La nuova mappa della Val d’Erve, venerdì 17/07, Erve (Lecco). Quando il territorio è un libro di storia e di geografia, e i suoi sentieri il testo scritto…

Locandina-ERVE-17lugLo scorso autunno ho dedicato parecchia attenzione allo studio della vita e delle opere di uno dei più grandi geografi di sempre, Élisée Reclus – si veda qui uno dei libri letti, mentre qui trovate il podcast della puntata di Radio Thule che gli ho dedicato. Scienziato grandissimo e intellettuale rivoluzionario, tra i padri della geografia moderna e contemporanea, mi sono trovato ad apprezzare il suo pensiero soprattutto quand’egli sosteneva la correlazione fondamentale e irrinunciabile tra geografia e storia – per come l’una generi l’altra e viceversa – e ancor più nella sua convinzione (avanzatissima, a quei tempi) che la conoscenza della geografia ovvero del territorio in cui l’uomo vive fosse basilare per la generazione del senso civico diffuso, della consapevolezza sociale, della coscienza della propria presenza e azione nell’ambiente in senso ecologico e non solo nonché, ultimo ma non ultimo, della stessa identità personale. In parole povere: più si conosce il territorio in cui si vive (su piccola scala, ovvero i dintorni di casa, e su grande scala, cioè il mondo intero) e più si conosce sé stessi; inoltre, più lo si conosce e più lo si ha a cuore, si difende e si preserva, perché parte integrante della propria sfera vitale e della propria identità individuale, appunto. E credo sia inutile rimarcare quanto ciò è/sarebbe importante oggi forse più che in passato, visti i tempi di anomia e di globalizzazione culturale massificante nei quali viviamo – nonché di disinteresse istituzionale verso tali temi, come proprio la geografia quale osteggiata materia scolastica dimostra bene!

cop-mappa-erve1Per questo è stato per me un grande onore e un altrettanto piacere far parte del gruppo di lavoro che ha elaborato la nuova Carta dei sentieri di una delle montagne prealpine più famose in assoluto, il manzoniano Resegone, e in particolare del suo versante meridionale, quello occupato dal bacino idrografico del torrente Gallavesa e dunque conosciuto in modo omonimo o come Val d’Erve, dal nome del suo abitato principale. Valle bellissima e ricca di peculiarità particolari, che nonostante la sua limitata estensione offre al visitatore una gran varietà di ambienti: dalla parte alta prettamente alpestre, prospiciente le creste sommitali del Resegone – paradiso per arrampicatori ed escursionisti – a quella mediana, amena e rilassante, occupata dall’abitato di Erve diviso a metà dal torrente, allo spettacolare e rabbrividente orrido che appena dopo si apre tra altissime pareti rocciose. Tutt’intorno, boschi rigogliosi, pareti di arrampicata, vie ferrate, creste affilate o dorsali tranquille, mulattiere e monumenti medievali, sentieri e passeggiate per tutti i gusti e molto altro.
Della mappa ho curato tutta la parte testuale, divisa in schede dedicate alla geografia della zona, alla sentieristica, alle rilevanze storiche e culturali e ad alcuni consigli “turistici” per chi non la conoscesse e la volesse visitare, nonché in parte il corredo fotografico e il progetto grafico. Un lavoro breve ma alquanto approfondito e intenso per uno “strumento” di natura apparentemente solo utilitaristica, quale è una mappa dei sentieri, che invece diventa/può diventare un importante testo didattico e culturale sulla storia e la geografia di un territorio ovvero della gente che lo ha abitato in passato, caratterizzandone l’evoluzione, e che lo abita oggi, continuandone la storia e la trasformazione nel tempo. Proprio quanto già sosteneva Reclus, quasi 150 anni fa.
La nuova Carta dei sentieri Val d’Erve al 1:10.000 – ovviamente georeferenziata WGS84 – edita da Ingenia Cartoguide, sarà presentata al pubblico venerdì 17 luglio prossimo, alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Erve. Sarà poi in vendita in numerose edicole e librerie di Lombardia (e non solo) oltre che, naturalmente, negli esercizi pubblici di Erve e zone limitrofe.
Se siete in zona… (cliccate sulla locandina in testa al post per ingrandirla e scaricarla in formato stampabile.)

