INTERVALLO – Las Vegas (Nevada, USA), “Time Changes Everything”

(Photo credit: Justkids, https://www.justkidsofficial.com/)

Una citazione poetica sulla facciata di un edificio che in base alla luce solare compare, si “muove” e poi scompare al calar del buio. È l’installazione letteraria Times changes everything dello street artist indiano DAKU, realizzata nell’ambito dell’annuale festival “Life is Beautiful” curato da JustKids a Las Vegas. Autore di altre installazioni artistiche di matrice letteraria e poetica, DAKU ha posizionato sulla facciata dell’edificio, che ospita (non a caso, ovvio) un negozio di libri, le lettere sporgenti che canalizzano la luce solare e proiettano ombre per formare il testo della citazione.

Una creazione poetica e parecchio suggestiva, insomma. E una bella idea promozionale, per giunta: chissà che altre librerie non la riproducano, con citazioni proprie del luogo in cui si trovano ovvero altrettanto letterariamente significative!

N.B.: di nuovo, lo spunto per questo post viene dal blog – sempre super interessante! – dell’artista Barbara Picci (che, pur indirettamente, ringrazio di cuore), nel quale troverete numerose immagini dell’installazione di DAKU a Las Vegas e di altre sue opere. Barbara über alles!

INTERVALLO – Ojia (USA), Bart’s Books

Bart’s Books è l’unica libreria interamente all’aperto negli Stati Uniti. Richard Bartinsdale, un veterano della seconda guerra mondiale, la inaugurò nel 1964 dopo un viaggio a Parigi – ispirandosi alle bancarelle lungo la Senna – presso la cittadina di Ojia, a circa centoquaranta chilometri a nord di Los Angeles, in California – un luogo dove evidentemente la meteo non è mai troppo inclemente!

Bart’s Books si trova in una vecchia abitazione di un piccolo quartiere residenziale. Il giardino è adibito a libreria, ma anche il garage è stato convertito a nuova vita e ospita una collezione di libri d’arte e di architettura. Sia per la sua unicità, per la grande scelta di titoli d’ogni sorta che per il suggestivo ambiente che offre ai visitatori, Bart’s Books vende centinaia di libri all’anno ed è visitata da migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo.

Cliccate sull’immagine in testa al posta per vedere un servizio dedicato alla libreria da RSI News, dal cui sito ho tratto anche le informazioni per questiono articolo, oppure qui per visitare il sito web di Bart’s Books.

N.B.: di questa libreria vi avevo già detto qui.

INTERVALLO – Lisbona (Portogallo), Livraria Sá da Costa

La Livraria Sá da Costa è una delle librerie più antiche e celebri di Lisbona. È stata fondata nel giugno del 1913 da Augusto Sá da Costa, editore visionario che ha promosso e perseguito l’idea di diffondere una cultura globale. Così nel tempo la libreria, ubicata in un edificio classificato come monumento storico, si è arricchita di libri antichi e rari oltre che di oggetti particolari, di fotografie, di affiche, di mappe storiche e di tante altre rarità. Gli oltre 50 mila libri di diverse epoche e differenti lingue presenti sono esposti su scaffali in legno che sanno d’antico e tra arredamenti in stile modernista: elementi che fanno della libreria Sá da Costa un rifugio speciale per chi ama la lettura e chi brama di curiosità. La longevità di questa libreria è legata al suo credo nella forza della cultura che nel tempo le ha consentito di sopravvivere alla dittatura, di superare più recentemente una crisi fallimentare e anche di competere con l’avvento del digitale. Non per nulla, all’ingresso, la Sá da Costa accoglie i visitatori con il motto instruere: construere, rappresentando oggi una tappa immancabile nei tour culturali della capitale portoghese.

Cliccando sull’immagine in testa al post potrete vedere un video sulla libreria prodotto dalla RSI, la Radiotelevisione della Svizzera Italiana, dal cui sito ho anche ricavato parte del testo di questo articolo.

Fondazione Prada, Milano

Mi mancava ancora, deprecabilmente, la visita ad un’altra eccellenza del panorama artistico-culturale (e architettonico e ovviamente espositivo) di Milano, frequentemente citata tra i “valori aggiunti” che rendono la metropoli lombarda la più avanti in Italia nonché l’unica a poter gareggiare con città straniere di altrettanto elevato lignaggio, e qualche giorno fa ho finalmente risolto tale mancanza.

