INTERVALLO – Tokyo, Book and Bed Hostel

Book-and-Bed1Bisogna ammetterlo: in Giappone non si pongono troppe remore nel realizzare i progetti apparentemente più bizzarri – che poi, sovente, si dimostrano geniali. Di certo il Book and Bed Hostel di Tokyo si può annoverare in questa categoria: perfetto mix tra una libreria e un ostello per viaggiatori, l’hotel si trova al settimo piano di un grattacielo ed è stato progettato dallo studio Suppose design office, dagli architetti Makoto Tanijiri e Ai Yoshida. A prima vista, sembra una libreria elegante e curata nei minimi dettagli: da un lato gli scaffali, dall’altro comodi divani blu con tanto di cuscini. In realtà, quelle scale non servono solo per aiutare i lettori a raggiungere i libri posizionati in alto, ma anche per arrivare a dei veri e propri letti nei quali alloggiare, in perfetto stile nipponico.

Cliccate sulle immagini per vederle in un formato più grande e visitare il sito web dell’ostello, oppure qui per visitarne la pagina facebook. Qui invece potete leggere un articolo in italiano, dal quale ho tratto alcune notizie per questo articolo.

Amleto

il_fullxfull.82355403Ancora qualche lacrima scorreva sul viso, scivolando per le guance e cadendo poi sulla terra rossiccia del piccolo e semplice tumulo, sul quale una croce in legno condensava una tristezza tanto grande come mai provata, incredibilmente; e un fiore, una margherita di prato colta lì accanto, il cui bianco candore dardeggiava sul cumulo terroso, quasi che, di sotto, ancora un cuore pulsasse di vitale energia.
Ma era inevitabile quel gesto, pensava Marco, per quanto bizzarro potesse parere, ed inevitabili erano le lacrime, alimentate dai ricordi, che egli, solitamente così contegnoso per nel momento del dolore, s’era ritrovato fluide sulle gote. Negli anni della sua pur breve vita, quegli occhi così sempre sospesi a metà tra una vaga malinconia e una gioia in qualche modo contenuta, avevano conquistato il giovane Marco, ora uomo maturo e pur sempre giovane quando accanto si muoveva l’amico scomparso. Le incredibili peripezie di quel giorno nel quale lo aveva incontrato, ferito nel corpo e malandato certo nello spirito, così piccolo e già tanto infelice nello sguardo, parevano cronaca d’una vita appena trascorsa, quando il servizio militare lo aveva portato lontano da casa, sulle montagne, capoposto d’un centro di trasmissione immerso nella natura montagnosa più bucolicamente selvaggia, e sul limitare del maestoso bosco egli lo aveva incontrato. Poi il nascondiglio ricavato in caserma durante la notte precedente la partenza per la licenza – grazie al buon cuore d’un amico ufficiale di picchetto; l’accompagnamento a casa e l’ammissione come nuovo membro di famiglia, apparentemente scomodo eppure subito bene accetto da papà, mamma e dai fratelli, lui, Amleto, così capace di conquistarsi le simpatie di chiunque con la sua forse a volte esagerata effervescenza, sempre mista a quella punta di malinconia dietro la quale non era difficile immaginare il nascondiglio d’un passato difficile…
Amleto si chiamava, anche – appunto – per quel non so che d’eterna dubbiosità che pareva perennemente latere nei suoi moti e nel suo sguardo; l’affettuosità iniziale si trasformò ben presto in una grandissima amicizia, enorme, così ricca bizzarramente di umanità da imporre quasi eventuali confronti con altre simili e più ordinarie; e poi, in comune, una passione per entrambi forte più di ogni altra, quella per la montagna, per le ore passate all’aria aperta e rarefatta dell’alta quota, godendo delle meravigliose effusioni del sottobosco antelucano, o di quelle coloratissime dei fiori che innumerevoli sbocciavano nei prati primaverili – e che così freneticamente attiravano Amleto, correndo dall’una all’altra corolla come per un bisogno innato – o un passato da ape, chissà! E poi i pendii, le creste, le cime rocciose e le vette immacolate dalla coltre ghiacciata, che esso saliva, sempre un passo dietro a Marco, per una sorta di rispetto verso l’amico-guida o per una volontà di salvaguardargli sempre le spalle dai mille pericoli che l’incantato reame di rocce e ghiacci sapeva offrire, insieme alle più grandi emozioni di cui anime senzienti potessero godere. E la vetta era il premio per entrambi! Il riposo dopo la fatica, il rilassamento dopo la tensione dello sforzo necessario sulle spesso difficoltose vie d’alta quota: ma sentirsi in cielo, con più nulla sopra, soli sulla massima punta era il semplice ma intenso motivo per dare il via ai festeggiamenti. Per le vallate ai piedi delle montagne, allora, gli abitanti dei villaggi avevano ormai imparato ad identificare i richiami pieni di gioia che parevano provenire direttamente dal cielo, ridendo divertiti e in qualche modo affascinati da quell’amico comune così buono, così gioiosamente umano, da qualche anno facilmente avvistabile sui pendii, sulle creste e sulle punte sopra i tetti delle loro case.
Ma quella sua massiccia figura, possente se pur caracollante, che pareva estratta in qualche modo da un quadro del Segantini, aveva chiaramente segnato nel destino che la Morte ne evidenziasse, per via della mano mai fallace della tragedia, la propria breve ma significativa vita.