Biblioteche “da fantascienza”. Il caso emblematico, e chimerico, della BEIC di Milano.

BEIC MilanoSaprete forse che qui nel blog c’è una sezione chiamata INTERVALLO, a ricordo di quegli intermezzi sulla TV d’una volta nei quali, tra una trasmissione e l’altra veniva mandato un rullo di immagini di luoghi, panorami e monumenti nazionali particolarmente belli. Similmente, saprete che lì pubblico spesso immagini e informazioni su luoghi particolarmente belli dedicati alla cultura e ai libri, biblioteche storiche e contemporanee dall’architettura spettacolare ovvero dalle caratteristiche fuori dall’ordinario. Ciò in base a un’idea molto semplice: un “contenitore” di tesori preziosi e fondamentali per la società civile come i libri deve a sua volta essere qualcosa di prezioso, qualcosa che anche nelle linee architettoniche rifletta la propria importanza civica e, anche per questo, che divenga un luogo di richiamo degli abitanti d’una città o della zona limitrofa, un aggregatore sociale di persone il cui fulcro centrale siano, appunto, i libri e ciò che essi rappresentano.
E’ questo un concetto particolarmente considerato in Nord Europa, ad esempio, ove esistono biblioteche pubbliche a dir poco spettacolari. E non è un caso, io credo, che lassù le percentuali di diffusione dei libri e della lettura siano tra le più alte al mondo.
Anche in Italia vi sono casi interessanti e virtuosi da questo punto di vista. Manca tuttavia, a Milano come a Roma ovvero nelle città principali, una biblioteca nazionale, o un similare luogo di natura centrale nel sistema istituzionale di diffusione sociale della lettura, che come sopra affermato possa fare da catalizzatore di persone e di interessi culturali. Un po’ ciò che accade nell’ambito artistico, nel quale sempre, ove vi sia un importante museo o centro d’arte aperto al pubblico, attorno si crea un indotto di altri luoghi pubblici e privati – gallerie, centri culturali, locali richiamanti l’arte – che generano un sistema virtuoso e – inutile dirlo – assolutamente benefico per la città d’intorno e per la vita urbana dei suoi abitanti.
Milano, città che molti considerano la capitale culturale d’Italia, una nuova, grande e iconica biblioteca l’ha progettata: la BEIC, Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, edificio architettonicamente potente e suggestivo che doveva sorgere nell’area di Porta Vittoria un tempo occupata da uno scalo ferroviario poi dismesso, e che doveva proprio rappresentare il fulcro di “un’arca per la cultura” – proprio con tale definizione veniva presentata la riqualificazione dell’area – con attorno altri luoghi di interesse culturale.
Doveva, sì, sto usando il verbo al passato, lo avrete già notato. Perché mentre in molte città europee negli ultimi anni sono sorte, o a breve sorgeranno, nuove e spettacolari biblioteche, sulla scia della riscoperta dell’importanza fondamentale di tali luoghi pubblici per una città, se non per un’intera regione o stato, beh, qui – a Milano, intendo – non se ne farà nulla.

