Visitando e raccontando le “cliniche dell’abbandono”… con Jussin Franchina, questa sera in Radio Thule!

Questa sera, 21 maggio duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 12a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata “Le cliniche dell’abbandono!

Oggi si parla spesso dei tanti luoghi abbandonati che il progresso architettonico e urbanistico, oltre che l’evoluzione storica della nostra società, ha posto ai margini del mondo quotidianamente vissuto. Numerosi fotografi offrono immagini di tali luoghi, al riguardo si possono leggere innumerevoli storie un po’ ovunque e di cosiddetti “abbandonologi” se ne trovano a dozzine. Tuttavia, non di rado, la visione che scaturisce da tali cronache sembra troppo superficiale, o troppo legata a stereotipi e luoghi comuni. Dei luoghi abbandonati se ne parla sostenendo di volerli mantenere “vivi” ma, in verità, molte volte non si fa altro che tracciare per essi soltanto suggestivi e definitivi necrologi.
Jussin Franchina, scrittrice, ghostwriter, autrice letteraria “bergamasca ascendente veneta”, sostiene invece che i luoghi abbandonati siano bellissimi e disperanti proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli, e perché solo nello stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia con la giusta sensibilità consentono di sperimentare la particolare magia dell’abbandono. Jussin questi posti li definisce “le cliniche dell’abbandono”: in questa puntata ci guiderà alla scoperta di alcuni di essi, vicini a noi e particolarmente emblematici, in un cammino fatto di parole e musica affascinante, illuminante e vivace di quella vita “sospesa” ma ancora vibrante che in quei luoghi si conserva e aspetta solo di essere percepita.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

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Come sperimentare la “magia” dell’abbandono… lunedì 21 in RADIO THULE, su RCI Radio!

Nel nostro iperantropizzato mondo contemporaneo, spesso vicino a noi, a volte ai margini delle nostre città e altre volte dentro di esse, ormai ignorati dai più ma in verità sempre ben visibili e presenti, ci sono alcuni posti bellissimi e disperanti, che sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli perché solo nello stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia consentono di sperimentare la particolare magia dell’abbandono. Nonostante il silenzio estremo, questi luoghi desueti sono posti intensamente empatici oltre che alquanto affascinanti, i cui muri raccontano – a chi li sappia ascoltareinfinite storie, emozioni, angosce, desideri e ricordi degli esseri umani che li hanno vissuti o che in qualsiasi modo vi ci sono correlati, generando da tutto ciò ulteriori storie, narrazioni, invenzioni, fantasie.

Questi posti qualcuno li ha chiamati, con una definizione suggestiva ed emblematica, “le cliniche dell’abbandono”: luoghi da curare, che hanno curato, che possono ancora farlo. Di essi andremo alla scoperta, nella prossima puntata di RADIO THULE, lunedì 21 maggio alle ore 21 live su RCI Radio, guidati da un ospite speciale…

A breve ne saprete di più: save the date & stay tuned!

La polenta di mais (una storia un po’ vera e un po’ verosimile)

Ora vi racconto una breve storia, per la gran parte vera e per una piccola parte, se così posso dire, verosimile.

C’era una volta la polenta – ma proprio letteralmente, nel senso che c’era la polenta come una volta (cinquecento anni fa, suppergiù) la facevano: generalmente con farina di segale o di farro, cereali tipici delle zone rurali e montane. La gente di allora la mangiava e gli piaceva, anche perché non è che ci fosse granché d’altro di cui cibarsi, ai tempi. Quella c’era e quella andava bene, senza pensarci più di tanto.

