Un posto “brutto”?

[Ulan Bator, capitale della Mongolia, secondo questo articolo il posto “più brutto del mondo”. Foto di Tengis Galamez da Unsplash.]
Quando trovo qualcuno che è tornato da un viaggio e mi dice che il luogo dove è stato «non gli è piaciuto» o che «non c’era niente» o altro di simile, generalmente non penso – come magari potrei – che evidentemente quel tizio vive in un posto così bello che gli fa sembrare non all’altezza molti altri dove si reca ma, al contrario, che quel tizio deve vivere in un posto parecchio brutto, per pensare che altri dove è stato lo siano.

Perché in verità non esistono luoghi “brutti” a questo mondo. Nemmeno quelli più apparentemente dimessi lo sono; possono esserci angoli degradati – d’altronde ci sono ovunque e in ogni caso un’opera d’arte coperta di fango non è che per questo diventa un obbrobrio – ma, fondamentalmente, di “brutto” o di “degradato” ci sono lo sguardo e la conseguente percezione di quei luoghi da parte di chi poi li definisce così negativamente: e questo sguardo se lo porta appresso il viaggiatore da casa propria, non lo trova in loco. Persino il luogo che verrebbe da definire “brutto” contiene un paesaggio interessante, in primis perché proprio, caratteristico, identificante, magari anche in forza della sua presunta bruttezza, e in questo paesaggio sicuramente si possono ritrovare innumerevoli elementi peculiari dalla cui considerazione si genera l’interesse e dunque la definizione del paesaggio da parte di chi vi interagisce. Ci sono in una steppa piatta e desertica, in un decadente quartiere post-industriale, in un vallone sperduto tra i monti o nel biancore accecante di una terra polare e pure in un “nonluogo” – vi si trova ciò per cui si può definire tale quel posto. Ovunque, appunto.

Per tale motivo, quando un luogo viene considerato “brutto” o “non interessante” eccetera, è perché in realtà non lo si è affatto osservato tanto nell’insieme quanto nei dettagli e di conseguenza non lo si è compreso per nulla. Come aprire un libro, sfogliarne le pagine ma non leggere niente, in pratica: che se ne potrà sapere di quanto c’è scritto?

Forse è meglio restarsene a casa, a questo punto.

 

Una Guida Letteraria della Svizzera italiana

Nella Svizzera italiana è stato creato e messo on line un bellissimo strumento di relazione geografico-letteraria che trovo molto interessante e importante per generare un interscambio di fascino e attrattiva tra il territorio, i luoghi, il paesaggio e le opere letterarie che li narrano, con gli autori che le hanno scritte (tra i quali Ernest Hemingway, Hermann Hesse, Patricia Highsmith, Arthur Rimbaud, Ignazio Silone, Elias Canetti, Eugenio Montale, Giacomo Casanova, Erich Maria Remarque, Max Frisch), da sempre e ancora tutt’oggi, ne sono convinto, il media più efficace per raccontare, far conoscere, identificare, emozionare e valorizzare i luoghi nonché per dar voce ai loro peculiari Genius Loci. È la Guida Letteraria della Svizzera Italiana, che raccoglie frammenti di romanzi, racconti, poesie, epistolari e diari pubblicati da scrittori che sono nati e cresciuti nei territori della Confederazione ove si parla l’italiano oppure che hanno soggiornato in quei territori e li hanno voluti raccontare. Un vero e proprio tesoro sommerso, da valorizzare e diffondere, nel quale è possibile scovare autori e testi noti e meno noti, che al momento conta ben 1.880 citazioni, 271 autori e 207 luoghi, tutti georeferenziati sulla relativa mappa e in costante aggiornamento. Come si legge nella presentazione del progetto, «La mappa interattiva è solo una delle declinazioni con cui verrà proposta al pubblico la Guida letteraria. Tra le iniziative, è forse quella che evidenzia maggiormente lo stretto legame esistente tra letteratura e territorio. Grazie a questo strumento sarà più facile orientarsi nei paesaggi letterari della Svizzera italiana, sia fisicamente che virtualmente.»

