“Forma = sostanza”: grande (e purtroppo non unica) devianza italiana

Amy Joy Watson, “Floating sequence”, 2013. Photo credits: http://www.janmurphygallery.com.au
Amy Joy Watson, “Floating sequence”, 2013. Photo credits: http://www.janmurphygallery.com.au

Leggevo qualche tempo fa sul mai troppo lodabile Artribune Magazine un’intervista a Daniele Pitteri, attuale direttore di Santa Maria della Scala a Siena, il cui progetto di riconversione da ospedale (uno dei più antichi d’Europa) a centro culturale ormai da vent’anni non riesce ad essere portato a termine. Dice al proposito Pitteri: «Il processo di riconversione e rigenerazione si è interrotto per un vizio italiano: pensare a un progetto di ristrutturazione architettonica senza una finalità contenutistica.»
Ho trovato questa affermazione assolutamente consona a un’impressione che da tempo ho maturato nella riflessione su cosa abbia reso l’Italia da potenziale nazione guida del pianeta a paese culturalmente e civicamente arretrato nonché in inarrestabile decadenza, ovvero a come, con l’andare del tempo e sempre più venendo ai giorni nostri, il nostro paese abbia tragicamente confuso due elementi totalmente diversi e complementari in ogni ambito e per ogni cosa: forma e sostanza. Confusi e ancor più sovrapposti, sempre a danno del secondo. Interpretazione analoga, a cui fa riferimento quanto detto da Pitteri a proposito di Santa Maria della Scala, è quella inerente a contenitore e contenuto: il primo può anche essere il più bello, prezioso, funzionale, meglio concepito, intelligente geniale che ci sia ma, senza il secondo, sarà sostanzialmente qualcosa di inutile e dunque, appena dopo, di potenzialmente dannoso per quello stesso ambito per il quale avrebbe dovuto invece rappresentare un pregio.
Credo sia una delle più drammatiche devianze di cui soffra l’Italia, questa: troppo spesso si punta al superficiale, lo si fornisce di una utilità e un significato che inevitabilmente non può avere, lo si rende scopo, obiettivo finale, risultato massimo da conseguire per meri fini di visibilità – ovvero di interessi vari e assortiti: d’immagine, politici, economici, eccetera – dimenticandosi per precisa strategia ma, a volte, pure per tragica ignoranza, che non è la forma a sancire la bontà d’un progetto ma è la sostanza che contiene, quella che in fondo genera la forma stessa e che ne giustifica la realtà. Insomma, per esemplificare chiaramente: un libro con una meravigliosa copertina e pagine fatte d’una carta delle più pregiate se non ha un testo dentro da leggere libro non è, molto semplicemente!
Purtroppo, una tale devianza in fondo non è che l’ennesima dimostrazione dell’italica incapacità di interpretazione, nonché di gestione strategica, del tempo e della propria storia: si dimentica rapidamente il passato, ci si rifiuta di vedere nel futuro, si resta dunque ancorati ad un presente che viene reso unico momento importante ed al quale viene chiesto di conferire un qualche valore a ciò che viene progettato e realizzato. Peccato però che il presente, formalmente, non esiste, per sua stessa definizione – e per ineluttabile sorte cronologica – diventa rapidamente passato; ugualmente la non programmazione del futuro ne soffoca da subito qualsiasi buona potenzialità, così che quando a sua volta diventa presente è già vuoto, sterile, inutile, scivolando nel passato come nulla fosse. Questo avviene in quasi ogni ambito della vita del paese: quello politico in primis (nel quale in verità una programmazione del futuro c’è: quella per assicurarsi la poltrona parlamentare o la relativa influenza pubblica il più a lungo possibile!) ma pure in quello economico, industriale, infrastrutturale… Persino, e ciò per molti aspetti è cosa ancora più drammatica, nell’ambito culturale: ove la cultura è campo che come nessun altro si nutre del passato per costruire nel presente il miglior futuro (un futuro fondamentale per qualsiasi società civile che voglia ritenersi realmente tale), troppo di frequente in Italia viene ridotta a mera iniziativa d’immagine, sovraccaricata di interessi alieni ad essa e parecchio biechi, assoggettata alle leggi di ambiti che nulla vi hanno a che fare e che la trasformano in un ennesimo prodotto di consumo, spesso nella forma “usa e getta”.
Ci infiliamo sempre di più in forme all’apparenza belle e lodevoli che tuttavia all’interno risultano del tutto vuote di sostanza: vuote, soprattutto, di qualsiasi elemento che possa consentire all’intera società di comprendere, apprendere, guardare avanti, svilupparsi, progredire, evolvere sotto ogni punto di vista. Ma qualsiasi pur meravigliosa “forma”, se svuotata d’ogni possibile “sostanza”, prima o poi crollerà. E se, una volta crollata, ci rammaricheremo di aver perso la sua bellezza piuttosto di capire di non averla colmata di sostanza, ne costruiremo un’altra che in breve nuovamente crollerà. L’essere impantanati in un presente sterile e avviluppato su sé stesso significa anche questo: privilegiare unicamente la forma dello spazio presente ignorando la sostanza del tempo della storia. Se non comprenderemo ciò, non potremo far altro che lamentarci cronicamente che tutto, qui, non funziona come dovrebbe, che si ripetono sempre gli stessi errori, che invece di progredire si regredisce, che tutto cambia ma nulla cambia mai veramente… In fondo, la forma senza la sostanza è come un corpo senza spina dorsale: non potrà mai realmente reggersi in piedi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Modus legendi e… rivoluzionandi!

