Vi supplico: che qualcuno trovi il modo di trasformare la maleducazione diffusa in denaro, e questo paese diverrà di colpo il più ricco del pianeta!
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Annibale Salsa, “Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi”
Se osservate una cartina fisica dell’Italia – beh, innanzi tutto se ne trovate ancora qualcuna in giro, visto che la geografia è stata bandita, con decisione istituzionale scelleratissima, dal sapere culturale condiviso – noterete che il nostro territorio è per gran parte reso con varie sfumature del colore marrone: quello che indica i rilievi montuosi. Già, l’Italia è una penisola che in quanto tale spicca per la sua estensione costiera, ma al suo interno, salva la Pianura Padana e poche altre più limitate zone, è un paese di montagne, dunque di paesi, genti e cultura di montagna. Purtroppo tale peculiarità fisica nel corso del Novecento – non solo, ma soprattutto nello scorso secolo – ha perso gran parte della correlata valenza politica: la Montagna è stata depauperata della propria cultura da uno sviluppo socio-economico deviato e alienante, per il quale le aree più urbanizzate/antropizzate hanno preteso di sfruttare in modo esagerato tutte le altre, e da una politica che, seguendo tale onda per mero tornaconto elettorale (e non dico di più!), ha contribuito a portare a fondo tale processo, sostanzialmente dimenticandosi della Montagna, della gente che lassù abitava e, per essere chiari, pagava le tasse come quella di città.
Già per questo un testo come Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (Priuli & Verlucca, 2007, prefazione di Enrico Camanni), avente in copertina la prestigiosa firma di Annibale Salsa – uno dei più importanti antropologi italiani, grande esperto di cultura di montagna – nonostante i 10 anni di età compiuti giusto quest’anno (e che questo articolo vuole a suo modo “celebrare”), risulta fondamentale. Anzi, lo è ancor più, oggi, proprio per i due lustri trascorsi dalla pubblicazione originaria: un periodo nel quale la situazione della Montagna italiana è rimasta pressoché uguale (…)
(Leggete la recensione completa di Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Così (Radio) Alice “inventò” l’open source…

Ripensando a quanto hai e avete fatto con Radio Alice… non ti chiedo se rifareste tutto quanto perché sono certo sia una domanda retorica, ma c’è qualcosa che potevate e dovevate fare meglio, o che non avete fatto e volevate fare, oppure qualcosa che avete fatto e, con il senno di poi, non dovevate fare?
«Singole cose oggi, col senno di poi, probabilmente le farei in modo diverso rispetto a come le mettemmo in atto allora. Ad esempio, mi attrezzerei per registrare e creare una memoria di tutto quello che andrebbe in onda, ovvero per avere la possibilità di replicare i contenuti prodotti e farli sopravvivere. Al di la di queste singole cose, tuttavia, oggi come allora rimetterei in pratica uno dei concetti fondamentali che fu della radio, ovvero la scelta di non essere proprietari di un’idea, di un modello o invenzione che dir si voglia. Tutto ciò che facevamo era a disposizione di chiunque, e chiunque ne poteva fare ciò che voleva.»
Si può dire che avete inventato l’open source, in pratica.
«Sì, è così. Lo abbiamo inventato coscientemente, con consapevole logica e, ribadisco, ancora oggi questo concetto non lo cambierei di una virgola. Noi con Alice abbiamo veramente creato un essere vivente, che in quanto tale non si può “possedere” e che vive una sua vita con la quale ogni cosa può e deve interagire. Ci tengo molto a questa cosa.»
(Dall’intervista-chiacchierata-confessione con Valerio Minnella, uno dei padri di Radio Alice, ospitata nel mio libro Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Nel frattempo, si avvicina il quarantennale della chiusura di Radio Alice, avvenuta la sera del 12 marzo 1977: uno degli eventi più noti ed emblematici della storia italiana di quegli anni nonché, ora, ricorrenza da onorare con prossime nuove presentazioni pubbliche del libro. Seguite il blog e a breve ne saprete di più.)
