La rivolta è misura

La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L’origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall’intelligenza. Non trionfa dell’impossibile né dell’abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell’uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri.

(Albert Camus, Il pensiero meridiano, in L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano, 2002 – 1a ediz. 1951, pag.329.)

Un universo senza padrone

Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo.

[Camus in un disegno di Petr Vorel, fonte qui.]
(Albert CamusIl mito di Sisifo in Opere. Milano, Bompiani, 2003, pp. 318-9.)

Superare un valico di montagna

Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.31-32; orig. Der Gotthard, 1897.)

Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza

Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e oltre Lugano.

La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

[Foto di Sampinz, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75742140.%5D
(José Saramago, Viaggio in Portogallo, traduzione di Rita Desti, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2011-2015.)

Paradisi umorali

Posso rivelarvi un segreto? I paradisi che vedete disseminati lungo le rive sono in gran parte vuoti e in vendita. Il motivo? Perché costruire sull’onda del mero entusiasmo è una follia che non verrebbe mai in mente a una persona capace di riflettere. Trascinati dalle onde dell’entusiasmo si possono scrivere poesie, questo lo concedo, ma comprare e costruire seguendo l’ispirazione del momento è un genere di lirica piuttosto costoso, se non altro perché al godimento subentrano il malumore e infine la noia. Chi invece non subentra è l’eventuale acquirente. Una cosa è certa, né più né meno come l’amen alla fine della messa: chi costruisce in base all’umore, ben presto si stancherà della casa per una questione di umore.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.205; orig. Der Gotthard, 1897.)

Così scriveva il premio Nobel svizzero a fine Ottocento riguardo la presenza di case di villeggiatura (“seconde case”, diremmo oggi) sulle rive dei laghi prealpini italo-svizzeri, denunciando in buona sostanza una “cementificazione immobiliaristica” d’antan che seguiva più l’onda di una speculazione momentanea del mercato di allora che una reale pianificazione economica e urbanistica. In fondo dopo un secolo e più nulla è cambiato, in numerosi luoghi di villeggiatura: mi vengono in mente certe località sciistiche nelle quali negli anni scorsi si è costruito moltissimo, quando pareva che tutti “dovessero” e “potessero” avere la propria bella seconda casa in montagna – tanto a quei tempi le banche concedevano mutui a chiunque, con tassi di interesse da usura ma tant’è – e immobiliaristi con al seguito impresari e palazzinari di ogni genere e sorta si diedero fare con la costruzione di case quasi sempre orribili, in economia, per le quali sembrava che tra abetaie e cime innevate si fossero calati pezzi dozzinali di periferia suburbana coi quali peraltro si è tremendamente guastato il paesaggio. Case che oggi, desolatamente vuote a volte da anni, tappezzano quelle località di tanti cartelli colorati con scritto «VENDESI» ma, come scriveva più di cento anni fa Spitteler (forse in base a motivi differenti ma descrivendo una realtà del tutto similare), gli «eventuali acquirenti» continuano a non subentrare, donando a quei luoghi pur così ameni un umore alquanto deprimente.