Fu un baleno, un attimo repentino, di quelli che pur alla mente più stolta fanno comprendere come in fondo la vita non sia che un tenero fuscello in balia di mille e mille venti dei più impetuosi. La solita giornata, meravigliosa nel clima in mattinata, passata in alta montagna; una facile cima raggiunta, contornata da un candido ghiacciaio sulla cui parte destra passava la via di salita, a pochi passi da un ripidissimo versante che verso valle sprofondava di parecchie centinaia di metri: ma non v’era difficoltà per chi restasse nella traccia, e Amleto – ormai un anziano frequentatore di monti d’ogni sorta – ben sapeva farlo. Poi il tempo che cambia, improvvisamente, e tra scuri nembi veloci da Est già il minaccioso ruggito d’un temporale estivo, e i bagliori che illuminano i contorni di quei mostri nimbici. Tempo di ritirata, ed anche assai repentina, per evitare le nefaste conseguenze d’una tempesta in alta quota. Giù, quindi, speditamente verso valle, verso un riparo, con Amleto eccezionale nel seguire passo dopo passo, perfettamente, le movenze veloci di Marco, sicuro anche nei passaggi un poco più delicati.
Poi… Poi… Un tratto della via rasente delle cornici di neve create dal vento, un piede di Marco che sprofonda, sente il vuoto, ma con guizzo il corpo ben allenato, facendo leva, salta via, riesce ad andare oltre, poggiando i piedi con un solo balzo su una zona ben più salda; ma per Amleto, subito dietro, attaccato agli scarponi dell’amico, è la soglia dell’abisso finale, oscuro di tragedia. Marco fa solo in tempo a girarsi, ad osservare impotente il grosso corpo che scivola sul ripido pendio ghiacciato, le unghie a ricercare quel minimo attrito significante la salvezza, ma la gravità inesorabile che trascina in basso con la forza d’attrazione di un mostro generato da un lugubre incubo e ingordo di vittime da immolare in gloria della propria invincibilità… E negli occhi, quei grandi occhi marroni che ancor più grandi parevano nel grosso viso rivolto per l’ultima volta verso l’amico sulla cresta che inutilmente gridava la propria disperazione: in quei lucidi occhi non vide Marco la rabbia d’una fine imprevista e incomprensibile, come non vide lo smarrimento verso un fato tremendo e repentinamente letale. No, egli vide in quell’amico la cui ora ultima era oramai scoccata il più grande messaggio d’amicizia che mai ebbe occasione di notare, profondo, inequivocabile, prezioso, in quelle scure iridi scritte poche, inesprimibili parole che mai essere umano avrebbe potuto meglio formulare; quasi che quel lungo rapporto amichevole che aveva unito nel tempo sempre più Marco e Amleto, pure nel momento tragico della Morte improvvisa, fosse comunque destinato a perdurare, in eterno, non solo nel ricordo, ma in qualche ulteriore maniera forse sovrumana, superiore alla comune comprensione, eppure ben solida e duratura, e il grosso amico scomparso lo sapesse, lo sapesse per quell’istinto naturale che, nella dimensione ove l’anima più d’ogni altra materialità è protagonista, unisce le creature pure nello spirito, pure come l’aria tersa delle alte quote che Marco e Amleto amavano così tanto.
Ma ora il ricordo assumeva la dolorosa forma d’una semplice croce in legno, su un altrettanto semplice tumulo di terra bruna, dello stesso colore di quegli occhi malinconici.
La margherita biancheggiava, unico chiarore in quel quadro d’oscura tristezza, finché una improvvisa folata di vento la colse tra i suoi refi, facendola rotolare lungo il piccolo tumulo, come una trottola color bianco-oro. Amleto la colse con un guizzo repentino, corse un poco in disparte, nell’ombra d’un cespuglio; la annusò profondamente, come faceva il padre, poi ricorse via, tra i piccoli denti quella sorta di giocattolo naturale, trotterellando gioiosamente intorno alla semplice sepoltura, scodinzolando una contagiante felicità che ben presto non poté non rasserenare il triste volto di Marco. Veramente la vita continuava, veramente una grande amicizia pareva rinascere in quel vispo cucciolo di San Bernardo, già così simile al padre, che quello stesso nefasto giorno era nato dal grembo di Ginevra, la pari razza dello zio Vittorio. Aveva il piccolo gli stessi occhi paterni, gli occhi di una creatura proveniente da un mondo che spesso l’uomo egoista e ben provvisto di spocchia si diletta considerare proprio unico dominio, egli come solo essere in grado di sviluppare profondi sentimenti quali appunto la più forte amicizia. Ma Amleto aveva insegnato a Marco come in effetti una tale virtù fosse superiore a qualsiasi dimensione, a qualsiasi diversità, universale e infinita come d’infinita amicizia aveva bisogno il mondo, inquinati dall’odio dell’uomo superiore. E un cane, una semplice creatura, aveva dimostrato di sapere meglio di molti altri umani ciò, e di conoscere profondamente il valore di una virtù che gli umani stessi così spesso oggi davano come una sorta di dote definitivamente acquisita.
Marco e il piccolo Amleto si allontanarono, l’uomo davanti e il cucciolo bianco-bruno appena un passo dietro. Marco lo osservò, e sorrise, nella indefinibile sicurezza d’un miracolo avvenuto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un altro racconto inedito – avrà una quindicina d’anni, almeno! – tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