Luca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016, ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00
In tutte le librerie e sul web
Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più.
Un politico perfetto (Viktor Šklovskij dixit)
Parla con voce da soprano, giudiziosamente, con timbro che persuade. Ha il labbro superiore corto. È insomma un tipo ottuso, tagliato per la politica. Non sa parlare; è capace di vederti con una donna e chiedere se è la tua innamorata, ma senza vivacità, con un che di burocratico.
(Viktor Borisovič Šklovskij, Viaggio sentimentale: ricordi 1917-1922, 1a ed.1923, traduzione di Maria Olsoufieva.)
Beh, quasi cent’anni fa, ai tempi in cui scriveva i suoi ricordi Šklovskij, e ancora prima così come oggi, la politica è quella. O meglio: la politica è ricettacolo di quella gente, con ben poche eccezioni. A volte in peggio – e ci sono state dittature e guerre, quantunque non che certi dittatori non fossero pure ottusi, a loro tragico modo – rarissime altre volte in meglio. Ma proprio rarissime, ahinoi.
P.S.: grazie a Paolo Nori per la “segnalazione”.
Se gli italiani non sanno l’italiano, non sanno di essere italiani
Sono sostanzialmente due le questioni fondamentali che emergono dall’accorato appello dei 600 docenti universitari italiani riguardo l’ignoranza della lingua madre da parte degli studenti italiani (cliccate sul titolo qui sotto per saperne di più). La prima, del tutto ovvia, è prettamente espressivo/comunicativa: il non saper parlare, scrivere e, gioco forza, comprendere al meglio la propria lingua non può e non potrà che generare una capacità comunicativa di livello basso, in senso teorico e pratico: una lingua impoverita o banalizzata inesorabilmente impoverisce e banalizza anche i messaggi che intende trasmettere – e ciò è ancor più grave avendo a che fare con persone che dovrebbero (condizionale d’obbligo) possedere un’istruzione di grado elevato.
La seconda questione è comunque ovvia, ma dotata di conseguenze ancor più inquietanti, se possibile: la lingua è il marcatore identitario per eccellenza di una comunità sociale, sia essa nazionale o meno: in parole povere (e riassumendo molto ma solo al fine di rendere chiaro il concetto), ove si parla italiano si è italiani, anche al di fuori dei confini statali in quanto a bagaglio culturale (vedi ad esempio l’elvetico Canton Ticino). Il perdere la capacità di padroneggiare in modo pieno e fluido la propria lingua equivale né più né meno a perdere una parte importante della propria identità culturale; ovvero, per rimarcare la questione dal punto di vista opposto, l’evidenza della perdita della suddetta capacità linguistica è chiaro e inequivocabile segno d’una grave perdita di identità. Il problema dunque non è solo di analfabetismo funzionale o dissonanza cognitiva, ma pure di potenziale alienazione culturale identitaria: c’è una sostanziale incuria del principale strumento comunicativo in nostro possesso che denuncia un’altrettanta trascuratezza culturale di base. È come pretendere di saper sciare e dichiararsi bravi sciatori perdendo la capacità di mettersi gli sci ai piedi e allacciarsi gli scarponi!
Cosa che poi, detto chiaro e tondo, a mio modo di vedere spiega pure perché un paese dalle potenzialità culturali così elevate si lasci andare a fenomeni di imbarbarimento tanto gravi, tipici di comunità sociali dotate di un livello di istruzione estremamente basso ovvero culturalmente e identitariamente alla deriva.
Ok, voi ora potrete dire: forse è soprattutto un problema di sconcertante ma in fondo superficiale ignoranza. Sì, può essere vero ma, ribadisco, è un’ignoranza che uno stato nazionale che voglia preservare e accrescere al meglio la propria cultura non può permettersi nemmeno di far nascere, figuriamoci di far sviluppare fino a livelli così gravi. Per questo, l’appello dei 600 docenti è assolutamente doveroso; mi auguro solo che non sia drammaticamente tardivo.