Vajont, 50 anni fa. E Gleno, 90 anni fa.

Oggi, 9 Ottobre, ricorre uno dei più tristi anniversari della storia recente italiana: cinquant’anni dalla tragedia del Vajont. In tali occasioni non c’è molto da dire, le parole potrebbe facilmente risultare retoriche, ridondanti e in fondo vuote di senso di fronte a una così spaventosa tragedia, frutto per di più della più sconcertante imperizia umana. E’ la mente semmai che deve “parlare” a sé stessa – ovvero ognuno per sé stesso – facendo che il ricordo non resti meramente tale ma sia invece possente energia per l’azione costante: perché di quell’imperizia terribile la società italiana è ancora e ancor più di allora farcita e rovinata, nel mentre che il sistema di potere continua a eleggerla spesso e volentieri a normale modus operandi, con gli effetti che ci ritroviamo a dover constatare quotidianamente e dei quali il Vajont fu apice di incommensurabile tragicità. E’ passato mezzo secolo, da allora, ma solo il tempo è corso avanti: l’essenza e il senso della tragedia del Vajont sono ancora qui, intaccati e immutabili come deve doverosamente essere quale forma di rispetto assoluto verso le duemila vittime.
Questo resta a mio parere uno dei migliori ausili al ricordo attivo, la struggente testimonianza di Marco Paolini nel suo testo Il Racconto del Vajont (divenuto anche libro edito con video per Einaudi):

Ma vorrei aggiungere alle riflessioni sopra scritte anche l’altrettanto triste celebrazione di una simile tragedia, accaduta sempre in un anno terzo di quattro decenni prima: 1923, 1 Dicembre, il crollo della Diga del Gleno. Quest’anno sono novant’anni da un evento che presenta moltissime analogie, soprattutto in tema di imperizia e di stoltezza “istituzionale”, con la tragedia del Vajont.

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Qualche tempo fa lessi un libricino su questo evento – la cui copertina vedete qui sotto – di natura principalmente tecnica eppure in grado di far capire perfettamente anche a chi di ingegneria idraulica non capisce cop_diga_glenonulla la portata di quella tragedia, anche dal punto di vista umano, sociale e sociologico.
Cliccando sulla copertina, potrete leggerne la personale “recensione”; ai tempi il volume lo acquistai direttamente dalla casa editrice Tecnologos, la quale invece ora lo rende disponibile anche in formato pdf. Leggetelo: è un testo molto interessante che rappresenta, lo ribadisco, un ricordo e una commemorazione particolari verso quel dramma di quasi un secolo fa e le sue sfortunate vittime.

P.S.: in tema di Vajont, voglio segnalare il bel progetto Cinquant’anni dopo, 1.910 vite da ricordare. Insieme a voi messo in atto dal Corriere dell Alpi in collaborazione con la Fondazione Vajont. Un altro modo per mantenere attivo e reattivo il ricordo, anche al di là delle ricorrenze e delle relative commemorazioni.

Del Titanic, o dell’apoteosi della sfiga

Oggi, cent’anni fa – ora più, ora meno – si inabissava il Titanic, nel modo che sapete bene e che ne ha generato il mito, oltre ad uno sterminato giro commerciale che appunto oggi, nel centenario della tragedia, raggiungerà certamente il culmine.
Fu un concatenamento di superficialità, decisioni errate e fatalità a mandare l’inaffondabile nave sul fondo dell’oceano: una sfiga di livello eccezionale, insomma. Ma, molto banalmente, provate a pensare se non fosse andata come è andata… Se il Titanic fosse stato in ritardo o in anticipo di qualche minuto, se l’iceberg l’avessero avvistato in tempo e in modo da farlo sfilare lontano dalla nave, o se avesse rallentato per qualche strano giro di correnti e, con la nebbia di quella notte, non venisse nemmeno avvistato dall’equipaggio… Il Titanic avrebbe continuato in tutta tranquillità il proprio viaggio e svolto un’onorata carriera di transatlantico sulla rotta Europa-America, per essere poi messo in ombra – magari solo pochi anni dopo, chissà – da un’altra e più bella e grande nave, diventando anoninamente uno dei tanti altri vascelli della sua categoria eppoi venendo dimenticato del tutto, con il secolo ormai trascorso, insieme a tutti gli altri suoi “colleghi” del tempo.
Invece no: l’iceberg lo centra, cola a picco, impressiona e sgomenta l’intero mondo di allora con una tragedia senza precedenti, dalla quale rapidamente si genera poi il mito, appunto.
Posto ciò, sotto certi aspetti e nel rispetto delle centinaia di persone che persero la vita, viene da meditare se non sarebbe stata una maggiore sfiga l’eventualità che il viaggio del Titanic fosse stato un successo. Ovvero, a pensarci bene, molto spesso i “miti” non sono altro che gigantesche sfighe alle quali il tempo e la storia hanno ribaltato il senso, determinandone un’inopinata apoteosi, per motivi più o meno giusti, più o meno leciti e sinceramente commemorativi.
Forse, come sostiene qualcuno (e pure prescindendo dal Titanic e dalla sua storia), a volte, di certi “miti”, effettivamente potremmo anche fare a meno.