Carl Spitteler, “Il Gottardo” (Armando Dadò Editore)

Un paio d’anni fa, in Nuova Zelanda, alcune popolazioni indigene di etnia Maori hanno ottenuto per una montagna ad essi sacra (il monte Taranaki o monte Egmont) lo status di “personalità giuridica” proprio in virtù dell’importanza storico-culturale rivestita dal monte per gli abitanti della regione, il quale ha così assunto il ruolo di whanau (famiglia estesa) e di “antenato” come fosse realmente un membro delle comunità in questione.

Ora, non vorrei apparire in nessun modo “blasfemo” per quelle popolazioni e nemmeno eccessivamente retorico per gli elvetici, ma senza dubbio per la Svizzera il Gottardo, come massiccio montuoso e, ovviamente ancor più, come valico, una sorta di propria “personalità istituzionale” l’ha assunta ad honorem, in base all’importanza fondamentale che ha avuto nelle vicende storiche della Confederazione – in fondo la Svizzera è nata proprio ai piedi del versante Nord del Gottardo, sul celeberrimo prato del Rütli e col patto omonimo qui siglato nel 1291 – ma pure nell’ottica dei collegamenti tra la parte settentrionale e mitteleuropea dell’Europa con quella meridionale e mediterranea. Una montagna dalla quale nascono quattro tra i maggiori fiumi europei (Reuss, Reno, Ticino, Rodano) che poi divallano le loro acque ciascuno verso uno dei quattro punti cardinali, che venne creduta a lungo la più alta del pianeta e che tutt’oggi rappresenta uno dei passaggi fondamentali attraverso le Alpi per viaggiatori e merci, fin da quando venne aperta la prima mulattiera medievale – opera di notevole ingegneria, per il tempo – e ancor più quando, nel 1882, venne aperto il traforo ferroviario, all’epoca il più lungo al mondo, una meravigliosa tecnologica assoluta. In tal modo, se già il Gottardo “antico”, riservato a viandanti e carovane, ha rappresentato per secoli un esempio perfetto di “montagna-cerniera” capace di unire i versanti opposti e non di dividerli (come per tante altre montagne ha imposto il modello geopolitico cartesiano, basato sul concetto dello “spartiacque” e dal Settecento in poi divenuto lo standard nella tracciatura dei confini nelle zone montuose), e se ciò assume ancor più valore riguardo la realtà geopolitica della Svizzera (Staat pass/Stato di passo per eccellenza, come il geografo bavarese Karl Haushöfer definì le entità territoriali statali occupanti entrambi i versanti della catena alpina), lo è divenuto ancor più, e su scala ben più vasta, con l’apertura della galleria ferroviaria – affiancata solo in tempi più recenti, nel 1980, dal traforo autostradale.

Una decina d’anni dopo, la Società Ferroviaria del Gottardo rimarca l’esigenza di far conoscere meglio il territorio attraversato dalla linea ferroviaria internazionale al sempre più crescente pubblico turistico che dall’Europa del Nord giungeva fino a Lucerna e poi, col treno, ripartiva agognando le bellezze e il clima dei laghi e delle riviere marine italiane ma, in questo modo, rischiando di perdersi la meraviglia paesaggistica di uno dei territori alpini più affascinanti in assoluto. La Società incaricò dunque un autore oggi poco ricordato anche dagli stessi svizzeri ma fondamentale nella storia letteraria elvetica – e non solo per aver conseguito il Premio Nobel nel 1919, Carl Spitteler, il quale per due anni viaggia innumerevoli volte sul treno attraverso il tunnel e poi a piedi per tutto il territorio compreso nella tratta alpina della linea, ricavando da tali vagabondaggi ferro-pedestri Il Gottardo (Armando Dadò Editore, 2017, a cura di Mattia Mantovani; orig. Der Gotthard, 1897).

Ecco, lo dico subito: se nel genere della “letteratura di viaggio” dobbiamo considerare l’era che (geograficamente parlando) dal romanticismo illuminista evolve verso la contemporaneità tecnologica, questo volume di Spitteler è a mio modo di vedere un piccolo/grande capolavoro. Fascinosamente sospeso tra frequenti afflati di sapore ancora quasi romantico, appunto, e intense emozioni generate dall’innovazione futurista rappresentata dal prodigio ingegneristico del treno lanciato attraverso la galleria nelle viscere della montagna, ma senza mai abbandonare uno sguardo da viaggiatore autentico dei più profondi e sagaci nonché un’altrettanto sagace e realistica visione geopolitica circa il territorio attraversato e la sua importanza per la Confederazione, Il Gottardo si fa beffe dei suoi oltre 120 anni e regala una lettura assolutamente “moderna”, appassionante e divertente, in grado di porre il lettore a fianco dello Spitteler-narrante o, meglio, sul sedile accanto nel vagone del rapido che da Lucerna si dirige verso l’italica luminosità meridionale nel mentre che l’autore descrive con la massima dovizia di particolari il territorio che scorre oltre i finestrini e il paesaggio che ne ricava. Un paesaggio nel senso più pieno, e pienamente concettuale, del termine, ovvero il risultato della stratificazione di visioni, cronologie, storie, morfologie e orografie, toponomastiche, emozioni, percezioni, nonché dei movimenti di genti d’ogni sorta e della sedimentazione antropologica e sociologica rimasta sul terreno da questi transiti secolari. Da tutto ciò nasce il “mito” del Gottardo, ma dei miti, un po’ come accade per gli eroi (Brecht docet), non sempre si ha tutto quel bisogno reclamato e spesso imposto: Spitteler lo sa bene (lo denota ottimamente Mattia Mantovani nell’illuminante introduzione al volume) e infatti stempera parecchio la mitizzazione geopolitica in salsa elvetica della montagna ridonando ad essa le virtù, ben più importanti, di un peculiare “spazio umano e culturale” che ancora oggi risultano fondamentali per territori del genere, qui e altrove. Questa demitizzazione in fondo nasce direttamente fin dallo “sguardo da viaggiatore” di Spitteler, dal riportare l’attenzione del lettore alla geografia fondamentale del territorio in questione che è anche e soprattutto geografia umana, dell’ambiente abitato e vissuto dai locali col quale il viaggiatore, anche se a bordo di un “rapido” diretto a gran velocità verso Milano e l’Italia, deve necessariamente relazionarsi, anche come forma di identificazione reciproca con quello stesso paesaggio che si genera e prende forma “dentro” il viaggiatore. Pena il non poter dire di aver veramente viaggiato, attraverso il Gottardo.

