Ordine e disordine

[Foto di Manfred Richter e di Gino Crescoli da Pixabay]
Ecco, stavo pensando al riguardo che il problema – di valore generale – non è che vi sono situazioni di apparente disordine le quali tuttavia hanno una loro logica pur particolare, conferita ad esse da chi le ha create in modo che per costui/costoro quel disordine è in realtà un ordine pienamente coerente e funzionale; è l’opposto, è che vi sono moltissime situazioni di apparente “ordine”, in tal modo imposte e fatte credere ma in verità prive di qualsiasi buona e sostenibile logica così che concretamente siano puro e pernicioso disordine. Peraltro doppiamente pernicioso, dacché non essendo comprese come tali ma come “ordine”, e siccome basate sull’assenza di logica – esse stesse e la realtà che ne viene imposta – moltiplicano irrefrenabilmente la loro pericolosità.

E, appunto, di situazioni di disordine imposte (strategicamente) e credute invece come esempi di “ordine”, in questo mondo ve ne sono a iosa e sovente proprio dove un ordine – nel senso, una logica generale accettabile, coerente, funzionale e proficua – dovrebbe essere la regola. Come dice quel vecchio proverbio, «L’ordine è pane, il disordine è fame» ma, evidentemente, sulla fame sempre più diffusa qualcuno ci campa e prospera, ben più che sul pane. Già.

Gli intellettuali esplosivi

[Foto di Andreas Praefcke, immagine autoprodotta, CC BY 3.0; fonte originaria qui.]

È stata creata una fortezza, piena di esplosivi intellettuali. Da essa volavano i proiettili contro il nemico.

Così disse Oskar Wälterlin, allora direttore della Schauspielhaus di Zurigo, del suo teatro, uno dei più importanti della Svizzera, quando dal 1938 in poi accolse molti attori e artisti scacciati dalla Germania nazista perché ebrei o oppositori del regime hitleriano, diventando «il più importante palcoscenico libero di lingua tedesca» e un «centro europeo della resistenza intellettuale» alle dittature che in quegli anni si erano imposte in molte parti d’Europa. La storia della Schauspielhaus, molto bella e assai emblematica (che peraltro continua tutt’oggi, essendo il teatro pienamente attivo), viene raccontata in questo dettagliato articolo di “SwissInfo”.

A me tuttavia qui preme mettere in evidenza la forza e il senso fondamentali di quell’affermazione di Oskar Wälterlin: la cultura come arma, esplosiva e letale, contro il “nemico” ovvero contro chiunque alla cultura e a ogni ambito ad essa affine – in primis la libertà, condizione essenziale perché la produzione e la conoscenza culturale si diffonda – voglia opporsi. Ed è inutile affermare quanti ancora oggi agiscano in tal modo, senza che si stiano vivendo tempi dittatoriali e liberticidi, almeno formalmente. D’altro canto la cultura è sempre considerata una nemica del potere, proprio perché “sorella di sangue” della libertà, dell’affrancamento sociale e intellettuale, dell’evoluzione umanistica che inevitabilmente è anche evoluzione politica, dunque elemento di evanescenza delle strutture del potere vigente, per loro natura conservatrici (anche, quasi sempre, quand’esse si considerino “progressiste”).

È essenziale che la cultura, e chi la produca e se ne faccia strumento, mantenga costantemente la propria esplosività, la carica “virtuosamente bellicosa” contro i suoi nemici. Ed è fondamentale che gli intellettuali (termine che a me non piace, qui lo uso come mera definizione di facile comprensibilità) siano coscienti di questa loro energia potenziale, di questo poter essere armi di difesa della libertà ovvero di attacco contro chi la osteggi, forse le più efficaci che vi siano al riguardo. Non esiste e non esisterà mai una “cultura di potere” o “di regime”, conformata e adeguata a qualsiasi autorità che governi attraverso strumenti coercitivi e illiberali, anche solo nella forma: ove si manifesti in questo modo, semplicemente non è cultura, è una sua deprecabile pantomima. Invece, in una società realmente evoluta e avanzata accadrebbe il contrario, sarebbe il “potere” ad appoggiarsi alla cultura – seppur la relazione tra i due elementi sarà sempre difficile: trattasi comunque di una possibile e non spontanea attrazione di opposti dalla conciliazione fin troppo delicata, almeno finché non esisterà un potere che promuova in modo crescente la libertà (spoiler: è pura utopia, visto che, al termine di un tale processo, dovrebbe autosopprimersi!)

Dunque, mi chiedo: lo sanno ancora, quelli della cultura, sono ancora consci della missione che devono portare avanti? Ce l’hanno ancora la carica esplosiva e l’innesco pronto? I “proiettili” – di cultura, arte, intelligenza, creatività, conoscenza, sapienza… l’arsenale è ben ampio al riguardo – sono ancora puntati contro i nemici? Oppure no?

Ecco. Il dubbio sovente ce l’ho, che in molti casi non sia più così, ma spero di sbagliarmi.

I vigliacchi

I vigliacchi devono avere il potere, altrimenti hanno paura.

[Foto di Jan Popłoński – tratta da “Ty i Ja monthly”, Warsaw May 1966, pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6586473.%5D
(Stanisław Jerzy Lec, Altri pensieri spettinati. Aforismi in margine a tovaglioli di carta, traduzione di Pietro Marchesani, Bompiani, Milano, 1999.)

Ecco condensata da Jerzy Lec, in una sola frase di poche ma perfette parole, buona parte della storia politica moderna e contemporanea. Già, perché è una storia che continua e, anzi, pare ancora più rafforzarsi nella sua sostanza – di circolo vizioso e tremendamente deleterio per la civiltà e per qualsiasi società che non vi si opponga in modo culturalmente fermo e solido.

Senza umanità la vita è violenza (Charlie Chaplin dixit)

La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà. La scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto.

(Charlie Chaplin alias “il Barbiere Ebreo” ne Il Grande Dittatore, 1940.)

Mi viene da aggiungere: più che un futuro, ci serve un presente, costruito su ciò che il passato insegna e in grado a sua volta di fare da solida fondamenta per un buon futuro. Un presente vero, non un’eterna sospensione come quella che viviamo, nella quale ci illudiamo di saperci “protendere” verso il futuro (solo immaginandolo, senza costruirlo concretamente) senza più bisogno del passato (dimenticando del tutto la storia, anzi) ma in realtà ci stiamo solo arrotando attorno a noi stessi e alle nostre ipocrisie: il carburante perfetto per perderci nella più barbara violenza – quella che già Chaplin denunciava nei tempi bui in cui uscì la sua celeberrima opera filmica. E se oggi abbiamo più luce di allora, vediamo di non lasciarla spegnere di nuovo, come se non peggio di allora.