Fondazione Prada, già. Ottimo recupero di un ennesimo impianto industriale dismesso da tempo (prima una distilleria, poi il deposito di uno zuccherificio) e dallo scorso aprile in piena potenza ed efficienza d’uso grazie all’apertura della Torre che completa la riqualificazione progettata da Rem Koolhaas e dal suo studio OMA, la quale gioca con indubitabile fascino e senza generare impatti visivi troppo ostici sull’innesto di nuovi elementi architettonici tra i vecchi capannoni mantenuti nelle forme e nell’aspetto originario e ovviamente ristrutturati all’interno – fatta eccezione per la Haunted House, ricoperta di foglia d’oro così da renderla sfolgorante. Suggestivo il Bar Luce, progettato da Wes Anderson ma forse sottodimensionato negli spazi per il servizio che deve offrire, notevole il Podium, uno dei nuovi edifici inseriti nello spazio della sede milanese, rivestito di pannelli alveolati di alluminio aeronautico, così come il cinema, spazio multiforme e poliedrico dalle pareti esterne specchiate che nella bella stagione si possono aprire trasformando lo spazio in un teatro all’aperto.

Le esposizioni: molto bella Atlas, mostra permanente “statutaria” curata da Germano Celant che negli ampi spazi della Torre espone alcuni delle opere più note e affascinanti della collezione Prada, con lavori (ad esempio) di Jeff Koons, Mona Hatoum, Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, Michael Heizer e Pino Pascali, William N. Copley, Damien Hirst, John Baldessari, Carsten Höller. L’aurea Haunted House ospita invece alcuni trascurabili lavori di Louise Bourgeois ed altri più interessanti di Robert Gober – anche se solo Untitled, all’ultimo piano, mi è parsa degna di emozione e menzione.

Spiazzante e bizzarra è Progetto Grottesco, di Thomas Demand, ospitata nello spazio sotterraneo del cinema, la riproduzione di una cavità ipogea (con tanto di stalattiti e stalagmiti) composta da 990.000 strati di cartone sagomati mediante lavorazioni 3D: un lavoro veramente “grottesco” ma, in fondo per questo, curioso, nonostante il suo senso concettuale rischi di non uscire troppo (alla luce della ragione, se così posso dire) dalla irreale “sotterraneità” nella quale l’artista lo ha disposto.

Ultima ma non ultima, dacché veramente molto bella e intrigante, è la mostra temporanea Sanguine. Luc Tuymans on Baroque, che occupa l’ala Nord e l’intero Podium, con la quale l’artista belga mette in relazione e dialogo alcuni lavori emblematici dell’arte barocca europea – con Caravaggio quale guida artistica fondamentale del periodo e con Rubens, Van Dick, Cagnacci e Jordaens a far da ottimi sodali con proprie opere – ad altri moderni e contemporanei (John Armleder, Michaël Borremans, Jake e Dinos Chapman, Roberto Cuoghi, Marlene Dumas, Luciano Fabro, Isa Genzken, Bruce Nauman, Tobias Rehberger, per citarne alcuni), generando inusitati parallelismi di forme e sostanze, di concetti e significati, di sensazioni e percezioni. Il tutto con notevole dinamismo intellettual-curatoriale e un’altrettanto notevole capacità di “specchiare” opere e relativi messaggi artistici all’apparenza lontanissimi e divergenti, generando invece “immagini riflesse” ricche di contatti, di aderenze, di relazioni, così in fondo riaffermando quanto sostenuto da Walter Benjamin sul Barocco quale “culla della modernità”, non solo in senso artistico, e sul suo valore emblematico anche ai giorni nostri – pure per l’attuale produzione artistica nonché, in parte, per quella culturale. Ribadisco: mostra molto bella che farebbe da sola da buonissimo motivo per un’esplorazione della Fondazione, ancor più se illustrata durante una ben condotta visita guidata (gratuita, solo da prenotare).

Visita che tuttavia, inutile rimarcarlo, l’intera Fondazione Prada merita: mi fa molto piacere che gli stranieri lo sappiano – nel senso che larga parte del pubblico presente non era italiano, quando ci sono stato – e mi auguro che lo tengano sempre ben presente anche gli italiani. Che di tali luoghi non possono che farsene gran vanto, ben più che di altre italiche cose molto, mooooolto meno onorevoli.