Nelle tracce del Lupo

Verrebbe da pensare che abbia un gran coraggio, Davide Sapienza, a dedicare un podcast su RaiPlay Sound a una creatura che di questi tempi molti considerano il “nemico numero uno” di chi vive in montagna, il lupo. In verità Davide non solo ha tutto il coraggio necessario per questo e per altro, ma ha anche la competenza culturale e l’esperienza in ambiente essenziale a un compito del genere: il risultato è Nelle tracce del Lupo, il podcast in 5 episodi che dal 15 giugno scorso è disponibile su https://www.raiplaysound.it e sull’app RaiPlay Sound.

Si noti la preposizione articolata presente nel titolo del podcast: nelle tracce del lupo, non “sulle”. Quella che propone Davide insieme a Lorenzo Pavolini (testo, registrazioni, sound design) e a Francesco Garolfi (musiche originali) – altri due personaggi che sono garanzia di contenuti di qualità eccelsa – è un’autentica immedesimazione nell’entità-lupo, non una semplice narrazione più o meno elegiaca del suo modus vivendi nel mondo degli umani, è un farsi lupo per indagare e comprendere meglio la relazione che gli uomini dovrebbero intessere non solo con esso ma con la Natura in generale, con il selvatico che abbiamo intorno, che sovente trascuriamo se non disprezziamo e di frequente distruggiamo.

Ben lontano dal dibattito fin troppo superficiale e ideologico che oggi impegna amici e nemici del lupo, Sapienza vuole innanzi tutto invitare l’ascoltatore alla conversazione tra il mondo selvatico e quello umano e raccontare la nostra attitudine culturale verso la Natura muovendosi “nelle” tracce di questo animale elusivo, per quanto studiato e conosciuto, per farci capire come altrettanto elusivi siamo diventati rispetto alla nostra naturale selvatichezza, che abbiamo tutti quanti dentro ma che ignoriamo o soffochiamo per crederci dominatori tecnologici assoluti del mondo, col risultato di causargli innumerevoli e drammatici danni. Forse dovremmo provare – in questo contesto e altrove – a metterci più spesso in dubbio rispetto al mondo che abbiamo intorno, immedesimandoci nella sua essenza selvatica con equilibrio e sensibilità e non solo nella nostra volontà di dominio e nel costante tentativo di giustificarla, per capire finalmente che la realtà nella quale tutti viviamo è parecchio diversa da quella che, per nostro mero comodo, vorremmo fosse. Imparare a guardarci come ci guarderebbero i lupi, ecco, animali ben più razionali degli uomini con i quali dobbiamo gioco forza vivere esattamente come il lupo deve e può vivere con gli umani, per non condannare entrambi – e non solo la specie apparentemente più debole – a soccombere.

Potete visitare la pagina dedicata a Nelle tracce del Lupo su RaiPlay Sound anche cliccando sull’immagine in testa al post, mentre qui potete leggerne il comunicato stampa e saperne di più.

Scappare dalla città sui monti (e viverci altrettanto bene)

[Il complesso residenziale Maierhof presso Bludenz, Vorarlberg, Austria, dotato di una particolare armonizzazione, appositamente studiata, al territorio e al paesaggio circostanti. Immagine tratta da www.floornature.it, dove trovate altre foto del progetto.]
Secondo il “World Urbanization Prospects 2018” delle Nazioni Unite, nel 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Già oggi, più della metà della popolazione mondiale, circa il 55%, risiede nelle metropoli ed il trend, come avvenuto negli ultimi decenni, è destinato ad andare avanti. Si calcola che nel 1930 solo il 30% della popolazione viveva in aree urbane mentre nel 2050 la quota sarà addirittura pari al 68% del totale (fonte qui).

Tuttavia, pensare a questo come un fenomeno a senso rigidamente unico è sbagliato, dal momento che esistono anche movimenti in senso opposto: naturalmente di entità molto minore (definirlo “controesodo” è certamente prematuro!) ma comunque significativi per come risultino potenzialmente prodromici di una situazione futura variegata e non scontata, in tema di demografie, come i dati sopra esposti farebbero ritenere. Per generare questo decentramento metropolitano risultano certamente tra i fattori fondamentali l’ambiente, naturale e sociale, e il paesaggio – nel senso più ampio del termine: non è dunque un caso se alcuni dei paesi nei quali si sta maggiormente verificando un ritorno alla residenza in aree rurali, spesso proprio quale risultato di una “fuga” dalle città, sono quelli alpini, in primis Germania, Austria e Svizzera i quali più di altri offrono opportunità e supporti concreti avanzati per vivere al meglio in questi territori.

Nella città di Neu-Anspach, in Germania, è in corso una mostra che tratta questo tema dal punto di vista architettonico – il titolo è assai suggestivo al riguardo: Bello qui! Architettura delle aree rurali – visitabile fino al 27 novembre prossimo: per saperne di più sulla mostra cliccate qui. In effetti l’architettura, in questa circostanza ancor più che in altre – per certi versi anche più che nelle aree metropolitane – risulta una disciplina fondamentale al fine di generare con continuità le migliori opere e il processo di territorializzazione più virtuoso possibile non solo per rendere confortevole la vita nelle aree rurali ma pure per far evolvere il loro paesaggio così da farne una dimensione ideale per la più proficua relazione reciproca tra gli abitanti nonché tra essi e il territorio d’intorno, al contempo salvaguardando l’anima dei luoghi e la loro valenza culturale.