BEIC_giornaleNulla, niente. Chimera, utopia, illusione, la BEIC. Una biblioteca da fantascienza, perché forse solo in un romanzo di tal genere la si potrà credere realizzata.
L’idea iniziale del progetto per la BEIC nacque ancora negli anni ’90 (!); poi, nel 2001, lo studio Bolles & Wilson vinse il concorso per il progetto esecutivo – quello che vedete nell’immagine a corredo di questo articolo. Il progetto prevedeva (o prevedrebbe, se vogliamo essere speranzosi fino al parossismo) un edificio per 500mila opere a libero accesso e digitalizzate (secondo altre fonti i volumi ospitati sarebbero stati 900mila), corredato da un’emeroteca, settori per musica e spettacolo, sale di registrazione, studio e lettura, caffetterie, terrazze. Beh, fatto sta che, una volta stabilito il progetto, è iniziata l’odissea, tramutatasi poi rapidamente in tragicommedia, nonostante le dichiarazioni entusiaste dei soggetti coinvolti nella realizzazione, che già vantavano d’aver donato a Milano e all’Italia un grande luogo di cultura d’importanza sociale incalcolabile.
Sì sì, come no! In quasi 15 anni i lavori nemmeno sono realmente partiti, e ormai il progetto è considerato dai più morto e sepolto, già sostituito da un giardino pubblico. Che per carità, ben venga pure quello, ma se ci fossero stati pure i libri a disposizione da leggere sulle panchine all’ombra degli alberi, sarebbe stata cosa migliore, converrete con me. Però il sito c’è, della BEIC: tanto ben fatto da risultare analogamente beffardo. Si vedano a tal proposito le pagine relative alla genesi e agli sviluppi del progetto, mestamente ferme al 2009…
Purtroppo, per l’ennesima volta resta l’amaro in bocca per un’altra occasione di elevazione culturale gettata alle ortiche, e ancora di più resta per la constatazione di come in questo nostro paese, ahinoi, la cultura e tutto quanto serva per promuoverla e diffonderla tra i cittadini sia un qualcosa che probabilmente fa venire l’orticaria alle istituzioni, assai più felici di spendere soldi per opere pubbliche francamente inutili quando non idiote (la lista è lunga, lo sapete bene. Per dirne una: i soldi che lo stato sborserà per non far fallire l’inutile autostrada BreBeMi equivalgono più o meno a quelli necessari per la costruzione della BEIC. No comment!) piuttosto che per coltivare l’intelligenza e il sapere della gente comune. Per precisa strategia, ribadisco ancora una volta la mia opinione.
Beh, ci toccherà di nuovo emigrare altrove – ad Helsinki, ad esempio: guardate qui che popò di progetto stanno realizzando, lassù! D’altro canto, è cosa istituzionalizzata che, in Italia, con la cultura non si mangia, no?
Mi viene malevolmente da pensare che forse nemmeno George Orwell seppe concepire una realtà del genere. “L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.” (1984, Libro 1, Capitolo 5)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

INTERVALLO – Napoli, Port’Alba

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A Napoli c’è una strada, Port’Alba, che collega piazza Bellini a piazza Dante. Si passa sotto un arco e ci si trova nel luogo cittadino delle librerie. In realtà dovrei utilizzare il passato: ci si trovava nel luogo delle librerie. La libreria Guida, storica sede di tanti incontri culturali nella sua Saletta Rossa, ha chiuso da tempo. Poi ci sono gli altri librai, riferimento per tutta la città e per la provincia nel corso della campagna scolastica e celebri per le bancarelle, posizionate davanti ai loro negozi e piene di libri usati, fuori catalogo, miniere di carta trascurate. Oggi le bancarelle non ci sono più e la strada è vuota, a causa di una zelante applicazione della legge, che ha finito per costringere alla resa i librai indipendenti, già eroici nella loro resistenza alla crisi dell’editoria.

(Roberto Saviano)

Per saperne di più sulla vicenda di Port’Alba – una vicenda ancora in corso la cui importanza, per una città come Napoli, è inutile rimarcare – cliccate sull’immagine.

Se 150 anni fa c’era più cultura del paesaggio di oggi: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge”…

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.

Sabato 24 Marzo, Biblioteca di Carenno: grazie!

Vorrei ringraziare veramente di cuore tutti gli intervenuti alla Biblioteca Comunale di Carenno, lo scorso sabato 24, per incontrare e ascoltare il sottoscritto. E’ stata una bellissima serata, con pubblico numeroso, attento e (soprattutto) partecipe: una di quelle in cui si potrebbe continuare a oltranza a parlare, discorrere, scambiarsi opinioni e idee su libri e letteratura, e per la quale una particolare gratitudine va’ al personale della Biblioteca, per come hanno saputo organizzare il tutto – abbondante rinfresco incluso!
Alla prossima!