Ordine e disordine

[Foto di Manfred Richter e di Gino Crescoli da Pixabay]
Ecco, stavo pensando al riguardo che il problema – di valore generale – non è che vi sono situazioni di apparente disordine le quali tuttavia hanno una loro logica pur particolare, conferita ad esse da chi le ha create in modo che per costui/costoro quel disordine è in realtà un ordine pienamente coerente e funzionale; è l’opposto, è che vi sono moltissime situazioni di apparente “ordine”, in tal modo imposte e fatte credere ma in verità prive di qualsiasi buona e sostenibile logica così che concretamente siano puro e pernicioso disordine. Peraltro doppiamente pernicioso, dacché non essendo comprese come tali ma come “ordine”, e siccome basate sull’assenza di logica – esse stesse e la realtà che ne viene imposta – moltiplicano irrefrenabilmente la loro pericolosità.

E, appunto, di situazioni di disordine imposte (strategicamente) e credute invece come esempi di “ordine”, in questo mondo ve ne sono a iosa e sovente proprio dove un ordine – nel senso, una logica generale accettabile, coerente, funzionale e proficua – dovrebbe essere la regola. Come dice quel vecchio proverbio, «L’ordine è pane, il disordine è fame» ma, evidentemente, sulla fame sempre più diffusa qualcuno ci campa e prospera, ben più che sul pane. Già.

Aiutatevi ad aiutarvi!

(Quello di seguito è un brano tratto da un articolo scritto parecchi anni fa, almeno dieci ma credo anche di più. Tuttavia, mi pare, dal contenuto ancora parecchio valido: e che articoli di certo genere restino ancora validi, se non di più, rispetto a lustri addietro, non è mai una cosa positiva, temo.)

Se avete bisogno di un aiuto, una mano, un favore, piccolo o grande che possa essere ma ancor più se grande, chiedetelo sempre alla persona a voi meno legata, alla più lontana, alla più estranea: se essa ve lo concederà, l’aiuto, nella sua neutrale indifferenza troverete sicuramente molta più solidarietà e assistenza che nella persona vicina e per ciò molto più interessata a concedervi l’aiuto richiesto – dacché coinvolta, partecipe e quindi, essa, autopretendendo il diritto di far fruttare la sua partecipazione. Di contro, il vero aiuto, quello di valore, quello che non abbisogna e pretende reciprocità, disinteressato perché oggettivo, rivolto all’oggetto e non al soggetto da aiutare ed al quale dunque nulla può chiedere in cambio, svincola anche l’aiutato dall’attribuzione di qualsiasi pulsvalore morale al gesto ricevuto, sì da goderne pienamente la proficua importanza: è l’aiuto, l’unico che gli spiriti illuminati possono considerare e mettere in atto, mentre essi considereranno qualsiasi altra forma come convenienza, calcolo, tornaconto, cioè come una delle più becere espressioni di egoismo. E non mi si venga a dire che “l’importante è aiutare, non come e perché si aiuta”, perché così proferendo non si fa altro che continuare a sostenere quella forma di “aiuto reciproco” con il quale, soprattutto nell’epoca moderna, pochi centri di potere hanno creato enormi ricchezze e dominazioni a danno di moltissimi “aiutati” che, nella convinzione di trovare in quell’aiuto un appoggio la risoluzione dei loro problemi, hanno invece sovente trovato un effettivo peggioramento di essi, o la dipendenza, o l’assoggettamento, il danneggiamento o la fine di propri diritti e di proprie libertà. E ciò non vale solo per quelle macroquestioni geopolitiche ed economiche su cui spesso si discute – come il rapporto ricchezza/povertà tra stati ricchi e stati poveri – ma anche per moltissime altre piccole e a noi più vicine, per svariati piccoli/grandi aiuti che ci vengono dall’alto per migliorare, illusoriamente, la nostra vita ma dai quali scaturisce automaticamente una certa predominanza, un monopolio, una dipendenza spesso appositamente conformata per generare un qualche tipo di potere e di tornaconto. Oppure, per scendere ancora più nel quotidiano comune e tornare al punto di partenza, per quegli aiuti che richiediamo e riceviamo soltanto perché chi li elargisce possa mettersi su un piano superiore di credito nei nostri confronti e cercare quel “qualcosa in cambio” che per civica cortesia noi concederemo, ma che in buona sostanza butta alle ortiche il buon valore di quell’aiuto, e ne svanisce quello umano: un rapporto finale tra bene e male del gesto che risulta zero, dunque un’azione nulla nel suo valore assoluto – e ribadisco, pur se essa ci abbia giovato. La “necessaria” reciprocità nell’aiuto è un modus operandi forzatamente incluso nel concetto e che la società contemporanea ha ben saputo far fruttare a solo e mero vantaggio d’una parte, peraltro spesso negandolo e celandolo accuratamente dietro fumosi e pur indiscutibili impegni, legami o vincoli, ovvero ricompense e gratifiche di natura pretestuosamente morale – per il semplice motivo che chi richiede aiuto è in una condizione di “sofferenza”, di bisogno, quindi di inferiorità rispetto a chi quell’aiuto può concedere: non è così che molte delle disuguaglianze e delle dissonanze etiche, civili e sociali che il nostro mondo purtroppo porta in sé sono nate e proliferate?
Insomma: l’aiuto interessato genera sempre bisogno; meglio far da sé in tal caso, rischiando il peggio ma esaltando ogni propria risorsa, piuttosto che confortarsi per qualche momento e nel dolce e illanguidente sollievo di ciò firmare un bel pacco di cambiali vitali! “Aiutati che il ciel t’aiuta”, ecco: l’antica saggezza popolare è antecedente all’ipocrisia di tanti “benefattori” odierni!