Ovviamente in un ambito del genere il rischio maggiore è quello di costruire nuove cattedrali residenziali nel deserto (pur ameno che sia) nelle quali l’abitare si manifesta come mera occupazione di spazio e di tempo (legata a una sorta di mainstream filorurale tuttavia pressoché privo di consapevolezza culturale) e non come la base della relazione con il “luogo”, il quale d’altro canto nemmeno può esistere e acquisire un’anima senza il vissuto consapevole degli abitanti. Il benessere e la salubrità che sono qualità proprie del vivere in campagna o in montagna possono realmente svilupparsi, compiersi e consolidarsi nel tempo solo se parimenti si sviluppa la relazione culturale con il territorio abitato e vissuto, e questa relazione trae forza anche dall’armonia delle opere architettoniche con il territorio stesso, quali elementi di caratterizzazione e identificazione del luogo che si riflettono nella mente e nell’animo dei suoi abitanti. Il compito degli architetti e dei progettisti è dunque importante e prezioso, al riguardo: da nessun altra parte come in montagna e nelle aree rurali progettare nuove opere significa certamente costruire qualcosa di bello ma soprattutto realizzare qualcosa che fa più bello tutto quanto c’è intorno, senza dimenticare che, in tali casi, la bellezza (non a caso richiamata nel titolo della mostra) è soprattutto un elemento compiutamente culturale più che meramente estetico, esattamente come vale per le montagne.

E chissà che in futuro anche altrove, in primis in quei paesi che presentano un ambiente degradato e impoverito da una salvaguardia carente del territorio, motivo tra i principali che determina l’accentramento demografico verso città sempre più grandi, più caotiche, più inquinate – un perfetto, drammatico circolo vizioso, insomma – possano seguire l’esempio dei paesi più avanzati e costruire una propria via di ritorno alla vita nelle aree rurali. Anche per questo è interessante seguire le esperienze presentate nella mostra di Neu-Anspach e in generale ogni altra simile. Dobbiamo saper costruire nuovi (o rinnovati) modelli per un futuro migliore e il futuro si costruisce oggi, non certo domani. Sarebbe già troppo tardi, altrimenti.

Formaggio fa rima con paesaggio

[Formaggi della Val di Fassa, Trentino. Immagine tratta da qui.]
Sapete che a mangiare del buon formaggio di montagna non solo fate parecchio felice la vostra pancia ma contribuite a salvaguardare il prezioso valore culturale dei territori alpini e dei loro meravigliosi paesaggi – un patrimonio ovvero un bene comune di tutti noi e che chiunque ha la responsabilità di salvaguardare?

In effetti pochi prodotti dell’uomo come i formaggi di montagna portano “dentro” e offrono, oltre a una gran bontà, un bagaglio di cultura e saperi storico-geografici sovente considerevoli e che rappresentano un esempio emblematico di “bene comune” di natura sia materiale che immateriale. E dentro questo bene comune cultural-caseario ce n’è un altro al quale a nessuno o quasi, suppongo, verrebbe di pensare ma che a ben vedere è la base stessa dell’esistenza dei formaggi: i microbi presenti in essi, ciò che conferisce loro il sapore così gustoso.

L’antropologa culturale Roberta Raffaetà ha analizzato questo common – per usare il termine anglosassone abituale nelle discipline scientifico-umanistiche a indicare i beni comuni – tanto particolare quanto fondamentale per l’economia dei territori alpini: «La biodiversità microbica rende i formaggi di ogni malga unici e diversi da tutti gli altri», spiega l’antropologa, citata sul numero 107 di “Alpinscena”, il magazine di CIPRA International. Nel dopoguerra si è verificato un vero e proprio processo di abbandono delle malghe e molte conoscenze, pratiche e colture di batteri sono andate perdute. Queste, negli ultimi anni, sono state recuperate ma al tempo stesso reinventate da alcune organizzazioni, enti di ricerca e giovani, nel tentativo di valorizzare la loro importanza culturale ed economica. Le metodologie di produzione e le pratiche economiche messe in campo sono molteplici, quindi vanno discusse in maniera democratica in modo da conciliare diversi punti di vista e per tutelare il patrimonio collettivo microbico che si esprime nelle esperienze gustative del formaggio, capaci di collegare i microbi lattici al paesaggio naturale e culturale.

Ovvero, per farla breve, assaporando e gustando i formaggi alpini mettiamo in pratica e valorizziamo non solo il legame tra essi e i territori nei quali nascono e vengono prodotti, ma la nostra stessa relazione con quei territori e con i loro paesaggi – in senso generale e in quanto “paesaggi gustativi e emozionali” in grado di trasformare il gusto e la bontà del formaggio in esperienze di conoscenza culturale dei luoghi di origine.

Il tutto, ribadisco, facendo felice e appagata la vostra pancia. Cosa si potrebbe desiderare di meglio?