Poi, un giorno (del XV secolo), dal Nuovo Continente detto “America” cominciò a giungere un’altra farina, mai vista prima: la farina di mais, o “granoturco”. Inizialmente tale novità passò quasi inosservata, anche perché si pensò che il mais servisse solo a divenire buon foraggio per gli animali e nulla più; per di più lo si poteva coltivare negli orti, esenti da canoni e decime quindi direttamente utilizzabile da chi lo coltivasse senza altri passaggi “politico-daziari”, ed era in grado di assicurare una produzione maggiore rispetto a quella dei cereali tradizionali. Si diffuse così assai rapidamente e ben presto qualcuno intuì che, soprattutto per la popolazione meno abbiente, il mais poteva rappresentare una risorsa alimentare assolutamente importante, se non vitale. Lo si macinò, se ne produsse farina di varia granatura e subito si comprese che quella farina poteva risultare adatta proprio a cucinare il piatto principale di tante comunità del tempo, la polenta: si provò a cucinarla e – sorpresa delle sorprese! – non solo se ne produceva molta di più rispetto a prima ma la polenta di mais, d’un bel colore giallo vivo, era pure molto più gustosa di quelle ottenute dalle farine rustiche tradizionali. Certo, le prime volte il sapore risultava diverso, strano, d’altro canto per secoli s’era gustata tutt’altra polenta e si sa, le abitudini consolidate è duro accantonarle, ma non ci voleva molto che il palato si concordasse con il “nuovo” sapore, anzi, che lo trovasse assolutamente buono, appunto.

«Apriti cielo! Qual sacrilegio si vuol porre in atto!» qualcuno sbottò. Ma come?! La “nostra” polenta la si cucina con segale o farro, tutt’al più con farina di castagne o di miglio! Come si può offendere tale secolare tradizione subendo l’invasione di quella bizzarra pianta esotica? Si difendano i “nostri” valori culinari, si diffidi da ogni farina immigrata, si fermi subito l’invasione! Prima le nostre farine! Quella polenta giallastra se la cucinino a casa loro!
Proteste varie e a volte veementi si levarono da più parti eppure, nonostante ciò, la farina “immigrata” di mais si diffuse in misura sempre maggiore: d’altro canto contribuiva parecchio a sfamare contadini e montanari, era molto buona e, con un minimo di buona sapienza culinaria (sovente frutto delle risorse e delle necessità quotidiane ovvero del più pragmatico buon senso), si poteva integrare bene e proficuamente con altre pietanze tipiche e tradizionali dei territori in questione – formaggi, selvaggina e carni varie, latte, patate e così via – affinandone sempre di più la prelibatezza.

Così, pur tra le grida dei vari detrattori, la polenta di mais divenne sempre di più un elemento fondamentale della dieta rurale alpina (e non solo), al punto che giunse il giorno in cui qualcuno in viaggio in terre lontane da quelle natie, alla domanda su quale pietanza fosse la più mangiata tra la sua gente, rispose senza esitazione: «La polenta!». Ed erano sempre di più, anno dopo anno, a rispondere in quel modo: ormai la polenta gialla non era più solo un cibo tra tanti altri, ma era diventata un vero e proprio simbolo identitario delle genti che se ne cibavano, distintivo nei confronti dei forestieri e accomunante verso gli altri abitanti dei territori similari e con affini saperi, capace di identificarli e indicarne a suo modo il proprio bagaglio culturale ed etno-antropologico così come diventando, la polenta stessa, una specie di carta d’identità gastronomica (ma non solo) di inconfondibile valore.

Insomma: da pietanza “invasiva” e “calpestante” le tradizioni e le identità originarie, a nuovo e forte simbolo identitario nonché altrettanto forte e strutturata tradizione culturale – nel senso più ampio del termine – dacché, come disse Oscar Wilde, la tradizione è un’innovazione ben riuscita. E la polenta lo fu, e lo è, alla massima potenza, al punto che oggi siamo in molti a difenderne il valore culturale e identitario tradizionale (sic et simpliciter), con tanta passione, nessun pericolo di ideologismi di sorta e un’antropologica golosità.

Ecco, fine della storia breve.

Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro.

(Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza 2003, pag.87.)

Tutto quel che serve in uno zaino, e basta (Jack Kerouac dixit)

Volevo procurarmi uno zaino completo, con il necessario per dormire, ripararmi, mangiare, cucinare, insomma cucina e camera da letto da portare in spalla, e andarmene chissà dove e trovare una solitudine perfetta e contemplare il vuoto perfetto della mia mente ed essere del tutto neutrale rispetto a qualunque idea e tutte.

(Jack KerouacI vagabondi del Dharma, traduzione di Magda de Cristofaro, Mondadori, 1961-2006.)