Perché è verissimo, i territori abitati dall’uomo nel tempo producono innumerevoli paesaggi, tra cui anche quello letterario che, in forza della sua genesi naturalmente colta, sagace, raffinata, artistica, creativa e particolarmente sensibile, diventa uno di quelli più potentemente descrittivi tanto quanto più fascinosamente attrattivi, a favore del territorio in questione e della salvaguardia della sua bellezza, dell’identità e della cultura peculiare oltre che della gente che lo abita.

Cliccate sulle immagini nel post per visitare il portale web della Guida Letteraria della Svizzera Italiana, uno strumento che mi auguro esemplare per qualsiasi territorio, amministrativo o culturale, piccolo o grande, che voglia valorizzarsi in maniera tanto efficace quanto prestigiosa e affascinante, non ultimo per permettere a chiunque di viaggiarci attraverso, in modo certamente virtuale ma alquanto suggestivo.

Ad esempio, se sulla mappa interattiva clicco sul landmark in corrispondenza di un luogo che conosco bene, il villaggio di Ambrì nel comune di Quinto, in alta valle Leventina, ecco che scopro una citazione tratta da un’opera a sua volta da me ben conosciuta:

​I villaggi giù a valle, Ambrì e Piotta, comunicano immediatamente un’impressione di estrema povertà, ma quando poi li si rivede, dopo aver visitato i buchi sperduti di montagna della zona circostante, sembrano quasi località di lusso. È altrettanto vero, però, che in queste stalle di pietra fatiscenti e tutte bucherellate vive una popolazione gentile, cortese e anche intelligente (…) Non c’è saluto che non venga cortesemente ricambiato (…) ogni domanda ottiene una risposta veloce e sicura (…) E inoltre, cosa importantissima, tutte le informazioni sono attendibili. Poco importa se i ragguagli relativi alla direzione, al sentiero e alla distanza li otteniamo da un ragazzetto o addirittura da un bambino: sono sempre giusti.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani; orig. Der Gotthard, 1897.)

Let’s visit Bergamo!

Attenzione, post leggermente campanilista.
Sì, perché da bergamasco, pure al di là del recente articolo assai elogiativo che le ha dedicato il “Daily Mail” (e che, detto tra noi, mi suona un po’ di marchetta reciproca con British Airways, che da poco ha inaugurato dei voli diretti sull’aeroporto locale), non posso che rimarcare quanto Bergamo, soprattutto la Città Alta, sia un vero e proprio gioiello. Bellissima, affascinante, accogliente; non più bella di altre città – non è una banale questione di graduatorie, ogni città ha la propria bellezza così come ha il proprio Genius Loci – semmai a suo modo unica.

Ecco: al di là del personale campanilismo, che vale quel che vale ovvero forse nulla, vi consiglio di visitare Bergamo, se non ci siete mai stati. Merita, ve lo assicuro.

P.S.: qui il sito “BergamoNews” ha riferito dell’articolo del “Daily Mail” e ne offre la traduzione, per chi non conosca l’inglese. L’immagine in testa al post è mia, sì.

La Natura, vista bene

La natura bisogna viverla, nel senso che la natura deve limitarsi a fornire lo scenario all’interno del quale si dispiegano il nostro spirito e il nostro sentire. Ecco perché sono le persone attive a goderla nella sua pienezza. L’operaio che durante il lavoro solleva lo sguardo, l’artista o il pensatore immerso con gravità nei propri progetti, l’erudito, lo scopritore in cerca di qualcosa: costoro vedono molto meno rispetto al passeggiatore ancorché attento che se ne va in giro a zonzo, ma quel poco che vedono, lo vedono in maniera infinitamente più chiara.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.202; orig. Der Gotthard, 1897.)

Il turista che osserva ma non vede

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

N.d.s.: già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel turista, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile (se non per i bilanci dei tour operator).