaggiamento adatto – percorrere uno dei tanti itinerari che percorrono i monti attorno al Tonale e, oltre a farvene conoscere la meravigliosa bellezza e l’anima peculiare (siete pure tra due parchi naturali, quello lombardo dell’Adamello e quello trentino dell’Adamello-Brenta), vi conducono a conoscere veramente la storia umana che le hanno caratterizzate, innanzi tutto con le vicende della Guerra Bianca, così valorizzandole autenticamente e facendovi tornare a casa non solo contenti e appagati ma anche arricchiti da storie e da un sapere notevoli e importanti.
E tutto ciò, senza stupidaggini assolute come una piattaforma panoramica dal nome tanto ipocritamente altisonante quanto banale e abusato, che si protende nel vuoto non del paesaggio ma delle idee e della conoscenza della montagna e degrada un luogo d’alta quota già fin troppo “consumato” svilendone ancor più l’anima! Che diamine!
Contro la visione retriva e perniciosa di chi propone queste attrazioni turistiche sui monti spacciandole per «valorizzazione», «sviluppo», «turismo sostenibile» o altre formule così svuotate di senso da apparire ormai fasulle, voglio ricordare le parole di colui che è stato il più grande studioso ed esperto italiani di paesaggi, Eugenio Turri, pronunciate ormai decenni fa ma, evidentemente, ancora del tutto valide (e totalmente inascoltate da certi soggetti che governano i nostri territori, montani e non, i quali non vogliono capire i danni che fanno e lasceranno alle generazioni future):
Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.
Nel commentare i buoni risultati (evviva!) del trasporto pubblico locale in alta Valtellina, e nello specifico il collegamento in autobus tra Bormio e il Passo dello Stelvio, una delle strade non solo più alte d’Europa (arriva a 2758 metri di quota) ma tra le più trafficate e dunque ambientalmente impattanti delle Alpi, l’Assessore ai Trasporti e Mobilità sostenibile di Regione Lombardiaha detto che
L’introduzione di soluzioni innovative e sostenibili di mobilità trasformano radicalmente il modo in cui le persone si spostano all’interno dei territori, limitando le distanze tra centri nevralgici e periferici.
Giustissimo. Ma anche no.
Nelle scorse settimane, in varie occasioni pubbliche, ho raccontato la storia della Funivia di Valcava, prima in Lombardia e terza in Italia, inaugurata nel 1928 e ai tempi considerata un gioiello ingegneristico assoluto in forza dei suoi numerosi primati tecnici, che permise di fare della piccola località sull’Albenza una delle prime stazioni sciistiche e di villeggiatura della regione – anche perché la più vicina a Milano (si veda la galleria fotografica d’epoca sottostante).
Bene, guardate questa bella locandina del 1939 che pubblicizzava la funivia e le attrattive turistiche della località:
E guardate cosa proponeva qui:
Che cos’è la «mobilità sostenibile» e il «trasporto pubblico integrato» che oggi viene considerata una «soluzione innovativa e sostenibile di mobilità» proprio come – in salsa propagandistica, ovviamente e inesorabilmente – fa l’Assessore ai Trasporti di Regione Lombardia, se non i «Servizi cumulativi» proposti dalla locandina, solo pensati e efficacemente attuati già quasi un secolo fa?
Certo ai tempi l’auto privata non era diffusa come oggi e molti, per uscire dalle città, non potevano che affidarsi ai mezzi pubblici; oggi cerchiamo di fare altrettanto perché, viceversa, l’auto privata è diventata troppo diffusa, invasiva e insostenibile. In mezzo c’è quasi un secolo nel quale abbiamo perso tempo, percezione della realtà, visione del futuro, attenzione all’ambiente, buon senso. Al punto che, pure al netto della propaganda politica o di altre strumentalizzazioni possibili, finiamo per considerare «innovative» cose che “nuove” non lo sono affatto, in un cortocircuito culturale evidente e piuttosto divertente anche se inevitabile, tanto nel bene quanto nel male.
Conoscerete quel noto aforisma attribuito a Oscar Wilde il quale recita che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: in montagna viene di contro da ritenere che l’innovazione, spesso, è una tradizione ben tutelata e rinnovata, ovvero resa contestuale ai tempi e alle circostanze della realtà. I territori montani sono luoghi dall’anima forte anche grazie alle tradizioni – e alle culture, ai saperi, alle nozioni, alle esperienze – secolari che le formano e alimentano: ben lungi da qualsiasi deleterio passatismo (che invece spesso emerge nei discorsi su tali temi), questa fondamentale anima dei luoghi deve camminare nel tempo evolvendosi con il mondo e le comunità che vi si identificano culturalmente, restando forte della propria storia e per ciò sapendosi sviluppare al meglio verso il futuro senza decontestualizzarsi dai propri ambiti, dal luogo del quale rappresenta la vitalità, dai paesaggi, dagli ambienti e dalle loro specificità.