La visione di Kerouac è sovente anche la mia, lo ammetto: tutto in uno zaino messo in spalla, tutto ciò che serve per la vita ovvero il proprio mondo da portarsi appresso ovunque e via, nella libertà più assoluta data anche dal sapere di non aver bisogno d’altro, di avere già con sé ciò che serve d’indispensabile per vivere e, se servirà altro, nel luogo o nei luoghi in cui si giungerà, si vedrà il da farsi. E con la mente vuota delle troppe cose inutili e francamente insensate alle quali tocca pensare nella quotidianità, così da poter essere finalmente colmata di pensieri veramente importanti, anche perché veramente liberi.
Un’utopia? Forse sì. Oppure, forse, solo l’ennesima utopia che si ritiene tale perché non si hanno la volontà e il coraggio di realizzarla.

(Nella foto: Jack Kerouac fotografato a Tangeri nel 1957 da Allen Ginsberg. Fonte: qui.)

Siria, oltre ai danni le “beffe”!

Oltre al (terrificante) danno, pure la (malvagia) beffa – se non la più bieca farsa, in Siria. Mentre il mondo assiste senza fare nulla ai massacri più tremendi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tocca pure assistere alle sconcertanti messinscene delle potenze che, sulla pelle del popolo siriano, giocano a fare la guerra ma in realtà coltivano i propri interessi, sovente concordi e reciproci. Perché sembra evidente, per citare solo l’ultimo caso al riguardo e nonostante la propaganda mediatica internazionale intrisa di fake news, che l’attacco anglo-franco-americano di qualche giorno fa sia stato solo una missilistica sceneggiata, ben concordata tra gli attori sul palco (ma fortunatamente qualche organo di informazione che lo evidenzia c’è). Perché è altrettanto evidente che la guerra siriana, dopo 7 anni e quasi 500.000 morti, faccia comodo a tutti quegli “attori”, che la resistenza al potere di Bashar al-Assad, soprannominato non da ieri il “Macellaio di Damasco”, sia gradita a tanti in Occidente (e non solo – senza contare che nessun altro dei suddetti attori in scena è uno stinco di santo, russi/americani in primis), che la questione delle armi chimiche, per dirla alla Flaiano, è grave ma non seria – come se i civili, e i bambini in particolare, non muoiano per colpa delle armi tradizionali le quali invece a quanto pare vanno bene, sono conformi ai trattati internazionali, chiunque le può usare “legittimamente” contro qualsiasi persona inerme, già! – che il Medio Oriente, da decenni a questa parte e invariabilmente, continui a essere la “valvola di sfogo bellico” del mondo da non tappare mai, prima che l’eventuale pace in quella zona finisca per spostare le “guerre giuste” altrove!

Infine – ultima ma non ultima messinscena – non preoccupatevi, che non siamo affatto così vicini alla Terza Guerra Mondiale. Sì, è vero, l’Orologio dell’Apocalisse segna solo pochi minuti alla mezzanotte, ma ciò che per il momento ci può far stare tranquilli, a mio modo di vedere, è proprio la tanto (giustamente) vituperata globalizzazione: contano infatti molto di più e fanno maggiormente guadagnare (i potenti) i movimenti finanziari globali, per ora, che eventuali guerre altrettanto globali; oppure, di contro, possono far ben peggiori danni i primi che cannoni e bombe nonché consentire conquiste territoriali senza nemmeno muovere un soldato (Cina docet). Senza contare che, in fondo, hanno più potere geopolitico certe corporazioni multinazionali che molti governi.

Il tutto, con buona pace della giustizia sociale e delle identità culturali, sacrificate sull’altare del (presunto) benessere globale consumista-mondialista; d’altra parte temo che l’uomo – che ancora continua a definirsi (homo) sapiens chissà su quali basi effettive, in troppi casi – finirebbe altrimenti per guerreggiare e annientarsi nel giro di breve tempo. E non è detto che non lo faccia comunque, prima o poi: magari quando quegli inimmaginabili flussi di denaro si interromperanno per decisione di qualcuno, o più banalmente quando una parte di mondo avrà degli smartphone meno avanzati dell’altra parte, ecco.