16996214_1694482324185530_3249957093716732522_nDi quanto vi sto per dire avrete probabilmente già letto altrove, ma con questo articolo voglio a mia volta partecipare all’esultanza per il successo – anche quest’anno, ancora più dello scorso anno – di Modus Legendi: Neve, cane, piede, il libro di Claudio Morandini pubblicato da Exòrma Edizioni, che ha vinto l’edizione 2017 dell’iniziativa promossa in primis dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere, col prezioso supporto di Ultima Pagina, ha raggiunto il 7° posto della classifica generale dei libri più venduti in Italia e il 5° di quella relativa alla narrativa italiana.

Non è solo il successo di Modus Legendi e di chi ne è promotore, e non solo di Neve, cane, piede ovvero della letteratura di alta qualità – quella che, sempre più spesso, sono le case editrici indipendenti a offrire – ma, io credo, è soprattutto il successo di una visione del mondo dei libri e dell’esercizio lettura che compie un grande e indispensabile “miracolo”, visti tempi: rimette il pallino nelle mani dei lettori, i veri attori protagonisti del leggere ben più di qualsiasi altro. È una vera e propria rivoluzione: senza dubbio “gentile”, come l’ha definita Loredana Lipperini ma altrettanto fremente e r-innovatrice – anzi, di più: parliamoci chiaro, è pure (forse, ma io ne sono convinto) una delle ultime vie di uscita dal pantano che altrimenti rischia di fagocitare il mercato editoriale nazionale nel giro di breve tempo, ormai deviato verso pseudo-strategie pressoché prive di autentica cultura (del libro e della lettura) dacché conformate a regole prettamente oligopolistiche e bassamente consumistiche.

No, i princìpi fondamentali in tale ambito sono solo due: uno, il libro è un oggetto culturale – il più importante, a mio modo di vedere; due, il lettore è l’elemento fondamentale del mondo dei libri (altro che gli editori e giammai i distributori, veri rais del mercato contemporaneo!) e la sua cura, soprattutto attraverso i librai (i preziosi baluardi della cultura del leggere), è l’azione primaria da realizzare e mantenere produttiva. Tutto il resto viene in secondo piano, sovente non conta proprio, a volte è mera fuffa. Ovvero, è qualcosa di conseguente a quei due princìpi, è al loro servizio.

Viva Modus Legendi, dunque, che con così tanta efficacia ci dimostra che sì, una rivoluzione dei libri è possibile: nelle classifiche in primis e, subito dopo, nella cultura diffusa. Della quale, inutile dirlo, nel nostro paese c’è sempre più bisogno: dunque, c’è sempre più bisogno di rivoluzioni gentili – e potenti – come quella di Modus Legendi!

E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri? (Reloaded)

(Questo articolo, balzatomi agli occhi poco fa, lo pubblicavo qui sul blog più di 3 anni fa. Inutile dire che oggi è ancora più valido di allora, e questa non è affatto una bella cosa. Nient’affatto.)

read-booksGià… dei libri piuttosto che di forconi o altro del genere e di così “fumoso”, se non bieco. In fondo, buona parte dei malanni che stanno uccidendo l’Italia nascono in primis da un grave problema culturale. Ignoranza, insomma, in senso generale e soprattutto nel senso di ignorare la realtà, dalla quale deriva la mancanza di consapevolezza e senso civici, il menefreghismo imperante, l’abulia sociale, la spiccata tendenza ad assoggettarsi a qualsiasi potere (o pseudo-tale) che accontenti i propri egoismi… Tutte cose sulle quali prospera e s’ingrassa chi vuole dominare, da sempre e ovunque: il popolo ignorante è ben più semplice da governare che quello consapevole, informato, acculturato – qualità che ne sottintendono un’altra ancor più fondamentale: libero.
Una rivolta dei libri, una rivoluzione culturale che spazzi via ogni cosa che offende l’intelligenza, l’onestà, l’etica e il buon senso comune: e non pensate che, da questo punto di vista, la prima cosa ad essere spazzata via sarebbe proprio la miserabile casta politica che l’Italia si ritrova?

In effetti, dice bene Doctor Who, il personaggio della nota serie TV della BBC prodotta e sceneggiata da Russell T. Davies:

You want weapons? We’re in a library. Books are the best weapon in the world. This room’s the greatest arsenal we could have. Arm yourself!

(Volete armi? Andate in una biblioteca. I libri sono l’arma migliore nel mondo. Questo luogo è il più grande arsenale che potremmo avere. Armatevi!)

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Un mondo (editoriale) che sta svanendo

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Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.

Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.

Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.

Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stanno svanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.

Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!

Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.

Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.

Jannis Kounellis, 1936-2017

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Non per fare un discorso di nazionalismo spicciolo, ma questa io credo sia oggi la modernità – Che non bisogna pensare, in questo oceano di globalizzazione approssimativa, di perdere il legame. Perché tutto allora diventa inevitabilmente minore. E appunto l’emotività ed il perché definitivo che dice: “quello o la morte” si perde. Mentre non bisogna perdere proprio questo! Quella condizione o la morte. Per me questa è la distinzione culturale, e non c’è un altra possibilità per noi e per i più giovani. È un appello – nel viaggio, nel grande viaggio: non perdere l’identità, altrimenti si perde il perché!

(Jannis Kounellis, citazione tratta da una conversazione con Lucilla Saccà in Kounellis, a cura di Bruno Corà, Ed. Il Ponte, Firenze, 2007.)