Mal d’Intelvi

Solo qualche giorno fa (maledette Poste Italiane!) ho ricevuto il “cadeau natalizio” 2020 di Hortensia, realizzato da Vittorio e Pietro Peretto che ringrazio di tutto cuore, e come ogni anno (a prescindere dal ritardo – dannate Poste Italiane!) aprire la busta e scoprirlo è un piacere raro, dacché altrettanto raro è trovare qualcosa di così apparentemente semplice eppure tanto profondo, per diversi aspetti.

Quest’anno i Peretto di Hortensia hanno realizzato un libricino fotografico dedicato alla Val d’Intelvi, loro abituale buen retiro (e non solo) nonché zona tra le più belle e particolari delle Prealpi Lombarde, le cui immagini assai suggestive sanno narrare in modo intrigante la peculiarità del territorio intelvese e dei suoi numerosi angoli di sublime paesaggistico e naturale.

Così si legge, nella prefazione di Mal d’Intelvi (titolo significativo tanto quanto programmatico, per così dire!):

Si può interpretare il camminare come un prendersi cura dei luoghi. La frequentazione, la conoscenza ed il riconoscimento, sono parti di una stessa esperienza che si alimenta di mappe cartacee e mappe mentali oltre che di suole consumate.
Entrare in un bosco, di cui la Val d’Intelvi è ricca, vuol dire attraversare il tempo, ritrovare gesti, camminare su piste di cervi, immergersi nel profumo dei maggiociondoli, scoprire macchie di equiseti.
Valle particolare, con due fiumi che scendono su versanti opposti, ricca di testimonianze d’arte soprattutto di quell’epoca straordinaria di globalizzazione ante litteram che fu l’età Barocca.

Un altro piccolo/grande gioiellino di poetica visiva, insomma, manifestazione d’affetto profondo per la Val d’Intelvi ma pure, in fondo, per tutta quella montagna morfologicamente meno spettacolare e non così turisticamente patinata eppure dotata d’una delicata e al contempo fremente bellezza e di un fascino sospeso nel tempo ma capace di imprimersi a fondo nell’animo di chiunque sappia percepirne e recepirne l’essenza.

Potete scaricare Mal d’Intelvi in formato pdf da qui.

Come gli anni scorsi, in occasione di queste pubblicazioni “natalizie”, per ogni copia Hortensia devolve un contributo all’Ospedale San Carlo Borromeo – Progetto Pediatria, per la comunicazione e promozione delle attività ludico-didattiche della Scuola in Ospedale.
Se desiderate dare il vostro contributo: Cooperativa sociale arl Onlus AllegroModerato, Codice Iban IT33T0335901600100000062050, c/c 1000/62050 presso Banca Prossima.
AllegroModerato è un’associazione di disabili che opera nel reparto di pediatria del San Carlo da anni e si adopera per il bene dei pazienti attraverso la musica. L’associazione ringrazierà personalmente per ogni donazione (anche se piccolissima): basta indicare il vostro nome.

Superare un valico di montagna

Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.31-32; orig. Der Gotthard, 1897.)

Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza

Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e oltre Lugano.

Paradisi umorali

Posso rivelarvi un segreto? I paradisi che vedete disseminati lungo le rive sono in gran parte vuoti e in vendita. Il motivo? Perché costruire sull’onda del mero entusiasmo è una follia che non verrebbe mai in mente a una persona capace di riflettere. Trascinati dalle onde dell’entusiasmo si possono scrivere poesie, questo lo concedo, ma comprare e costruire seguendo l’ispirazione del momento è un genere di lirica piuttosto costoso, se non altro perché al godimento subentrano il malumore e infine la noia. Chi invece non subentra è l’eventuale acquirente. Una cosa è certa, né più né meno come l’amen alla fine della messa: chi costruisce in base all’umore, ben presto si stancherà della casa per una questione di umore.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.205; orig. Der Gotthard, 1897.)

Così scriveva il premio Nobel svizzero a fine Ottocento riguardo la presenza di case di villeggiatura (“seconde case”, diremmo oggi) sulle rive dei laghi prealpini italo-svizzeri, denunciando in buona sostanza una “cementificazione immobiliaristica” d’antan che seguiva più l’onda di una speculazione momentanea del mercato di allora che una reale pianificazione economica e urbanistica. In fondo dopo un secolo e più nulla è cambiato, in numerosi luoghi di villeggiatura: mi vengono in mente certe località sciistiche nelle quali negli anni scorsi si è costruito moltissimo, quando pareva che tutti “dovessero” e “potessero” avere la propria bella seconda casa in montagna – tanto a quei tempi le banche concedevano mutui a chiunque, con tassi di interesse da usura ma tant’è – e immobiliaristi con al seguito impresari e palazzinari di ogni genere e sorta si diedero fare con la costruzione di case quasi sempre orribili, in economia, per le quali sembrava che tra abetaie e cime innevate si fossero calati pezzi dozzinali di periferia suburbana coi quali peraltro si è tremendamente guastato il paesaggio. Case che oggi, desolatamente vuote a volte da anni, tappezzano quelle località di tanti cartelli colorati con scritto «VENDESI» ma, come scriveva più di cento anni fa Spitteler (forse in base a motivi differenti ma descrivendo una realtà del tutto similare), gli «eventuali acquirenti» continuano a non subentrare, donando a quei luoghi pur così ameni un umore alquanto deprimente.