Ma Spitteler è ben cosciente anche di un altro radicale cambiamento nel rapporto dell’uomo col territorio inesorabilmente provocato dal futuristico mezzo ferroviario: la modifica dell’ambito spazio-temporale, l’accelerazione della visione del paesaggio e poi la sua cancellazione – quando il treno entra nel lungo tunnel, come di fronte ad una TV che nel bel mezzo d’un bel programma si spenga da sola per mezz’ora – con il mondo che da un imbocco all’altro cambia repentinamente: a settentrione è piena Mitteleuropa, a meridione è già quasi Mar Mediterraneo. Cambiano la vegetazione, la luce, i profumi, le architetture, la lingua, la cultura; ma, come detto, in primis sparisce proprio “la” montagna-Gottardo, attraversata da una parte all’altra nel buio del traforo e rapidamente lasciata alle spalle dai convogli in transito. Ecco dunque che Spitteler, alla prima parte del testo dedicata al viaggio in treno, sceglie di affiancare una seconda parte dedicata all’esplorazione a piedi della zona del Gottardo, sia sul versante urano che su quello ticinese, invitando più volte il lettore a scendere dai rapidi che fermano alle due stazioni d’imbocco del tunnel e prendere gli accelerati che fermano anche nelle stazioni minori e poi da queste avviarsi a piedi ad esplorare le innumerevoli meravigliose bellezze delle vallate laterali rispetto al solco vallivo principale. Escursioni che Spitteler descrive in ottica turistica ma sempre pure con un’appassionata vena letteraria, da scrittore-camminatore, e sempre anche con un linguaggio assolutamente gradevole, divertito e divertente, vividissimo nelle narrazioni e assai intrigante, fino a consigliare – “recensire” si potrebbe quasi dire oggi – le varie zone sì da indicarne la conformità ai gusti dei diversi viaggiatori, per i più avventurosi, i più pacati, quelli che non vogliono faticare troppo e quelli capaci di camminare per ore, eccetera.

In fin dei conti, lo Spitteler “demitizzante” il Gottardo “sacro alla patria elvetica” in senso storico-politico non fa altro che variare (senza annullare, dunque) la portata di questo mito fondativo nazionale, togliendola dalla sfera politica e riportandola a quella prettamente culturale – e il paesaggio stesso è un elemento culturale dei più basilari nonché di importanza antropologica insostituibile, come sanciscono anche le relative convenzioni internazionali – in effetti mantenendo il suo valore glorioso ed epico ma facendone un simbolo e uno strumento emblematico del rapporto tra l’uomo e il paesaggio, a sua volta insostituibile per una buona (cioè virtuosa) antropizzazione dei territori abitati. Ciò anche con – o nonostante – il progresso tecnologico e le sue conseguenze d’ogni sorta, anzi, soprattutto in presenza di esso, e in considerazione di un’altra evidenza che Spitteler aveva probabilmente compreso con grande lungimiranza: il rischio di una deumanizzazione del mondo vissuto e dei luoghi in forza della tecnologia, se troppo esasperata ovvero troppo dominante rispetto alla parte culturale ed emotiva dell’esistenza umana. Un dubbio presente tra le righe del testo nell’epoca in cui il tunnel ferroviario misurava “solo” 15 km: oggi, con il nuovo tunnel di base inaugurato nel 2016 e lungo ben 57 km, la montagna-Gottardo è come se non esistesse più del tutto, dacché quando i convogli entrano nella nuova galleria si è ancora ben lontani dalle propaggini sommitali del massiccio.

Ma tutto questo, se possibile, rende la lettura de Il Gottardo oggi ancora più illuminante e affascinante. Tanto più che l’edizione di Dadò “regala” al lettore altre perle della produzione letteraria spitteleriana: uno scritto bellissimo seppur incompiuto sulla venuta dell’inverno a Lucerna, città d’adozione per Spitteler che era zurighese di nascita (e alla quale sono personalmente assai legato), un’altra “mini guida escursionistica” relativa al Rigi, a sua volta altra montagna-simbolo elvetica, e il celeberrimo discorso sulla neutralità Il nostro punto di vista svizzero che risulta tutt’oggi una riflessione fondamentale per la salvaguardia del peculiare status politico internazionale della Confederazione, peraltro ricca di affermazioni che possono ben valere per molte altre realtà contemporanee.

Insomma: un libro veramente molto bello e intrigante, Il Gottardo, per la cui nuova pubblicazione in versione italiana Dadò merita grandi lodi, assolutamente. Da leggere per poi lanciarsi alla scoperta e all’esplorazione del Gottardo, un “mito” che forse non è tale ma che, nel caso, meriterebbe certo di esserlo ben più di tanti altri.