I soliti ridicoli capricci, nell’asilo dell’arte contemporanea…

SGARBERIOMagari su The Floating Piers, l’installazione galleggiante di Christo sul Lago d’Iseo, avranno pure ragione Philippe DaverioUna baracconata!»), Vittorio SgarbiOperazione masturbatoria!») e quelli che la pensano come loro. Però, in tutta franchezza, tale frequente comportamento da spocchiosi bambini dell’asilo dei “grandi” critici e curatori d’arte (celebri, celebrati ma a volte, pare, un po’ deceRebrati!), pronti a esaltare i propri artisti (anche quando siano delle palesi nullità) e di contro a disprezzare quelli degli altri (anche quando siano dei palesi talenti) è a mio parere tanto sconcertante quanto irritante.
Per intenderci: da chi è curata The Floating Piers? Da Germano Celant, appunto uno (cioè, un altro) dei più importanti curatori italiani. Guarda caso ancora abbastanza fresco di acidissima polemica (un paio d’anni fa, vedi qui) con Daverio, nonché da sempre rivale di Achille Bonito Oliva fin dai tempi della “contrapposizione” (ovviamente più strumentale che tecnica) tra Arte Povera e Transavanguardia – al quale Bonito Oliva sta sulle scatole Francesco Bonami, che più volte ha polemizzato con il citato Daverio ma pure con Sgarbi, che non sopporta il suddetto Bonito Oliva e tanto meno Celant… eccetera, eccetera, eccetera.
Di polemicucce infantili come queste l’arte contemporanea degli ultimi decenni abbonda e, senza alcun dubbio, se ne insozza non poco, dacché sono cose tremendamente patetiche, quando non ridicole. Ciance con cui personaggi altrimenti di grande prestigio e meritorio apprezzamento si riducono a fare le acide e spocchiose primedonne per qualche riga di visibilità in più sui giornali o qualche manciata di secondi nei servizi dei TG, dimenticandosi peraltro che essi, del mondo dell’arte in generale e di quella contemporanea in particolare, dovrebbero essere i migliori ambasciatori, non i più i più grotteschi rappresentanti. Nel frattempo, alle spalla e alla faccia di tutti quanti, la mediocrità avanza e conquista il “gusto” comune, anche in campo artistico.
Ricordo sempre, con tutta la sua valenza imperitura, la definizione data dall’amico Cristiano Calori di certi personaggi che battono e infestano l’arte di oggi, critici d’arte a ritenuta d’acconto. Gente che, molto banalmente tanto quanto drammaticamente, parla bene di un artista (a prescindere dalla sua qualità ovvero dalla sua eventuale nullità) se ha un tornaconto da riscuotere, altrimenti, al contrario, ne parla male. Il valore e la qualità dell’arte non interessano più di tanto, appunto, semmai contano la visibilità, l’influenza “politica” sull’ambiente, la polemica strumentale e funzionale alla propria immagine nonché qualche buon tornaconto materiale, come detto.
Beh, forse è il caso che il mondo dell’arte contemporanea impari a fare un po’ a meno di tali personaggi, soprattutto quando sono in modalità “sbruffonaggine”. Anche perché, forse, li sta sopravvalutando fin troppo: in fondo, giusto per citare un altro grande critico – ma americano, stavolta, Jerry Saltz: «I critici d’arte non possono fare o disfare un artista. Credetemi, io ci ho provato…»