Perché spesso non sappiamo veramente “essere/stare” sulle montagne?

[Campitello di Fassa, Dolomiti, Trentino. Foto di lucas wesney su Unsplash.]
Saliamo sulle montagne e, guardandoci intorno, osserviamo e contempliamo qualcosa che come poche altre associamo – in modi più o meno fondati – al concetto di “bellezza”, di “meraviglia”, a volte di “infinito” e di “libertà”. Ovunque siamo e stiamo, lassù in alto, ci illuminiamo d’immenso, per dirla ungarettianamente.

Penetriamo nel bosco e ci ritroviamo in un regno fantastico nel quale luci, ombre, colori, odori, suoni, silenzi, presenze e assenze ci sorprendono, ci affascinano, ci incuriosiscono e ci fanno sentire bene.

Possiamo ascoltare il fluire del vento, il frusciare dell’erba nei prati, lo stormire delle cime e delle chiome degli alberi, lo zampillare dell’acqua nei ruscelli o lo scrosciare nei torrenti e innumerevoli altre armonie che risuonano le note della vita più viva che ci sia.

Camminiamo lungo sentieri più o meno ripidi e agevoli e comprendiamo che la fatica che proviamo è salutare, necessaria, persino gradevole e desiderabile – sembra un paradosso ma è così perché capiamo che altrimenti ci sarebbe qualcosa di sbagliato, di fuori posto.

Sulle vette ci ritroviamo alti sopra ogni cosa del mondo d’intorno e mai così vicini al cielo, a contatto di un infinito assoluto che amplifica quello delle montagne, allunga lo sguardo, dilata il respiro, accresce le nostre emozioni e ci fa sentire nel posto giusto al momento che è sempre quello giusto, quando siamo lassù.

Ovunque attiviamo i nostri sensi, in montagna, troviamo qualcosa che ci emoziona, entusiasma, stimola, affascina, a volte ci strabilia e altre volte forse ci intimorisce ma anche così incuriosendoci e attraendoci, perché è comunque qualcosa che racconta, rivela, insegna, che ci rende più ricchi perché ci fa stare bene e il benessere autentico è la ricchezza primaria di cui possiamo godere. Forse ci rende persino felici, in fondo la felicità esiste soprattutto nei modi in cui la si vuole percepire e non conta cosa sia ma come ci faccia sentire – in montagna bene, appunto.

[Altmünster am Traunsee, Oberösterreich, Austria. Foto di simon su Unsplash.]
Ecco: le montagne ci danno tutto questo e molto di più semplicemente standoci. Essere lassù e basta, semplicemente. Non serve altro.

Allora perché dobbiamo avere bisogno di mille stupidaggini fasulle – ponti tibetani, passerelle, panchine giganti, strade, funivie, ciclovie, giochi e giostre e infrastrutture d’ogni sorta, rumori e baccani e altre cose simili – per essere in montagna? Perché non ce la possiamo fare senza? Veramente non riusciamo proprio?

Forse non riusciamo perché, se abbiamo bisogno di tutte quelle cose per “godere” delle montagne, sulle montagne non ci stiamo veramente. Non siamo lassù. Non siamo, punto.

Ecco anche perché, probabilmente, il turismo che da tutto ciò deriva non “valorizza” le montagne, come alcuni affermano, ma le svilisce, consuma e degrada. Con le conseguenze che solo chi non ha i sensi attivi non può comprendere.

Togliere cose inutili e di troppo dalle montagne

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Godere della montagna per ciò che è.
Proprio non ce la facciamo, nemmeno qui.

«Che bellezza le montagne, le vette i boschi i prati i laghi la neve i panorami…» Quante volte sentiamo esclamazioni simili? Ma poi, in quella gran bellezza che la montagna è, ci mettiamo di tutto e di più: strade case impianti piste ciclovie ponti tibetani passerelle panchinone… come se la bellezza delle montagne la vedessimo ma non la comprendessimo e dunque avessimo sempre bisogno di qualcosa da cui farci attrarre ma che poi inevitabilmente diventa il centro dell’attenzione, con le montagne ridotte a mero sfondo e per ciò banalizzate, incomprese, trascurate in ciò che sono realmente.

Non lo dico in senso assoluto, lungi da me pensare che in montagna non si possa fare nulla. Ma d’altro canto non si può e non si deve fare troppo e invece, in molti casi, lo si è fatto. Lo si fa ancora.

Per dire: di panchine giganti – leggo sul loro sito – ce ne sono quattrocentocinquantacinque più altre settanta in costruzione e molte, lo sapete, sono in montagna, proprio per la bellezza delle vedute che si trovano lassù. Be’, che c***o ce ne facciamo di più di 500 panchine, tutte uguali? Dieci, venti, trenta va bene, ma così tante?! Non sappiamo proprio salire nei luoghi montani che le ospitano per ammirarne la bellezza senza aver bisogno di quei manufatti autoreferenziali, peraltro così brutti e banali? Se la risposta è no, allora forse non è proprio il caso di salire sulle montagne perché tanto la loro bellezza non la comprenderemmo, e se ci saliamo perché c’è la panchina gigante o altro del genere quella bellezza la stiamo solo banalizzando e consumando – nel senso che la usiamo consumisticamente, come un mero prodotto in vendita da acquistare unicamente per soddisfare il nostro diletto.

Perché dobbiamo continuamente aggiungere cose, sui monti, e invece non cominciamo a toglierne? Ce n’è un marea di manufatti inutili, brutti, degradanti, impattanti, inquinanti e, soprattutto, che non danno alcun beneficio reale ai territori e alle comunità. Bene, via tutto, togliamoli! E mettiamo cose, semmai, realmente utili ai territori e ai loro abitanti così che possiamo restare a viverli nel modo migliore possibile, senza diventare ostaggio delle troppe cose inutili e comparse nella sceneggiata di chi ne fruisce così banalmente!

Non ce la facciamo proprio?

Montagne di arte

Cesare Saccaggi, La Vetta (o La Regina dei Ghiacci), olio su tavola, 1912.

(Una montagna “simbolica” e simbolista, questa volta: d’altro canto ancora oggi la montagna è fatta di simboli e a sua volta simboleggia tante cose, in certi casi consone alla sua dimensione, in altri per nulla. Clic.)

Lo stato dell’arte delle montagne

Questo post fa parte di una serie dedicata a montagne più o meno famose raffigurate in opere d’arte del passato e a come si presentano in vedute similari odierne. Per comprendere attraverso una chiave di lettura insolita a che punto è la loro storia – lo stato dell’arte, appunto -, in quali differente modo le possiamo osservare e come leggere quella loro storia oggi rispetto al passato.

Caspar Wolf, Finsteraarglacier with view on the Finsteraarhorn (“Il ghiacciaio di Finsteraar con una veduta del Finsteraarhorn”), olio su tela, 1774. (Clic.)

Nel 2016:

[Dettaglio da foto di Christoph Strässler, www.flickr.com, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Montagne di arte

Jules Jacques Jacot-Guillarmod, Convoi de la poste au Saint-Gothard en hiver (“Convoglio della Posta sul San Gottardo d’inverno”), olio su tela, 1879.

(Clic.)