Una nuova meravigliosa avventura culturale: apre a Roma la “Libreria Cultora”!

LIbreria_Cultora-logoCose apparentemente insensate ovvero pazze o temerarie (o qualcosa di simile) da fare: attraversare il Pacifico su un materassino da spiaggia, salire sull’Everest con le infradito ai piedi, cucinare una bistecca al sangue in una zona infestata da coccodrilli… oh, beh, certamente: se si è in Italia, aprire di questi tempi una libreria!
Ma se la temerarietà non è frutto di mera dissennatezza o dabbenaggine, ed è invece il frutto finale di una studiata, meditata e strutturata strategia culturale, ancor prima che commerciale, ecco che l’apertura di un nuovo luogo in cui si vendono libri e si parla in mille diversi modi di letteratura e cultura diventa un qualcosa comunque di “eroico”, forse, ma ancor più e senza dubbio indispensabile, fondamentale, preziosissimo. Un’avventura della quale far parte, in qualsiasi modo possibile – in primis come fruitori di essa – diventa a sua volta un atto di profonda e possente cultura, di cui vantarsi a più non posso con chiunque: d’altro canto, in un paese nei cui ordinari conformismi non pare esserci posto per le cose culturali, praticare la cultura è qualcosa di esclusivo, a dir poco. A meno che non si voglia far parte della massa di pecoroni imbarbariti che non leggono e non praticano la cultura – questo, sì, qualcosa di totalmente insensato e idiota.

LIbreria_Cultora0Una tale “avventura” libraria avrà inizio il 12 dicembre, a Roma: la Libreria Cultora, primo bookshop in Italia diretta espressione dell’omonimo (e sempre più seguito, ergo influente) sito letterario, che nasce dall’idea di voler rappresentare un modello in un paese dove chiude una libreria al mese. Concepire un locale fisico come il mero strumento per la vendita di libri è, infatti, non solo qualcosa di superato, ma anche di estremamente riduttivo. Il senso più profondo di questa esperienza è invece quello di riscoprire il ruolo e la professione del libraio, in un mercato editoriale sempre più congestionato dove i lettori si trovano spesso spaesati. Non solo ascoltare le esigenze dei lettori, non solo consigliargli l’acquisto, ma selezionarne anche l’offerta, in base a criteri che privilegiano la piccola e media editoria di qualità. La libreria nasce sperimentando un nuovo modello distributivo: rapporto diretto con gli editori e attenta selezione dei libri da proporre ai lettori lavorando esclusivamente con gli editori indipendenti.
Sabato 12 dicembre alle 18, dunque, in via Ferdinando Ughelli 39 a Roma (quartiere Appio Latino), l’editore Francesco Giubilei e il direttore editoriale di Cultora, Daniele Dell’Orco, in occasione dell’inaugurazione della libreria proveranno proprio a spiegare quali sono queste linee guida in un breve e programmatico dibattito sul tema: “Perché aprire una libreria in Italia nel 2016?”
Sia lode e gloria imperitura, dunque, a Libreria Cultora, all’omonimo sito e a tutte le persone che hanno deciso di mettere in atto questa meravigliosa follia – ma assolutamente meditata e strategicamente realizzata, appunto!
Cliccate sulle immagini per saperne di più, e… siate temerari anche voi: acquistate e leggete libri a più non posso!

