Dario Biagi, “Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni” (Stampa Alternativa)

il-ribelle-gentilePer interessi del momento, o per insolite coincidenze, ultimamente mi trovo ad avere spesso a che fare con personaggi che nella vita hanno saputo essere creativi e innovativi oltre la media e fare cose assolutamente avanti, se non rivoluzionarie, senza tuttavia che il loro talento, capacità e/o genialità sia stato riconosciuto se non tardivamente, in patria (qui, intendo ovviamente), mentre all’estero sì, con tempestività e consapevole interesse.
Di tali personaggi, se ve ne uno che può tranquillamente ambire alla palma di esempio più significativo per la relativa categoria è certamente Piero Manzoni. Artista geniale, innovatore più di tanti altri, anticipatore di stili, concetti, tendenze, invenzioni, intelletto costantemente in moto, curioso, illuminante, sagace, mordace. Eppure Enrico Baj ricorda: “Dicevano che non capiva niente, che era un ritardato, che era uno schifoso: poi morì giovanissimo, e divenne bravo, bravissimo per tutti e i suoi quadri andarono alle stelle.” Al solito, una società ipocrita e ignorante come quella italiana mise in campo contro Manzoni uno dei suoi atteggiamenti più classici, ancora oggi molto in voga in mille altre circostanze, dunque c’è necessità assoluta che a più di cinquant’anni dalla morte di Manzoni vi siano nuove e dettagliate testimonianze della sua grandezza. Ottima in tal senso è Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni di Dario Biagi (Stampa Alternativa, collana “Eretica Speciale”, pp.152), biografia concisa ma dettagliata che percorre tutta la parabola di vita dell’artista lombardo, osservandolo sia in veste di artista che di uomo e senza tralasciare le parti di essa più oscure e discutibili – che poi, sia chiaro fin da subito, non che Manzoni fosse chissà quale disgraziato e sciagurato individuo, come alcuni volevano far credere: beveva troppo, questo sì, e la sua vita finì prestissimo, a soli 29 anni, proprio per le complicanze derivanti da una devastante cirrosi epatica, frutto anche di un atteggiamento piuttosto iconoclasta verso sé stesso. Di contro, il titolo del libro lo rivela fin da subito: Manzoni non mancò praticamente mai di mostrare stile, eleganza – era di famiglia nobile, in fondo – generosità, profondo senso dell’amicizia nonché una dolcezza d’animo che, molti lo testimoniano, gli stati di alterazione paradossalmente accentuavano, piuttosto che il contrario.
Dario Biagi esplora Manzoni con acume soprattutto giornalistico, senza esporsi troppo sul lato delle opinioni e delle posizioni di parte, sostenendo la propria dissertazione con l’aiuto di numerose fonti, spesso dirette, e con altrettante citazioni di amici, conoscenti, colleghi e personaggi vari che hanno avuto a che fare con lui per cose d’arte o per altro. Manzoni non fu certamente artista “ordinario”, e non solo perché tanto innovativo nelle sue creazioni ma anche per molti altri motivi: per il suo atteggiamento generale nei confronti dell’ambiente artistico del tempo, per la multidisciplinarietà congenita del suo lavoro, per la testardaggine con cui perseguiva i progetti ideati, per quel suo “estremismo apocalittico” – come lo chiama Biagi – sui cui basava buona parte della propria espressività.  Ma c’era anche in lui una costante insicurezza di fondo, di natura forse più inconscia eppure sempre pericolosamente latente, che lo portava a reagire alla propria arte, ovvero al sentore pubblico verso di essa, in modo sovente emozionale, con violente scosse d’animo e di spirito. Ciò senza nulla togliere alla propria possente vivacità intellettuale: “La sua attività creativa era più che altro mentale, scandita dalle invenzioni e dalle idee. Più che il numero delle opere che realizzava, gli interessava il numero delle nuove idee che gli venivano.” ricorda Biagi citando Anceschi e Biasi: un fervore intellettuale che tuttavia, appunto, si riverberava sull’animo in maniera altrettanto possente, soprattutto quando accadesse qualcosa che ne inficiasse il valore.
Bisogna d’altronde assolutamente denotare – o rimarcare di nuovo – l’estrema arretratezza dell’ambiente culturale italiano, a quei tempo come oggi, incapace di comprendere il valore e la portata dell’arte di Piero Manzoni e, dunque, capace solo di denigrarla. I suoi lavori, che nel corso della carriera andarono a tracciare un preciso e determinato percorso di “occultamento”, con cui intendeva “smaterializzare il visibile e rendere concreto l’invisibile” (cito sempre l’autore del volume), è probabilmente quanto di più avanzato l’arte italiana ha saputo concepire nel corso del Novecento. Manzoni capì prima di quasi tutti gli altri che la pittura si stava avviando verso la morte – o quanto meno verso un coma profondo, cosa che ora risulta del tutto evidente – e per questo concepì gli Achromes; di contro gli riuscì di dipingere il tempo attraverso le sue Linee, come capì bene Lucio Fontana (tra i pochi a sostenerlo sempre), e ridefinì la stessa figura dell’artista e della necessaria comunione tra esso e la pratica dell’arte attraverso il Fiato d’artista e le celeberrime, famigerate scatolette di Merda d’artista. E come poi non restare affascinati dalla sua opera più poetica e, nella sostanza, geniale, la Base del mondo? L’intero pianeta, con tutto quanto si porta appresso, elevato a opera d’arte: la rappresentazione assoluta del concetto di vita come arte e arte come vita, in pratica, ovvero della vita come prima e più grande forma d’arte. Ciò che egli cercò di conseguire per sé stesso lungo la sua tanto breve quanto intensa esistenza terrena.
Come sentenziò Arturo Schwarz, storico dell’arte e grande gallerista, citato ancora da Dario Biagi: “…Se i Manzoni saranno ricordati, non credo sarà di certo per merito di Alessandro, autore del romanzo più servile e anonimo dell’Ottocento, piuttosto sarà grazie alle rare qualità di Piero Manzoni. Mente libera e indipendente per eccellenza, che troppo presto ha abbandonato questa nostra Italia borghese e bigotta.” Un giudizio col quale molti non saranno d’accordo, ma d’altro canto ancora tanti non lo capiscono, Manzoni e la sua arte, e non previe giustificazioni di natura artistica ma per mero preconcetto e ignoranza. Il che rende l’affermazione finale di Schwarz sulle peculiarità principali italiche quanto mai valida, ancora oggi.
Ottimo volume, quello di Biagi, omaggio sostanziale a un grande personaggio della cultura italiana che è doveroso non solo conoscere meglio e comprendere ma pure, finalmente, onorare nel modo più giusto, equo e meritorio possibile.

P.S.: QUI trovate il sito della Fondazione Piero Manzoni, ovviamente ricco di materiali sulla vita e le opere dell’artista.

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