Location?

Una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche.

(Antonio Natali, L’anno di Dante: English-free year, in “Artribune” #56 / ”Grandi Mostre” #22, settembre-ottobre 2020.)

Non sono mai stato contrario all’uso di vocaboli esteri e in particolare di anglicismi nella lingua italiana e non ho mai fatto crociate di sorta a difesa integerrima di essa, anzi: sono convinto che l’uso intelligente e consono di tali termini “forestieri” rappresenti un indubbio arricchimento della lingua e delle capacità espressive di chi la usa, senza contare il fatto che, effettivamente, alcuni di quei termini sanno essere più compiutamente espressivi delle paragonabili parole italiane. Mi dà fastidio, invece, quando l’introduzione di termini esteri nella lingua, soprattutto parlata, risulta palesemente forzato, ostentato oppure non ragionato, ergo nemmeno compreso dall’utilizzatore: tant’è che non è raro ascoltare quei termini in modo sbagliato e percepirli piazzati nel parlato ad mentula canis (no, questo non è inglese!), o quasi.

Posto ciò, ad esempio, sono assolutamente d’accordo con quanto sostiene il Natali, past direttore della Galleria degli Uffizi, riguardo il termine location, il quale veramente è tra i più abusati e inutili di tutti: su mille usi che se ne fanno, novecentonovantotto sono totalmente superflui (ma credo che il mio conteggio sia in difetto). Perché non dice niente di più del nostro “luogo” oppure dei similari “spazio”, “ambiente”, “ubicazione”, “posto” – alcuni citati anche dal Natali – vista poi la sua accezione originaria, che risulta ben più definita e per molti versi differente del senso che i più gli conferiscono nelle loro chiacchiere. E, in tutta sincerità, fa ridere un sacco sentir parlare di “location per matrimoni” nei riguardi di una chiesa, un parco, un edificio di pregio o un ristorante rinomato e particolarmente suggestivo, oppure della “location del concerto” in merito a una pubblica piazza, un prato in montagna, una sala polifunzionale o altro di simile e assolutamente ordinario nonché ben identificato dal proprio sostantivo comune. Fa ridere, già, anche perché fa “figo” usare quello e altri simili termini, e fa ridere che chi li usa si senta così. Sempre che, più che figo, non si senta “cool”, il che in verità lo farebbe sembrare ancor più loser, o dork o persino sucker, ecco.

Vittorio Gassman

Io di Vittorio Gassman ricordo tante cose e non potrebbe essere altrimenti, vista la grandezza assoluta del personaggio – una grandezza oggi irraggiungibile, sotto ogni punto di vista – ma, tra le numerose citabili, alcune inesorabili per quanto siano divenute nazional-popolari, mi tornano in mente le sue letture della Divina Commedia, in seconda serata sulla RAI all’inizio degli anni Novanta (già, a quei tempi ancora la RAI trasmetteva Dante letto da Gassman in seconda serata, che allora cominciava alle 22.30). Non ho mai amato Dante e la Commedia, forse anche perché studiata ai tempi della scuola con docenti non esattamente all’altezza di tal compito e di cotanta opera (la poetica dantesca l’ho poi studiata in autonomia più avanti, quando cominciai a scrivere) ma, recitata, interpretata e dunque ascoltata da Gassman, acquisiva una bellezza e un fascino irresistibili, da rimanere incollati allo schermo senza fiatare, quasi, per come diventassero seducenti i versi dei canti declamati in quel modo tanto potente e al contempo raffinato.

Ecco, questo perché oggi, leggo, sono vent’anni dalla scomparsa di Vittorio Gassman. Un’altra di quelle mancanze che ha lasciato l’Italia più vuota di come fosse prima, sotto ogni punto di vista.

Orgoglio da lettore

(Photo credit: Roberto Pera – Public domain.)

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

(Jorge Luis Borges, Poesie (1923–1976), traduzione di Livio Bacchi Wilcock, BUR Rizzoli, 2004.)

Ci sono solo italiani, all’inferno.

Poco più tardi un fiorentino dalla barba rossiccia, Dante, descriverà l’inferno in un poema.
L’inferno di Dante è costruito ad anfiteatro e scende a cerchi, sempre più in basso. L’inferno di Dante è affollato esclusivamente di italiani.
Oltre a questi vi sono alcuni antichi romani. Non bastava il posto per altri popoli.
Questo inferno raffigura la litigiosa Italia. Le città sono disposte in cerchio, i cittadini leticano e nell’eterna oscurità si fanno gesti osceni.

(Viktor Šklovskij, Marco Polo, traduzione di Maria Olsufieva, Quodlibet, 2015, p. 209. Citato da Paolo Nori qui.
Per la cronaca, “leticare” è una variante toscana di litigare. Se invece cliccate qui potete leggere altri post che ho dedicato alle sagacissime illuminazioni di Šklovskij.)