In tal senso, per un luogo peculiare come lo Stelvio, celebre e frequentato passo stradale di rinomanza turistica ma, comunque prima di ogni altra cosa e invariabilmente, territorio naturale d’alta quota, se fu “innovazione” la strada aperta nel 1825 su progetto di quel gran genio che fu l’ingegner Carlo Donegani sì da diventare nei decenni “tradizione” (in quanto opera storica e emblematica della viabilità alpina), non fu “innovazione” lasciare la strada – e il territorio circostante – in balìa del traffico automobilistico privato più incontrollato e dunque non si può considerare “innovativa” una soluzione di mobilità che non fa altro che replicare ciò che si faceva alle origini, quando dal 1831 la strada dello Stelvio veniva percorsa dalle diligenze che assicuravano il servizio di trasporto pubblico da Milano al Tirolo e permettevano, partendo dal capoluogo lombardo, di arrivare a Bormio in 64 ore e Landeck, oggi in Austria, in 125 ore. Oggi non ci sono più le diligenze trainate da quattro sei cavalli e sulla strada dello Stelvio circolano confortevoli bus con molti più cavalli (nel motore): il principio è lo stesso, l’idea quella di due secoli fa, l’innovazione non c’è o è solo formale, non sostanziale.
Per le amiche e gli amici comaschi, lecchesi, lariani (e magari non solo per loro): domani sera, 4 settembre, avrò l’onore e il piacere di essere ospite, insieme all’amico e collega di penna Ruggero Meles, della Biblioteca di Oliveto Lario presso la sala dell’Oratorio di Limonta, in bella vista del ramo lecchese del Lago di Como e delle sue montagne, per presentare la«DOL DEI TRE SIGNORI», il meraviglioso itinerario che percorre la Dorsale Orobica Lecchese, da Bergamo fino a Morbegno.
Un cammino e un territorio di rara bellezza, ricco di tesori naturalistici, storici, artistici, culturali, sospeso prima sulla grande pianura lombarda e poi sui versanti tra il Lago di Como, le valli bergamasche e la Valtellina, con il Pizzo dei Tre Signori a fare da fulcro fondamentale e simbolo referenziale, che nel 2021 io, Ruggero e Sara Invernizzi abbiamo raccontato nell’omonima guida pubblicata da Moma Edizioni per il magazine “OROBIE” con uno stile tanto letterario quanto confidenziale, accompagnando il lettore/viandante alla scoperta delle innumerevoli emozionanti peculiarità che queste montagne sanno offrire.
D’altronde, a ben vedere, non appare affatto esagerato definire la DOL DEI TRE SIGNORIuno degli itinerari escursionistici più spettacolari delle Alpi italiane, non solo di quelle lombarde: per la varietà e la particolarità di ambienti, territori, paesaggi e valenze naturalistiche, poi per la ricchezza dei tesori artistici, culturali, storici che offre, per l’insuperabile gamma di panorami e orizzonti che regala e non ultimo, per il piacere e il divertimento che dona il suo tracciato vario e sempre agevole, mai troppo difficile o pericoloso, in alcuni tratti percorribile anche nei mesi invernali. Ed è un patrimonio che chi abita l’alta Lombardia ha la gran fortuna di ritrovarsi poco lontano dalla porta di casa: per tutto ciò la DOL DEI TRE SIGNORI merita di essere scoperta, conosciuta, apprezzata in tutto il suo valore oltre che, naturalmente, camminata a piacimento!
Dunque, appuntamento venerdì a Limonta, alle ore 21; l’ingresso è gratuito. Se siete della zona o nei paraggi, non mancate: sarà una serata che, me lo auguro, vi affascinerà profondamente.
Avanti, costruite ferrovie ovunque, profanate la Jungfrau con il frastuono delle vostre macchine e la cupa marea di gente, e calpestate il suo capo con le vostre suole sporche del fango della grande città! […] Ma l’avete violentata; la svendete per un misero guadagno, come una volgare prostituta!