“Industria editoriale” è un ossimoro – pure doppio, forse. Lo capì Erich Linder già più di 30 anni fa…

sette-1-579x350Erich Linder è uno di quei personaggi sostanzialmente poco noti, se non sconosciuti, al grande pubblico, e forse solo un poco di più presso gli addetti ai lavori del comparto editoriale e letterario. Eppure, sotto molti aspetti, se tale comparto oggi è strutturato in un certo modo, in senso generale e al di là di buoni o cattivi funzionamenti, lo si deve proprio a Linder, inventore in Italia, per così dire, della figura dell’agente letterario – invece già nota e ben presente all’estero.
D’altro canto fu figura di così alto valore, Linder, da aver capito benissimo già decenni or sono quali fossero le storture potenziali dell’industria editoriale. Ne parla Paolo Interdonato in un bell’articolo pubblicato da Fumettologica, che prima di virare e contestualizzare la questione verso la produzione editoriale periodica (di riviste di fumetti in particolare, visto il sito) la analizza prendendo spunto da alcune considerazioni di Linder, appunto, che trovo parecchio interessanti:

virgoletteIndustria editoriale è un ossimoro. Come amava dire Erich Linder, l’editoria è l’anti-industria per eccellenza. Spiegava questa sua affermazione apodittica, maturata nel corso della lunga carriera che lo aveva portato a definire il mestiere di agente letterario in Italia, mostrando alcune verità che sono sotto gli occhi di tutti. Innanzi tutto un’impresa, di qualsiasi tipo essa sia, ha l’obiettivo di vendere il minor numero di prodotti possibili nella maggiore quantità di esemplari possibili, realizzando così la marginalità più alta e, di conseguenza, il massimo guadagno. A questo modello industriale sano, si contrappone l’editoria che, invece, sembra muoversi in direzione opposta: produce la più alta quantità di titoli, con una cura artigianale certosina, da vendere in un numero di copie minimo. In secondo luogo le industrie attivano la produzione di un nuovo prodotto solo quando sono ragionevolmente sicure di aver trovato i suoi acquirenti. In editoria, al contrario, si agisce senza indagini di mercato e senza sapere quale sia il pubblico di un libro.
Di fronte a queste evidenze, Linder diceva:

«L’industria editoriale è perciò l’unica, o quasi l’unica, nella quale in pratica non esiste il rapporto fra il produttore (l’editore) e il consumatore (il lettore). Da qui nascono le complicazioni che rendono la distribuzione del libro una delle operazioni più imperfette che il mondo industriale conosca.»

Fate conto che Linder morì nel 1983, dunque queste considerazioni hanno più di 30 anni. Eppure tutt’oggi risultano estremamente interessanti, come ribadisco, anche per come in effetti palesino che lo stato di fatto attuale sia mutato ma verso un sostanzialmente peggioramento, non certo il contrario. Oggi non solo molti editori cercano di conseguire il massimo guadagno possibile pubblicando la più alta quantità di titoli – i quali poi sovente si trasformano in resi e in  materiale da mandare al macero in un periodo brevissimo, stante la forsennata rotazione odierna di titoli sul mercato – ma pur avendo introdotto indagini di mercato a spron battuto, grazie anche all’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dal web, continua a buttar fuori titoli su titoli senza una reale logica commerciale, ma quasi come se non potesse fare altrimenti per non tradire la propria funzione industriale – che in verità comporterebbe strategie commerciali sostanzialmente opposte (una questione peraltro, quella della iper-produzione editoriale di molti editori, che dovrò prima o poi indagare e approfondire meglio dacché più articolata di quanto sembri).
In questo modo l’industria editoriale contemporanea offre una definizione di sé che è un doppio ossimoro, in buona sostanza. Il rapporto tra editore e lettore è sempre più sfilacciato: ciò perché troppo spesso il libro – o quella cosa presunta tale – si trasforma in un bene di consumo, perdendo qualsiasi caratteristica di oggetto culturale e dunque contemplando un rapporto meramente consumistico di vendita/acquisto, nonostante, ribadisco, oggi di indagini di mercato ne vengano prodotte a raffica. Tuttavia, nella bulimia editoriale imposta al mercato, svapora pure il più diretto rapporto tra editore e mercato stesso, il quale non viene più alimentato da titoli che lo mantengano “sano” e vitale ma viene soffocato da una valanga di libri la maggior parte dei quali inutili, o quasi. E se un’industria che produca un certo bene per un certo mercato finisce per soffocare quel mercato per incapacità di gestirlo e mantenerlo fruttuoso, beh, quell’ossimoro – semplice o doppio che sia – diventa una vera e propria antitesi.