Così scrive a pagina 228 del suo romanzo “Flut” lo svizzero Jakob Wiedmer, archeologo di grande fama, scrittore, direttore di museo, finanziatore, inventore, uomo di notevole e brillante eclettismo; del libro e del suo autore ne racconta un bell’articolo di “Swissinfo.ch”.
Quelle lì citate sembrano parole scritte oggi riguardo l’infrastrutturazione turistica delle montagne e le conseguenze legate al turismo di massa; invece il romanzo fu scritto nel 1904 e uscì l’anno successivo, quando Wiedmer si fece pure albergatore a Wengen – oggi celeberrima località dell’Oberland Bernese ma ai tempi poco più di un anonimo villaggio di montagna – per aver sposato Maria Stern, donna abile negli affari e proprietaria dell’albergo. Proprio in quegli anni Wengen si stava trasformando in località turistica grazie alle ferrovie che la collegavano a Lauterbrunnen e Grindelwald, ma divenne meta inevitabile del turismo internazionale con l’apertura della Ferrovia della Jungfrau, nel 1912. Wiedmer visse dunque la rapida e per molti versi sconvolgente trasformazione del villaggio, e il suo assoggettamento al turismo di massa, del quale già allora intuì le degradanti dinamiche consumistiche e – oggi si direbbe – “estrattive” a danno dei luoghi e delle loro comunità.
D’altro canto il suo libro è chiaro nei propri contenuti fin dal titolo: “Flut” significa ondata, un termine che tutt’oggi viene utilizzato per descrivere il sovraturismo, o overtourism, in territori che non hanno le capacità di sostenerlo, subendone gli sconquassi. Il libro racconta le vicende di un isolato villaggio di montagna dalle tradizioni rurali si trasforma improvvisamente in una località turistica internazionale invasa dai turisti. I contadini diventano albergatori, sullo sfondo di gelosie e conflitti crescenti che portano a un finale apocalittico: il villaggio viene completamente distrutto da un incendio, simbolo delle conseguenze di uno sviluppo centrato esclusivamente sul turismo e del suo impatto sulla natura alpina. Il romanzo ebbe un buon successo ma non piacque affatto nell’Oberland Bernese, tant’è che nel 1907 i Wiedmer dovettero andarsene da Wengen e si trasferirono a Berna, dove Jakob divenne direttore del Museo storico nel 1907.
[Turisti allo Jungfraujoch. Immagine tratta da https://swissfamilyfun.com.]Insomma: già più di un secolo fa si erano perfettamente intuite le conseguenze negative che un turismo troppo massificato e basato su dinamiche prettamente economiche e commerciali in territori pregiati e delicati come quelli montani. Anzi: ancora prima, nel 1883, un altro autore svizzero legato all’Oberland, Arnold Halder, pubblicò il racconto Die Stiefelchen oder Was sich in Interlaken Alles treffen kann (“I piccoli stivali, ovvero cosa può succedere a Interlaken”) nel quale descrisse le fratture che il turismo stava generando all’interno delle società alpine e il mondo rurale che si opponeva ai sempre più numerosi e grandi alberghi di lusso.
[Veduta panoramica dell’odierna Wengen, con (nelle nuvole) la vetta della Jungfrau e a destra la celebre valle di Lauterbrunnen.]Ecco, sono passati 150 anni e nonostante tutto ciò, nonché la grande massa documentale critica nei riguardi del turismo di massa che è stata elaborata nel frattempo in forza del divenire del fenomeno, abbiamo spesso (troppo spesso) lasciato che le montagne venissero violentate e svendute per un misero guadagno, come volgari prostitute, e continuiamo a farlo. Un secolo e mezzo (ma le radici del turismo contemporaneo nascono ancora prima, nel XVIII secolo) di storia, cronache, fatti, conseguenze, successi divenuti fallimenti, paesaggi stravolti, frequenti disastri, culture e identità calpestate, in molte località non è servito a nulla, non ha fatto capire niente. E non tanto sul o contro il turismo in sé (ovvero i turisti), ma riguardo la sua trasformazione in uno strumento di assoggettamento, sfruttamento, consumo e svendita dei territori montani. Che è il modo con il quale ancora oggi il turismo viene considerato e utilizzato da certa politica alienata dalla realtà delle cose, dal tempo e dalla storia ma che, purtroppo, governa molte nostre montagne. Speriamo almeno che non facciano la fine apocalittica del villaggio raccontato da Wiedmer perché, in effetti, le premesse ci sono tutte.